DON LUIGI CIOTTI

LUIGI CHI...
Luigi Ciotti è nato a Pieve di Cadore, nel Bellunese, nel 1945. Attivo nel sociale, nel 1965 ha fondato il gruppo di impegno giovanile Gruppo Abele, che negli anni si è occupato, tra l’altro, delle persone in difficoltà e di combattere dipendenze di ogni tipo (alcolismo, droghe, gioco d’azzardo), aprendo comunità e utilizzando come strumenti soprattutto la comunicazione e la cultura come forme di prevenzione. Il Gruppo ha l’intento di risolvere il disagio sociale nel modo più ampio possibile, aiutando anche i malati di AIDS e le prostitute e cercando di far integrare i migranti. Nel 1992 fonda il mensile Narcomafie e il suo impegno si amplia al contrasto alle mafie con la nascita nel 1995 di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, che coordina oggi oltre 1.600 realtà nazionali e internazionali che si occupano in vario modo del contrasto alla criminalità organizzata. Fra gli scopi dell’associazione: promuovere i diritti di cittadinanza, la cultura della legalità democratica e la giustizia sociale; valorizzare la memoria delle vittime di mafie; contrastare il dominio mafioso del territorio. Giornalista pubblicista dal 1988, C. collabora con vari quotidiani e periodici, tra cui: La Stampa, l’Avvenire, l’Unità, il Manifesto, Il Sole-24 Ore, il Mattino, Famiglia Cristiana.

Mano nella mano con papa francesco per contrastare mafie e corruzione

 E' reduce dall’ultima primavera in ricordo delle vittime della mafia, quest’anno la Giornata della memoria si è tentuta lo scorso 21 marzo a Foggia, in Puglia. “Insieme per chiedere giustizia e verità” è stato il tema che quest’anno era proposto da “Libera” per la riflessione ma soprattutto per invitare a prendere coscienza e ad invitare tutti al senso di responsabilità, compito di ogni cittadino. Ma don Ciotti è inossidabile. Affaticato ma con tanta grinta e tanto coraggio da regalarne. Riuscire a “rubargli” qualche parola, nel turbinio degli incontri e degli impegni attraverso i quali da molti anni conduce la sua battaglia per risvegliare le coscienze, non è stata impresa facile. Non si sente solo in questa impresa: la sensibilità e la forza di Papa Francesco lo accompagnano nel cammino di promozione della legalità e della cultura anti-mafiosa. Un modo incisivo per essere Chiesa in uscita, attenta alle periferie esistenziali, comunità presente e operativa anche nei drammi della società moderna.

Don Ciotti, secondo lei la Chiesa di Papa Francesco ha compiuto passi avanti per far crescere sempre più nel tessuto sociale la cultura della lotta alle mafie?
Certo, dei passi fondamentali sulla scia anche delle parole di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi e delle parole di Benedetto XVI in Piazza Politeama a Palermo - “mafia strada di morte” -. Francesco è andato più in profondità forte di un’esperienza pastorale in America latina dove la corruzione è un male molto radicato. Contro la corruzione il Papa ha voluto creare un gruppo di lavoro e di studio del fenomeno affidato al card. Peter Turckson aggiungendovi anche il tema della mafia.

E verso il fenomeno italiano come si è mosso?
Subito dopo il suo insediamento gli chiesi se se la sentiva di incontrare milleduecento familiari delle vittime innocenti della violenza mafiosa ed ha subito accettato. Quel 21 marzo 2014 tanti nuclei familiari si strinsero intorno a Francesco, ognuno con una storia diversa da raccontare ma che li accomunava tutti. Parole di incoraggiamento e di vicinanza pronunciò in quell’occasione, anche per sottolineare la responsabilità di ognuno di noi e, naturalmente, la denuncia della corruzione. Ricordo quando, quasi improvvisamente, il Papa sorprese dicendo: “E ora voglio parlare ai grandi assenti”, riferendosi proprio alle vittime delle stragi mafiose, lo fece adottando un segno importante usato anche da Paolo VI, cui egli fa spesso riferimento. La famosa supplica: “Uomini delle Brigate Rosse, vi prego in ginocchio, liberate l’on. Aldo Moro”, diventò per Francesco: “Vi supplico, ve lo chiedo in ginocchio, convertitevi e cambiate”.

Fino a giungere alla scomunica...
Qualche mese dopo nella Piana di Sibari dirà finalmente “chi adora il male è scomunicato” perché determinate condotte sono incompatibili con il Vangelo e pertanto estromettono dalla comunione con Dio. Se non si operano scelte differenti dalla criminalità mafiosa ci si rende complici ed è così anche per la corruzione.

Lei gira l’Italia in lungo e in largo, quanto il messaggio del Papa sta entrando nelle fibre della “chiesa di strada”, della chiesa perennemente in prima linea? Riesce a investire parroci, fedeli, comunità...?
Non c’è dubbio, tocca a noi. è stato affidato a noi il compito di essere moltiplicatori di questa coscienza e di questo messaggio. Papa Francesco è cosciente e sottolinea con forza che le parole sono azioni, nonché responsabilità e devono pertanto mettere in moto, ovvero, risvegliare le nostre coscienze. Una visione di Chiesa che ci invita a guardare verso il cielo senza distrarci dalle responsabilità che abbiamo verso la terra. Dobbiamo fare la nostra parte. Ad esempio, nel mese di febbraio il Papa ha invitato tutta la Chiesa universale a riflettere sulla corruzione. Lo ha fatto anche attraverso uno spot di un minuto, ben fatto e con parole calibrate, tradotto in diverse lingue: tra le immagini di commento anche quella della stele commemorativa di Capaci e di altre vittime della mafia. Un modo per stimolare la comunità cristiana ad assumersi le proprie responsabilità affinché il cambiamento investa ognuno di noi. Dobbiamo divenirne parte integrante.

Ma quali mali lei individua alla radice di tali comportamenti criminali?
In apertura della Quaresima, il Papa ha parlato di sfiducia, apatia e rassegnazione definendole i tre demoni che tentano oggi i credenti. Certamente, è umano provare un po’ di fatica, di smarrimento, di sconforto, c’è tutto un clima che favorisce questi sentimenti, non lo si può negare, tuttavia, il cristiano non può permettersi di chiudersi in sé stesso. Bisogna superare la rassegnazione poiché le cose possono e devono cambiare solo nel momento in cui tutti ci assumiamo la nostra parte di responsabilità. Non si può prescindere da questo. Non si può sottovalutare l’invito continuo del Papa ad una Chiesa povera che non rinuncia alla dottrina ma la subordina alla relazione. è fondamentale rinsaldare il legame della terra con il cielo nella relazione. In quest’ottica, l’impegno della giustizia su questa terra ci impone di essere persone attente riguardo ai problemi difficili e scomodi che da secoli ci trasciniamo.

Quanto ha inciso in Italia la confisca nella cultura antimafiosa?
Tanto! E in entrambe le direzioni. Gli uomini e le donne delIe mafie, intesi come persone che si ostinano a vivere un’esistenza sbagliata, tutti prima o poi sperimentano la crisi. Nessuno nel corso del suo operato ha mai messo in preventivo di vedere un giorno confiscati i propri beni né, tantomeno, di finire in carcere. Ognuno è sicuro di se stesso fino a quando non va in tilt. Tutto è partito dalla Legge Latorre, che purtroppo il senatore da cui prende il nome non riuscì a vedere venire alla luce, è stato il primo tentativo di introdurre il conceto di confisca del patrimonio. Ma, soprattutto, con la nascita dell’Associazione “Libera” si sono ottenute vere e proprie conquiste in questo senso. Adesso i beni dei mafiosi da esclusivi diventano condivisi. E numerose proprietà precedentemente ascritte ai famigerati boss sono divenute centri sociali, asili nido, luoghi di aggregazione... I giornali sottolineano sempre l’importanza e l’utilità di riconvertire queste lussuose ville.

Chi gestisce e rende fruibili i beni confiscati?
Attualmente, sono centoventi le associazioni che usufruiscono dei beni appartenuti alla malavita organizzata, quale vero e proprio servizio per la collettività. Ciò manda i mafiosi certamente fuori di testa. Ottimi passi in avanti sono stati compiuti ma ora con il nuovo codice antimafia si spera in ulteriori miglioramenti allo scopo di rendere fruibili tali beni confiscati. Palazzi interi sono già stati destinati ad appartamenti per i poveri. Si è lavorato in questo senso anche per cinque anni al Parlamento Europeo affinché passasse una direttiva valida per tutta l’Europa. E ci siamo riusciti. Quindi, anche se ancora piccoli, attraverso l’unione d’intenti si può diventare realmente una forza propositiva. Allora, non c’è più spazio per la rassegnazione e l’apatia che frenano la voglia di mettersi sempre più in gioco.

“Peccatori si, corrotti e corruttori no”, questo il monito di Papa Francesco. Come la mettiamo alla luce del Vangelo della misericordia principalmente in Italia?
Papa Francesco riesce sempre a spiegare che la corruzione ha la sua radice nell’idolatria del denaro. Egli sottolinea che le leggi sono sicuramente importanti ma la corruzione va estirpata nella sua radice culturale. Bisogna insistere sulla cultura che risveglia le coscienze. E “Libera” si impegna molto in questo. È importante portare strumenti di conoscenza alle persone perché vi sia un vero e proprio cambiamento. Oggi, corruzione e mafia sono davvero i due più grandi parassiti che stanno uccidendo la sana impresa impoverendo progressivamente tutti.

La situazione in Italia è davvero drammatica?
Dall’ultimo rapporto della Direzione Nazionale Antimafia al Parlamento si evince che vi sono due gruppi di fuoco dove si spara e si continua a uccidere: Napoli città e la provincia di Foggia. Altrove, invece, la strategia criminale delle mafie è quella corruttiva e collusiva. La corruzione purtroppo è ai massimi livelli, essa strozza la dignità delle persone ed imprigiona la loro libertà. Quindi, se la corruzione impoverisce e mina la nostra libertà, Papa Francesco ha fatto bene ad istituire questo gruppo di lavoro per studiarne il fenomeno e combatterlo. Mi sono recato personalmente in Vaticano per incontrare il card. Turckson e mons. Tommasi, che sono molto in gamba e hanno già portato il loro lavoro ad un livello più internazionale. Siamo lieti che proprio il Papa abbia messo al centro uno di questi problemi che da sempre noi combattiamo.

Don Luigi , ma lei ha paura?
Vado avanti. Devo sempre ringraziare i ragazzi della Polizia di Stato che sono riusciti a sventare un attentato nei miei confronti. Mentre si chiudeva un incontro pubblico è stato fermato un uomo armato che dopo aver superato gli sbarramenti si è introdotto nella sala. E poi, come emerse da un’intercettazione, Totò Riina disse: “Bisogna fargli fare la fine di don Puglisi”. In realtà, mi inchino alla santità di don Puglisi, sono una piccolissima persona paragonato a lui, ma devo dire che un po’ di disorientamento l’ho provato però, con consapevolezza, la mia risposta a quella provocazione è stata: “Si può uccidere una persona non un movimento”. Nel mio disorientamento mi sono chiesto il perché di tutto questo e ho trovato la forza sia nelle ‘pedate’ che il Padre Eterno ci dà per andare avanti sia nel coraggio e nell’esempio di tante persone che non si arrendono e sviluppano la volontà di mettersi in gioco.

di Vincenzo Paticchio
*(ha collaborato Christian Tarantino)

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