MARCO POZZA

MARCO CHI...
Don Marco Pozza è un sacerdote quasi quarantenne della diocesi di Padova. Scrive su Il Mattino di Padova, Ilsussidiario.net e lavora per Tv2000. Ha fondato e gestisce un sito internet, definito una parrocchia virtuale, nel quale commenta i brani del Vangelo e i fatti di cronaca. È stato ordinato sacerdote il 6 giugno 2004. Dopo l’ordinazione, diventa vicario parrocchiale presso la parrocchia della Sacra Famiglia, a Padova. Durante questo periodo, colpito dall’assenza di fedeli durante le celebrazioni eucaristiche, decide di trascorrere buona parte del suo tempo libero incontrando durante l’ora dell’aperitivo ragazzi e studenti direttamente nei locali della “movida” padovana: per questo motivo viene soprannominato “Don Spritz”. Appassionato sportivo e maratoneta amatoriale, incentra i suoi libri sullo sport (oltre alla maratona, il ciclismo), dal quale prende spunto per porre delle riflessioni sulla vita. è attualmente cappellano del carcere di Padova.
Vincitore del Premio speciale Biagio Agnes 2016 per il giornalismo, assieme ad altri tre sacerdoti conduce il sabato pomeriggio su Rai1 “Le ragioni della speranza”, all’interno del programma “A Sua Immagine”. Nel 2017, assieme al regista Andrea Salvadore, ha ideato e condotto per Tv2000 Padre nostro, programma televisivo in nove puntate che ha avuto come ospite fisso Papa Francesco. Da questa esperienza televisiva nasce il libro “Quando pregate dite: Padre nostro”
Nel libro il Santo Padre commenta la preghiera che Gesù ha donato ai suoi discepoli insieme a don Marco Pozza ed è edito da Rizzoli e Libreria editrice vaticana.

“Mi sento strumento del buon dio che mi usa per quello che vuole, come vuole,  nei tempi che desidera"

ll volto è noto. Le sue apparizioni televisive sia sulla Rai - è uno dei commentatori del Vangelo della domenica in onda il sabato pomeriggio sul primo canale - come anche su Tv2000 dove ha ospitato per nove puntate Papa Francesco nel programma “Padre Nostro”.

Una capacità comunicativa che riesce a far breccia nel cuore di chi lo incontra e lo ascolta e che si caratterizza per la genunità, la freschezza e l’originalità del linguaggio. Il suo modo di evangelizzare ti prende e ti accompagna con semplicità nel mistero. è capace di farti toccare con mano la ricchezza del messaggio cristiano. A proposito della felicità afferma senza giri di parole: “di sicuro non cerco la normalità, questo sia chiaro: non c’è nulla di più disgustoso, per me, di un uomo-abituato”.

Don Marco, quando e perché ha deciso di farsi prete? è vero che Dio le “ha teso un agguato”?
Nessuna caduta da cavallo nella mia vita, ma la semplice percezione che la mia storia di bambino e di ragazzo avrebbe potuto trovare la sua realizzazione più piena nel diventare sacerdote. è stata tutta una storia che si è evoluta nella semplicità, quasi fosse la naturale prosecuzione della mia infanzia, la più bella che io potessi nemmeno sognare. Nella quale Dio mi ha teso un agguato: s’è vestito in borghese, nascondendosi nelle vesti del mio parroco. Quell’uomo che, ai miei occhi di bambino, spendeva la sua vita nella nostra piccola comunità, è stata un’immagine così bella che me la sono sentita cucita addosso. Come fosse un vestito su misura progettato per me.

Cosa ha detto ai suoi genitori? Come l’hanno presa?
Di mia mamma e di mio papà sono orgoglioso: non me li sono scelti, ma Dio mi ha dato due genitori meravigliosi. Che, ai miei occhi bambini, sono diventati immensi quando, a dieci anni, mi hanno lasciato libero di entrare in seminario per iniziare a dare forma al mio sogno. Quella loro libertà di accettare il rischio che i loro sogni dipendessero dai miei piccoli sogni è stato il regalo più bello che mi potessero fare. Magari non sognavano un figlio prete, però hanno accettato di lasciare che il loro bambino camminasse con le proprie gambe.

Cosa ricorda di più bello della sua vita in seminario? Quali gli ostacoli, i dubbi e le difficoltà più grandi da affrontare specie durante gli anni dell’adolescenza? Quando ha scoperto che quella del sacerdozio era proprio la sua strada? Che tipo di sacerdozio è il suo?
Sono entrato a dieci anni e mezzo: ero bambino. Sono uscito a ventiquattro anni: ero prete, un prete-bambino. Di quegli anni ricordo tutto, sopratutto quelli del Seminario Minore. Ho avuto la grazia - non è scontata - di incrociare degli educatori che erano uomini prima che preti. Non mi hanno mai messo nessuna pressione, nessun proselitismo: mi hanno umanizzato, aiutandomi a maturare e contestualizzando gli errori, le sbavature. Il mio non è un carattere semplice: il fatto che Dio, Bibbia alla mano, dimostri la sua predisposizione per le canaglie è stata la certezza che a Lui io servivo. Il Seminario è per me una casa. Oggi, quel bambino che sognava di diventare prete, sarebbe orgoglioso di vedere che quell’immagine di prete ha trovato forma, una forma sudata, senza che nessun tentativo di omologazione perpetrato sia andato a buon fine. Oggi il mio sacerdozio è come il carattere di quel bambino: inquieto, mai-scontato, sempre sui bordi delle cose, colorato.

Il suo modo di porsi al servizio dell’evangelizzazione restituisce al messaggio cristiano fragranza e vivacità. Da dove attinge questa freschezza e qual è il segreto per affidarla alla gente che incontra? Chi sono i suoi “maestri ispiratori”?
Non ho dei miti, non voglio dei miti: il mio carattere, dissacrante e profondo. mi impedirebbe di imitare qualcuno. La mia gioia abita nel fatto che, ogni giorno, cerco di fare qualcosa che mi renda unico nella mia personale ricerca del volto della felicità. Ho dei punti di riferimento, questi sì. Li nascondo dietro il volto e la storia di Papa Francesco: sono uomini e donne che hanno fatto della strada il loro salotto. La loro storia mi è preziosa per non arrendermi alle tentazioni del Demonio. La mia freschezza nasce lì: non mi accontento di bere l’acqua alla foce, voglio risalire fino alla sorgente. Voglio acqua fresca, pane-fresco ogni primo mattino. Alle radici delle cose, delle storie, delle persone. E quando sono lì, scopro il privilegio di incontrare uomini e donne che, sbagliando, sono divetati di una credibilità pazzesca.

Le persone che la conoscono la identificano come un “prete libero”. è vero? E dopo 14 anni di ministero che cosa vuol dire?
Ho sempre voluto essere libero per due motivi. Innanzitutto perchè Dio mi ha sedotto e conquistato lasciandomi libero, facendo leva su quel bene che c’è in me, senza chiedermi di cambiare. Eppoi perchè voglio essere libero di metterci la faccia in prima persona, senza che nessuno possa pagare per responsabilità mie. Mi sento libero perchè ogni mattina mi alzo e metto in conto di poter anche sbagliare nella giornata: questo, il calcolo del fallimento, è il volto della libertà.

E come vive invece il “dono” della castità?
La castità, per me, è una fatica quotidiana: ci sono giorni in cui la maledico, altri la benedico. Fa parte di quelle dimensioni che, facendomi sudare da matti, mi fa percepire la grandezza di una rinuncia fatta perchè ho trovato un Amore più grande. Non mi pesa perchè so che la mia fatica la dedico a Lui. Tengo ben chiara, però, la differenza tra castità e castrazione, tra obbedienza e servilismo, tra povertà e miseria. Alle prime – castità, obbedienza, povertà - ho giurato fedeltà. Le seconde – castrazione, servilismo, miseria - le combatto come le più acerrime nemiche, una sorta di triade-ombra con la quale Lucifero cerca di interferire nella mia storia d’amore con Dio.

Forse non gliel’ha mai detto nessuno ma lei vive senza saperlo il carisma trinitario: l’amore per Dio Trinità vissuto nella liberazione dei “nuovi schiavi”. Perché mai fa’ il “parroco” in galera? Si sente strumento di conversione e liberazione tra fratelli detenuti?
Il carcere non l’ho scelto affatto, non avrei potuto sceglierlo per biografia mia. Dio mi aveva preparato quel posto senza che io lo potessi immaginare: oggi è il posto più bello che sognassi. Vivo in un bacino idrico di storie che umanizzano il mio sacerdozio e la mia umanità. Non mi sento strumento di nulla, se non del buon Dio che mi usa per quello che vuole, come vuole, nei tempi che desidera. Se poi, senza accorgermene, riesco a far breccia nel cuore di qualche persona detenuta, quella è la dimostrazione che Dio sa usare bene strumenti deboli per far fare confusione ai forti. Certamente la dimensione dell’affetto - una carezza, una parola scambiata, una giornata condivisa - aiutano a far combacciare i due mondi: il mio e quello che incrocio nel quotidiano. Letto tenendo cucite assieme misericordia e giustizia, nello spirito di san Tommaso: la misericordia senza la giustizia è la mamma del buonismo. La giustizia senza la misericordia è madre della tortura. Armonizzarle è tutt’altro che facile: fosse facile, mi annoierei.

Papa Francesco e il suo “debole” per le periferie. Lei si ritrova nella visione di Chiesa di questo Papa? Riuscirà Bergoglio a trasformare la Chiesa cattolica?
A Papa Francesco devo la serenità del mio sacerdozio. Appena è diventato Papa, faticavo a capirlo: non lo capivo perchè faticavo a percepirmi peccatore. Il fatto, poi, di averlo incontrato come “padre” nella mia vita, è stato l’incontro più rocambolesco della mia vita: proprio a me, con grossissimi problemi di rapporto con l’autorità, è toccata la grazia di vedermi rasserenato dal punto più alto dell’autorità ecclesiale. Non so se riuscirà a trasformare la Chiesa: non è questo ciò che mi preoccupa. Mi convince il fatto che lui ci stia provando, calcolando la variabile-rischio. Poi, fantastico, per lui non è importante conquistare una terra, l’importante è aprire un processo. Mi ci trovo, è rasserenante come prospettiva: mi libera dall’ansia della prestazione di dover salvare il mondo a tutti i costi. Per quello che è nelle mie possibilità, farò tutto per essergli di aiuto nel dare forma a questa Chiesa che gli arde nel cuore.

Ultima domanda don Marco. Lei è una persona felice?
La mia è una scelta fatta da bambino: piuttosto che essere una persona normale, ho scelto di essere una persona felice. Con annessi e connessi. Sono felice se la felicità è un processo: l’avessi già in tasca, mi addormenterei. La mia è una felicità-inquieta, sempre in stato di gravidanza. è la felicità di Antoine de Saint-Exupéry, quella di sant’Agostino. Di sicuro non cerco la normalità, questo sia chiaro: non c’è nulla di più disgustoso, per me, di un uomo-abituato. Per me è uno che ha firmato un contratto con la morte e, giornalmente, le versa una sorta di acconto perchè gli tenga libero il loculo.

di Vincenzo Paticchio

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