PAOLA BINETTI

LA COERENZA TRA FEDE E OPERE È IL DISTINTIVO DI OGNI CRISTIANO

 l suo impegno di cattolica in politica comincia nel  2006 dopo che per quarant’anni si è divisa tra la professione di neuropsichiatra infantile e quella di docente universitaria. “Dodici anni di battaglie - scrive di sé la senatrice Paola Binetti circa la sua attività parlamentare - proposte di legge, mozioni, interrogazioni e interpellanze urgenti, ma soprattutto di incontri, associazioni e brava gente alle prese con istituzioni, burocrazia e difficoltà. Qualche obiettivo è stato raggiunto, qualche buona notizia è arrivata, ma chi si ferma è perduto”. L’abbiamo incontrata a Venosa presso l’Istituto dei Padri Trinitari dove è intervenuta per la cerimonia di premiazione del Premio Viglione.

Senatrice Binetti, lei non ha mai taciuto il valore cristiano del suo impegno specie in politica. Non crede che anche in Italia ormai i cattolici tendano a disgiungere la fede - considerata un fatto privato e,  al limite, di culto collettivo - dalle scelte per la convivenza civile?
Io credo che il cristiano oggi, in politica come in ogni altra manifestazione del suo impegno civile e professionale, debba recuperare in profondità il valore dell’unità di vita.  Non si può vivere come schizofrenici, accantonando le proprie convinzioni quando si entra in contatto con ambienti che sono o che per lo meno sembrano ostili. La coerenza resta la cifra più importante per definire la nostra affidabilità e l’autorevolezza delle posizioni che di volta in volta assumiamo. D’altra parte già San Paolo, parlando ai primi cristiani, metteva in evidenza la necessità di una stretta sintesi tra fede ed opere e tutta la dottrina sociale della Chiesa si basa su questo assioma che non richiede dimostrazioni. La nostra fede deve trasparire dal nostro modo di comportarci e Papa Francesco in molteplici occasioni ha messo in evidenza come l’una non possa darsi senza le altre. Mi riferisco ad esempio alle opere di misericordia, proposte nell’anno del Giubileo come forma concreta della nostra fede e alla recente esortazione sulla santità della vita quotidiana: Gaudete et exsultate. Il cristiano o si comporta sempre come tale, pur con le inevitabili fragilità, o non ha ancora capito bene in cosa consista la sua vocazione battesimale.

In quale modo la Chiesa come istituzione e come comunità può sostenere il lavoro di chi si sforza di farsi guidare dal Vangelo e dal Magistero nella propria attività politica?
Sono due i modi classici con cui da sempre la Chiesa sostiene il lavoro non solo di chi si sforza di farsi guidare dal Vangelo, non solo in politica, ma in ogni altra attività umana, professionale e sociale: da un lato attraverso la formazione e dall’altro attraverso la grazia dei sacramenti. Il Vangelo e l’Eucarestia come modelli fondamentali di formazione e di grazia. Alla Chiesa non compete dare lezioni di economia o di dottrine politiche; di bioetica e di biodiritto, ma compete invece mettere i cristiani davanti alla forza dirompente della proposta evangelica, che resta oggi come ieri la buona novella per antonomasia. Ma l’uomo non è lasciato solo davanti alla rivoluzionaria proposta di cambiare stile di vita proposto nelle Beatitudini. è costantemente accompagnato dal sostegno della grazia, a cui può attingere con la frequenza che desidera: la penitenza, per riconoscere e chiedere perdono delle sue mancanze, e l’eucarestia per far crescere dentro di se la carità, l’amore per gli altri, lo spirito di servizio, ecc… Ecco perché la formazione politica che in molte diocesi è stata lanciata con l’aiuto di docenti competenti e con l’esperienza di politici saggi, può rimanere sterile se non si accompagna ad una specifica formazione alle virtù umane e ad una concreta vita di orazione.

Come vive le aperture di misericordia di Papa Francesco verso “periferie” che fino a poco tempo fa anche dentro i confini del mondo cattolico erano “inesplorate” ed escluse da ogni possibilità di recupero e di salvezza?
Papa Francesco intercetta lo spirito del tempo e ne denuncia le contraddizioni chiamando tutti i cristiani ad un costante esame di coscienza che abbracci molti aspetti del nostro vivere sociale. L’attenzione ai poveri e la lotta contro le discriminazioni che è facile rilevare sul piano della povertà, della malattia, delle migrazioni, hanno il sapore evangelico di quello che rispose Gesù ai discepoli di Giovanni il Battista, che gli chiedevano se fosse Lui il Messia o se si dovesse attendere qualcun altro. Gesù rispose loro: Dite che i ciechi vedono, i sordi odono, gli zoppi camminano… ma soprattutto: ai poveri è annunciata la buona novella. Oggi come ieri, sono sempre gli ultimi quelli a cui il Signore si rivolge, in piena coerenza con la decima beatitudine che dice:  Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Nei mesi scorsi, alcune questioni riguardanti il biotestamento hanno messo a dura prova il valore imprescindibile della vita. Come ha vissuto da parlamentare e da cristiana questo passaggio proiettato purtroppo verso la pratica dell’eutanasia?
La legge sul biotestamento recentemente approvata dal Parlamento contiene molte criticità che non mi hanno consentito di votarla. L’assenza di limiti posti alla libertà del paziente, che si spingono fino al rifiuto totale anche di cure salvavita e includono il diritto a chiedere la sedazione profonda, aprono il varco ad un doppio rischio di eutanasia passiva ed attiva. Non a caso, dopo alcuni casi mediaticamente forti, qualcuno ha parlato di via italiana per l’eutanasia. Né avrei mai potuto approvare una legge che riduce il ruolo del medico a mero esecutore della volontà del paziente, garantendogli una sorta di immunità legale se le sue richieste hanno il carattere estremo di cui ho detto sopra. E infine considero un rischio gravissimo per ospedali, rsa, ecc. che si ispirano ad una esplicita visione cristiana della vita, come sono molte delle istituzioni religiose, il dover accogliere comunque le richieste del paziente, anche se il medico per caso si rifiutasse di dar loro seguito. Il singolo potrebbe dire di no, sempre a suo scapito, ma la struttura residenziale in cui il paziente è, dovrebbe comunque dar seguito alle sue richieste. è una legge che spero di far modificare per limitarne i danni possibili, soprattutto se penso alle tante forme di demenza senile, o di Alzheimer, in cui i pazienti potrebbero essere indotti a firmare senza avere la piena consapevolezza delle loro conseguenze.

La questione del gioco d’azzardo. Si tratta di una dipendenza grave e di una patologia ancora poco riconosciuta. Cosa può dirci di cura e riabilitazione?
Lo Stato nei confronti del gioco d’azzardo esercita un ruolo di estrema ambiguità. Ne ricava una cifra che si aggira intorno ai 15 miliardi, con un volume di gioco complessivo che ormai ha raggiunto i 120 miliardi di euro e ne investe una parte assolutamente sproporzionata nei canali della prevenzione e della cura. Paradossalmente è più quello che investe in pubblicità tra spot e sponsorizzazioni che quello che investe in formazione, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni. Di fatto non c’è nessuna attenzione scientificamente fondata nella sperimentazione di nuovi modelli di cura e di riabilitazione. Con l’aggravante che spesso si tratta di dipendenze multiple: droga, alcol e gioco rappresentano una triade viziosa che induce facilmente patologie ben difficili da sradicare, con una vasta e composita area di confluenza con forme di microcriminalità o in alcuni casi di criminalità organizzata. Anche in questo campo ho impegnato molte delle mie energie per presentare un disegno di legge che pur essendo stato approvato all’unanimità per ben due volte in commissione non è mai giunto in Aula per una esplicita opposizione del governo. Ho già ripresentato la legge in senato e speriamo di avere maggiore fortuna questa volta.

I temi dell’autismo sono particolarmente cari ai Trinitari che in Italia in cinque centri offrono un servizio attento e qualificato. A che punto è la ricerca e quali passi in avanti potrà fare la politica nei prossimi anni?
Considero la Legge sull’autismo uno dei risultati migliori ottenuti nella XVII legislatura, ma non basta una legge, neppure se si tratta di una buona legge, per creare le condizioni ottimali per un servizio completo, oltre che attento e qualificato. La ricerca sull’autismo deve fare ancora molti passi avanti sotto il profilo genetico, ma anche sotto il profilo psico-pedagogico. Ci sono centri in cui i bambini compresi nello spettro autistico ricevono cure che intrecciano aspetti pedagogici, sono pur sempre bambini, con aspetti clinico-riabilitativi, e i risultati che si ottengono sono molto positivi. è fondamentale che non ci si limiti all’uso di metodologie riabilitative a prevalente contenuto addestrativo, che sfruttano gli effetti di un condizionamento efficace ma di breve termine. Anche con i piccoli autistici occorre mettere in campo misure di tipo motivazionale, che facciano leva sui loro interessi e sulle loro abilità. Integrare le une e le altre è la vera creatività dei centri che si occupano di questi bambini e delle loro famiglie. Anche il ruolo della scuola è fondamentale, purchè ci siano docenti motivati e preparati. Ma dove mi sembra che gli Istituti che fanno capo ai Padri Trinitari possono ottenere i migliori risultati è proprio con i soggetti autistici adulti, finora ignorati e inghiottiti da diagnosi psichiatriche più generiche. In questo campo moltissimo resta da fare, anche per creare ambienti e contesti idonei a consentire loro di esprimere le proprie capacità in un clima relazionale che li valorizzi pienamente come persone.

Senatrice Binetti, quanto è importante, secondo lei, l’arte in tutte le sue declinazioni per “accompagnare” e sviluppare nuove forme di autonomia nella vita delle persone con autismo?
Tra le definizioni classiche di autismo c’è quella che riguarda soprattutto le loro difficoltà di comunicazione e di relazione. L’arte nelle sue molteplici manifestazioni permette di scoprire nuove forme di comunicazione e quindi interazione con gli altri. Permette di rivelarsi secondo canali non scontati, stimolando nell’altro lo stupore della scoperta e la contemplazione del bello in nuove modalità di manifestazione.

 Infine, quanto è strategico il ruolo della formazione, di base e continua, per chi opera in sanità?
Il ruolo della formazione in sanità, è importante perchè il bene affidato riguarda la vita e la salute di persone fragili, con famiglie spesso altrettanto fragili e provate da sofferenze protratte. D’altra parte, fortunatamente, si tratta di un campo in evoluzione continua grazie ad una ricerca che va dalla farmacologia alla riabilitazione; dalla clinica alla psicologia; dall’ergoterapia alla pedagogia e alla didattica specializzata. Dire formazione in questo campo significa fare riferimento sia a competenze etico-antropologiche di carattere generale, sia a competenze molto più specifiche e settoriali. Le une e le altre debbono dare luogo ad un mosaico di qualità, umane e professionali, in cui la figura dell’educatore specializzato, del riabilitatore, del docente e del medico, dal medico di famiglia allo specialista, diventa portatore di una sapere che si declina di volta in volta a seconda delle esigenze emergenti nelle persone di cui ci si prende cura.  Ciò che conta è che non si dica mai basta alla formazione di cui si ha bisogno per essere all’altezza delle aspettative dei soggetti fragili e delle loro famiglie.

di Vincenzo Paticchio

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