LORIS CAPOVILLA

“Vivo per vedere santo Papa Giovanni”
di Vincenzo Paticchio

Contando Papa Francesco che - lo confessa - gli ricorda molto il “suo” Giovanni XXIII, sono ben nove i Pontefici che ha visto. Era ancora piccolino, Loris Francesco Capovilla, quando ha sentito parlare di Benedetto XV, e poi giovane seminarista in coda al baciamano di Pio XI, durante un pellegrinaggio a Roma. Dei succes­sori, da Pio XII fino a Papa Ratzin­ger, ha avuto la fortuna e il dono di essere servo fedele e obbediente. Di quattro in particolare - Roncalli, Mon­tini, Luciani e Wojtyla - custode gelo­so ed intimo di arcani e confidenze.

Ma è di Giovanni XIII che ci parla in quest’intervista alla soglia dei suoi 98 anni. Con una lucidità incredibile e con una memoria da far invidia. Papa Roncalli, che mons. Capovilla dice di servire, ancora oggi, come un “contu­bernale” (compagno di strada) e non come un segretario particolare, pre­sto sarà proclamato santo (proba­bilmente il 27 aprile prossimo, festa della Divina misericordia, insieme col Beato Giovanni Paolo II), e il suo “contubernale” vive sobriamente in tre stanze a Cà Maitino, a Sotto il Monte (Bg), paesello natale di An­gelo Roncalli, solo in attesa che sor­ga quel gran “giorno di beatitudine e di festa”.

Mons. Capovilla, perché Giovanni XXIII è santo?

Credo che dovremmo domandarci per­ché la Chiesa Cattolica ha preso in esame la vita di questo nostro fratello che prima di tutto è stato cristiano, sacerdote, vesco­vo e poi papa. Perché l’ha preso in consi­derazione? Perché quando la Chiesa con­siglia o concede che si avvii un processo di beatificazione e di canonizzazione, vuol dire che vede in quest’uomo uno che viene proposto alla imitazione dei fratelli. Non è semplicemente la dichiarazione che sia stato un buon cristiano perché di questi, grazie a Dio, ce ne sono tantissimi nella Chiesa Cattolica, anzi in tutte le religioni. San Paolo si rivolgeva ai cristiani chia­mandoli santi e noi non dobbiamo dimen­ticare mai che il V capitolo della Lumen gentium parla della universale vocazione alla santità, non è una cosa straordinaria che ci siano i santi nella Chiesa.

Dunque la santità è per tutti i cre­denti...

Abbiamo i papi e abbiamo gli umili monaci o suorine, abbiamo re e imperatori e abbiamo umili contadini e operai. Gra­zie al cielo questa testimonianza è venuta da tutte le situazioni, da tutti i tempi, da tutti gli ambienti, da tutte le tradizioni e di questo noi siamo molto contenti. Sap­piamo che la Chiesa è severa nel condurre questi processi e quando ha maturato la convinzione che questa creatura ha eser­citato non in maniera ordinaria ma eroi­camente le virtù teologali e le virtù cardi­nali e poi ha esercitato le virtù che sono proprie della sua condizione: vescovo, sacerdote, monaco, suora, laico, principe, contadino, scrittore. Quando ha accertato tutto questo lo propone alla venerazione dei fedeli, ma prima in un raggio un po’ più ristretto della propria nazione, della propria diocesi, del proprio ordine o con­gregazione religiosa. Poi, se questo ha una fama che oltrepassa i confini ristretti della propria famiglia, della propria na­zione, viene proposto alla venerazione universale. Per noi sacerdoti è una gioia, adesso più che in passato, poter celebrare ogni anno uomini e donne santi non solo della nostra vecchia Europa, ma dell’Afri­ca, dell’America Latina, degli Stati Uni­ti, del Canada, della Cina, del Giappone, dell’India, della Corea, del Vietnam. È un’occasione straordinaria per noi. Non vorrei mai fare delle dimenticanze perché la santità è un fiore che sboccia dovunque.

Qual è lo specifico della santità di Papa Roncalli?

La semplicità e la prudenza. Il suo “Giornale dell’anima” - che è il libro delle sue confidenze iniziato da giovanetto se­minarista a 14 anni e compiuto da Papa nel 1963 - si apre con queste parole che da giovane lui ha scoperto e che possono essere una buona norma, una buona trac­cia per ciascuno di noi. L’espressione di San Giovanni Crisostomo, dottore della Chiesa, vescovo di Costantinopoli, “Sim­plicem esse cum prudentia hoc est culmen philosophie christianae”, si può tradurre in questa maniera: semplicità e prudenza sono il vertice della pratica cristiana, del­la filosofia cristiana. E in questo consiste la vita evangelica, cioè al cospetto del Si­gnore e comprende un po’ tutto: l’umiltà, la preghiera, la castità, la povertà, lo zelo apostolico. Semplice perché si specchia solo in Dio.

Eccellenza, lei è stato per 10 anni il segretario particolare di Papa Giovan­ni, prima da Patriarca di Venezia, poi da Pontefice. Perché l’ha scelta come segretario e quali sono i suoi ricordi più belli da segretario?

È stato tutto un gioco della Divina Provvidenza. Non è vero che io ho fatto il segretario particolare per 10 anni. Il Papa è morto nel ‘63, sono passati 50 anni e io ho continuato a servirlo come suo contu­bernale che è un titolo molto più bello di segretario.

Ci spieghi meglio.

Il contubernale è la persona che ti sta accanto, non è un tuo parente, ma è una persona fedele che vive con te. Io ho passa­to tutta la vita con lui, non è vero che l’ho conosciuto quando mi ha fatto segretario a Venezia. Io l’ho conosciuto prima, na­turalmente non con la corrispondenza o con incontri particolari, io l’ho incontrato nell’Annuario dell’Italia cattolica che ve­niva pubblicato ogni anno nel “Pro Fami­lia”, un settimanale cattolico di Milano.

E quando l’ha conosciuto di perso­na?

L’ho incontrato nell’anno 1935, ero ventenne ed ero seminarista. Ho visto questo volto, ho letto alcune sue note e da allora l’ho sempre seguito. L’ho, invece, conosciuto di persona nell’anno 1950 a Venezia dove venne per una celebrazio­ne centenaria dei Padri Armeni. L’ho avvicinato una seconda volta di persona nel febbraio del 1953 a Parigi e poi sono stato accanto a lui da allora fino ad oggi. Sono stato accanto non come confidente - non ho mai osato dire questa parola -, non come amico - non spetta a me dirlo -, non mi sono mai messo accanto a lui, ma sempre ai suoi piedi. Mi sono messo ad ascoltarlo, non ho mai parlato di mia iniziativa, ho parlato solo se interrogato, non mi sono mai permesso di dare un con­siglio, ma di rispondere ad una domanda di consiglio, ho cercato sempre di servirlo fedelmente.

Un grande venerazione, in poche parole...

In lui non ho visto solo la sua persona, ho visto la Chiesa. Sono pieno di imperfe­zioni, lo so, pieno di lacune, ma ci ho mes­so tutta la mia anima, ci ho messo tutto il mio tempo, tutto me stesso e non ho bada­to di lavorare, soffrire, accogliere, non per niente le ultime sue parole sul suo letto di morte sono state queste: “Loris, abbiamo lavorato insieme, non ci siamo fermati mai a raccattare i sassi che da una parte o dall’altra della strada ci venivano lanciati per rilanciarli. Abbiamo accettato, taciu­to, perdonato, amato e servito e pregato”. Per questo Papa Giovanni mi ha insegna­to che non siamo noi che facciamo, è Dio che opera. E una delle prime grandi lezio­ni che mi ha dato è stata questa: “finché tu non metterai il tuo ‘io’ sotto i piedi, sotto le scarpe, non sarai mai un uomo libero, libero da te stesso, da inutili aspirazioni, non sarai mai libero dal tentativo di dare consigli anche al Padre Eterno che siamo qui per servire e accogliere e per adempie­re la sua volontà”.

Indicendo e aprendo il Concilio Ecu­menico Vaticano II, nel suo passaggio, sia pur breve, ha lasciato un’impronta indelebile nella vita della Chiesa. Per­ché Papa Roncalli decise di dare al mondo questo respiro di novità?

Giovanni Paolo II è arrivato a dire che il Concilio Ecumenico II annuncia­to, iniziato, avviato da Papa Giovanni e poi continuato e concluso da Paolo VI è il più grande evento culturale e religioso del secolo ventesimo. Io devo ricevere i docu­menti e non semplicemente da giornalisti o da un articolo o due fatto da questo o quell’illustre teologo, ma li devo ricevere dalla Santa Madre Chiesa. I documenti del Concilio Vaticano II sono stati firma­ti sull’altare della confessione di Pietro e, come sappiamo, eroicamente Paolo VI ha fatto di tutto perché fossimo concor­di e uniti. I documenti stanno là. Oggi non dobbiamo tanto discutere sull’iter, lungo, difficile, qualche volta frastaglia­to, anche difettoso, dei tre anni del Con­cilio, dobbiamo riflettere attentamente sui documenti sottoscritti dal Papa e dai Padri. Se poi c’è qualche cosa da chiarire non spetta al singolo vescovo, ma spetta al magistero, spetta al Papa che ha accanto a sé, come tutti i Papi, dei collaboratori. Io come umile servo della Chiesa alla mia età ho incontrato non uno, ma tanti eroici prelati, santi prelati, santi dottori. Il Papa non cammina senza bussola.

Ha appena citato Papa Francesco. Non scorge nel nuovo Pontefice delle analogie con il Papa buono?

Entrambi hanno suscitato un forte consenso popolare perché manifestazione concreta e immediata dell’umanità e della bontà di Dio. Ogni mattina ricordo sem­pre la Chiesa, il nostro Papa Francesco e Benedetto XVI. Nessun papa ha tutto negativo o tutto positivo. Non ho mai mitizzato Papa Giovanni, ma la serenità, la semplicità, il modo di guardarti sono indimenticabili. E accade ugualmente con Papa Francesco. Quando gira per Piazza San Pietro dà l’impressione che vorrebbe dare la mano a tutti, vorrebbe fare una carezza a tutti. In Papa Francesco sono evidenti la bontà e l’umanità di Dio che si mostra alla gente comune. Don Primo Mazzolari, un grande prete italiano, e sono grato a Benedetto XVI di averlo ri­cordato nel 2009 nel cinquantesimo del­la morte come una buona guida dei preti italiani, quando fu eletto Papa Giovanni, disse: “Abbiamo un papa di carne”. Non si tratta di una cosa banale, perché Dio si è fatto carne. Papa Francesco lo manifesta in forma eloquente. Anche noi dovremmo incarnare il Vangelo per andare dai fra­telli, con più attenzione, meno applausi e più esemplarità di vita.

Papa Francesco ha ufficializzato la canonizzazione di Giovanni XIII nello stesso giorno di quel grande santo di Giovanni Paolo II. Lei sarà in Piazza San Pietro?

È una domanda o una provocazione? Io vivo perché sorga quel giorno. Vivo per vederlo santo e sarò in Piazza San Pietro per ringraziare. Scriveva don Divo Bar­sotti in una lettera del 28 aprile 1968: “La grandezza del suo pontificato, che pure è grande, è tuttavia infinitamente inferiore alla grandezza della sua santità persona­le”.


CUSTODE DEL PAPA BUONO

È nato a Pontelongo (PD) il 14 ottobre 1915 da Rodolfo e Letizia Callegaro. Alunno del seminario patriarcale di Venezia, è ordinato sacerdote il 23 maggio 1940 dal card. Ade­odato Giovanni Piazza. Durante la seconda guerra mondiale presta servizio militare in aviazione. L’armistizio (1943) lo coglie all’ae­roporto “Natale Palli” di Parma. Si ricorda tut­tora la sua opera umanitaria intesa a sottrarre quanti più avieri possibili all’internamento in Germania. Nel 1949 il Patriarca Carlo Agostini lo nomina direttore del settimanale diocesano La Voce di San Marco e redattore della pagina veneziana dell’Avvenire d’Italia. Per oltre un decennio, dal 15 marzo 1953 al 3 giugno 1963, funge da segretario particolare di Ange­lo Giuseppe Roncalli, prima quando questi, appena creato cardinale, viene nominato nuovo Patriarca di Venezia, poi, da Giovanni XXIII, appena eletto, quale suo segretario par­ticolare, incarico che terrà fino al momento della morte del papa. Paolo VI lo elegge, il 26 giugno 1967, arci­vescovo metropolita di Chieti, cui è unita, in perpetuo, l’amministrazione della diocesi di Vasto (oggi arcidiocesi di Chieti-Vasto), consacrandolo personalmente, il successivo 16 luglio, nella Basilica di San Pietro. Appena quattro anni dopo, viene nominato “prelato nullius” di Loreto e delegato pontificio per il Santuario lauretano. Il 10 dicembre 1988 si dimette dagli incarichi pastorali, andando ad abitare a Sotto il Monte Giovanni XXIII (Bg), paese natale di Papa Roncalli.Capovilla ha curato la pubblicazione di nu­merosi scritti su e di Papa Roncalli tra cui Il Giornale dell’anima. A seguito della morte del card. Tonini, avvenuta il 28 luglio 2013, è attualmente il secondo vescovo italiano più anziano viven­te, preceduto per età solo da mons. Felice Leonardo.

 

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