DAVIDE SAITTA

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DALLA SICILIA A MOLFETTA FINO ALLA NAZIONALE

Davide Saitta è nato a Catania il 23 giugno 1987) e gioca nel ruolo di palleggiatore nella Pallavolo Molfetta. La carriera di Davide Saitta inizia nel 2002 quando entra a far parte del Milvus Volley di Catania, in Serie C; nella stagione successiva passa al Top Volley Latina, con cui gioca nelle giovanali, per poi passare a metà campionato in prima squadra, in Serie A1. La stessa situazione si verifica anche nelle due annate succesive quando però veste la maglia della Sisley Volley di Treviso: nel 2005, con la nazionale pre-juniores, vince la medaglia di bronzo sia al campionato europeo che al campionato mondiale, mentre nel 2006, con la nazionale juniores, vince l’ennesimo bronzo al campionato europeo di categoria. Nella stagione 2006-07 è alla Pallavolo Reima Crema, in Serie A2, mentre nella stagione successiva ritorna alla Sisley, dove resta per due stagioni, vincendo anche una Supercoppa italiana; nel 2008 ottiene le prime convocazioni in nazionale, con cui vince nel 2009 la medaglia d’oro la medaglia d’oro ai XVI Giochi del Mediterraneo di Pescara. Dopo il campionato 2009-10, nuovamente alla Top Volley di Latina, in quello 2010-11 gioca per il Volley Forlì, tuttavia nel mese di dicembre viene ceduto alla Sir Safety Perugia, in serie cadetta, con cui conclude l’annata; a stagione 2011-12 già iniziata si trasferisce a La Fenice Volley Isernia, sempre in Serie A2. Nella stagione 2012-13 viene ingaggiato dalla Pallavolo Molfetta, con cui ottiene la promozione in Serie A1, nella quale gioca nel campionato successivo, sempre con lo stesso club; con la nazionale vince la medaglia d’argento al campionato europeo 2013.”

 

STORIA DI UN ‘AMATO DA DIO’
Dalla Gmg di Rio all’argento Europeo

Sulla maglia da gioco di Davi­de Saitta, palleggiatore della Exprivia Molfetta di Serie A1 e della Nazionale che ha vinto a settembre la medaglia d’argento agli Europei, fino all’anno scorso appariva il nome, al posto del co­gnome. “Il mio nome racchiude cari ricordi e un grande valore. Quando ero bambino e recitavo le lodi mat­tutine insieme a tutta la famiglia, mia madre raccontava del pasto­rello Davide che, armato della sola fede, sfidò il gigante Golia e lo uc­cise con un colpo di fionda. Re Da­vide mi accompagna da sempre e portare il nome di una figura tanto imponente mi riempie di orgoglio.

 

Anche perché Davide significa amato da Dio: mio padre mi chiama diret­tamente così, a volte” spiega il pal­lavolista. I genitori del 26enne cam­pione catanese, che adesso preferisce apporre sulla divisa il cognome “per non dare l’impressione di volermi distinguere, non era certo quello l’in­tento” precisa, sono profondamente cattolici. Hanno trasmesso la fede ai quattro figli e indirizzato loro al cam­mino neocatecumenale.

 

Chi è Davide Saitta?

 

Prima di tutto è uno studente di Giu­risprudenza e poi un ragazzo che gioca a pallavolo ormai da diversi anni. Porterò a termine i miei studi poiché non voglio essere etichettato solo come uno sporti­vo, ma sono convinto che una qualifica maggiore sia d’uopo non solo perché da più parti mi hanno sempre sollecitato a proseguire, ma perché ne comprendo la necessità. Non è stato facile da non frequentante e non lo è tuttora poiché mancano ancora otto esami alla laurea.

 

Traspare la tua modestia, in quanto non ti sei subito identificato come un pallavolista piuttosto importante prediligendo l’aspetto dello studio e dell’impegno accademico che vuoi portare a termine con successo. Cosa ci puoi dire in merito alla chia­mata in nazionale ricevuta durante la Gmg?

 

Ad aprile sono stato inserito nella pri­ma lista dei 22 della World League che si gioca ogni anno nel periodo di giugno-luglio. Da quella lista, il Commissario tecnico della Nazionale ne avrebbe scelto solo 12 da portare al torneo. Già quella, fu per me un’occasione nuova ed impor­tante oltre che un onore, costituiva un bel traguardo anche in ragione della bril­lante stagione disputata a Molfetta. Da quel momento sono stato in allerta nel caso mi fosse giunta la convocazione. La chiamata, però, non arrivava: l’allenatore con me era stato molto chiaro, ma intuivo che qualcosa poteva succedere da un mo­mento all’altro per cui avrei dovuto solo tenermi pronto. Mentre concludevo gli ultimi giorni di vacanza per poi riprende­re la stagione e mi trovavo in Brasile per la Gmg di Rio mi è giunto un sms dell’al­lenatore della nazionale, Mauro Berruto: mi chiedeva di tenermi pronto per l’Euro­peo da cui abbiamo portato a casa la me­daglia d’argento.

 

Tu parli di vacanza, certamente la Gmg che ogni anno viene indetta dal Papa non è una vacanza vera e propria ma presuppone una profonda e convinta scelta interiore. Perché ti sei recato alla Gmg?

 

Sono membro del Cammino Neocate­cumenale e sin da quando il Beato Gio­vanni Paolo II ha indetto queste Giornate con il mio gruppo ha sempre risposto con gioia a questa chiamata. Tuttavia, già all’età di 13 anni grazie ai miei genitori che all’epoca erano catechisti del Cam­mino, sono stato iniziato all’arricchente esperienza delle Gmg. È divenuto, poi, un appuntamento fisso, compatibilmente con gli impegni sportivi che di volta in volta sono aumentati nella mia crescita umana e sportiva. Finora ne ho compiute cinque: Roma 2000, Toronto 2003, Sidney 2008, Madrid 2011 e Rio 2013. L’unica che ho saltato è stata Colonia nel 2005 in quanto giocavo il Mondiale pre-juniores.

 

È evidente che la tua vocazione cristia­na nasce in famiglia. Vorresti parlarci del tuo cammino e dell’esperienza per­sonale che ne hai tratto?

 

In realtà nasco all’interno del Cam­mino Neocatecumenale perché sono stato battezzato una notte di Pasqua durante una delle consuete veglie. Avevo pochi mesi. I miei genitori sono sempre stati molto vicini e costanti nel trasmettere questa fede, questa sana devozione ai loro quattro figli, compreso me, che sono il ter­zo. Il sabato sera ci si accostava all’Euca­ristia e la domenica mattina si recitavano le lodi in famiglia. Già a 13 anni ascolta­vo le catechesi per adulti che sono la fase antecedente a quella neocatecumenale per cui mi sono sempre più “compromes­so” con la mia comunità. Poi, però, a 16 anni ho avuto la possibilità di scegliere se continuare a stare con la mia famiglia o andare a vivere da solo. L’ho fatto, sono uscito dalla famiglia e mi sono recato a giocare a Latina per 2 anni, poi a Treviso, poi a Crema, poi sono ritornato a Treviso, poi nuovamente a Latina, poi Forlì, Pe­rugia, Isernia e Molfetta e dappertutto ho trovato sempre comunità neocatecume­nali pronte ad accogliermi fraternamente. Lì dove mi recavo per giocare a pallavo­lo ricercavo anche la comunità perché il Cammino è diffusissimo sia in Italia che in tutti gli stati d’Europa.

 

Che cosa ti ha dato e cosa ti dà anche oggi quest’esperienza di fede?

 

All’inizio ho provato un po’ di timore per cui seguivo il Cammino per evitare una “potenziale punizione”, preoccupa­zioni da ragazzo, ad ogni modo ho av­vertito la volontà di Dio, ho compreso quanto il Signore abbia seminato in quel periodo e quindi, crescendo, ho maturato la necessità dell’ascolto della Parola, del cibarsi dell’Eucarestia, di dare la giusta priorità ed importanza alle “cose di Dio”. Non intendo descrivermi come un perfet­to cristiano, ho attraversato comunque dei momenti di ribellione, di apatia, di soli­tudine, d’insoddisfazione, però compren­do che il combattimento è parte della vita ed avverto l’importanza di Dio nella mia esistenza.

 

Come hai fatto in questi anni a conci­liare i tempi e gli impegni della pallavo­lo con quelli del Cammino?

 

È stato sempre abbastanza complica­to, soprattutto a causa delle trasferte, par­tecipare alle convivenze, ma, in un modo o nell’altro, sino ad ora, sono riuscito sempre a conciliare le varie tappe. Oggi la pallavolo per me è un lavoro e non solo una passione per cui a volte sono costret­to a rinunciare ai momenti proposti dal Cammino. Prima era diverso, da ragazzi­no, quando avevo la partita e c’era la con­vivenza dovevo ancora scegliere di mette­re il Signore al primo posto nella mia vita. Adesso pur tenendo conto del mio lavoro, cerco ovviamente di fare il possibile per non mancare ai vari appuntamenti. Ad esempio, ora che gioco a Molfetta, mi reco sempre a Bari per la celebrazione del mar­tedì sera; il sabato sera, invece, se la do­menica giochiamo in casa, non trascuro l’Eucaristia, quando, invece, giochiamo in trasferta, vado alla messa domenicale nella città dove mi trovo. Attualmente la mia comunità è a Bari nel quartiere San Paolo.

 

Quanto è difficile vivere la fede e testimoniarla per un giocatore di A1 in un ambiente così patinato?

 

Di certo nei primi anni era motivo di presa in giro, di sfottò. In verità ho sem­pre avuto una personalità abbastanza forte e comunque non mi sono fatto mai “mettere i piedi in testa”, a volte anche sbagliando perché ci vuole un po’ di umil­tà in ogni caso. Tuttavia, nel corso degli anni, imparando a conoscermi, i compa­gni di squadra hanno anche compreso che si tratta di una cosa seria, da rispettare. Certo, a volte, quando non riesco a tra­smettere con la mia testimonianza e con i fatti ciò in cui credo, avverto dispiacere; noto anche , però, come il Signore conti­nui a servirsi della mia vita per portare avanti un messaggio positivo a chi mi sta intorno e condivide con me la mia stessa vita.

 

In questi anni qualcuno si è accosta­to alla tua esperienza nel mondo della pallavolo? Hai ispirato direttamente o indirettamente qualcuno ad imitarti?

 

Dei miei compagni di squadra nes­suno, perché con essi non ho sempre un rapporto molto stretto spesso; è un mero rapporto di lavoro che raramente sfocia in discorsi troppo impegnativi. È successo con altre persone che osservandomi dal di fuori reputano il mio come un corretto modus vivendi, per cui se posso essere d’esempio in qualche modo ben venga an­che perché non ho la pretesa di redimere nessuno.

 

C’è la famiglia nei tuoi progetti per il futuro?

 

Sì, nel senso che penso di avere la vo­cazione per creare una famiglia cristiana come hanno fatto i miei genitori. Sono ben consapevole che non sarà facilissimo ma con l’aiuto di Dio… Ma è pur vero che sono abituato a stare da solo e l’idea di avere accanto qualcuno in questo momen­to non mi sfiora, mi sento più un lupo so­litario.

 

Come ti trovi a Molfetta? Come tra­scorri le tue giornate?

 

Divido un appartamento vicino al palazzetto con un mio compagno di squa­dra. A Molfetta mi trovo molto bene, sto attraversando un periodo bellissimo sia sportivamente che comunitariamente, mi circonda un ottimo ambiente che mi ha accolto come si conviene e ho degli ottimi compagni di squadra. Quest’anno speria­mo almeno di eguagliare quanto abbiamo già realizzato l’anno passato vincendo il campionato di A2. Ora in A1 è tutt’altra storia, stiamo lavorando tanto, speriamo di raggiungere gli obiettivi che ci siamo fissati

 

Un pensiero, un’emozione su Giovanni Paolo II visto che con questi hai inizia­to l’esperienza della Gmg…

 

Sono passati diversi anni dalla sua dipartita, ero davvero un ragazzo quando seppi della sua morte. Mi trovavo in Let­tonia per gli europei pre-juniores e ricor­do che proprio quei giorni erano gli ultimi della sua vita terrena ed al ritorno in ae­reo leggendo tutti i giornali ebbi momenti di sconforto e di pianto. I mesi successivi li trascorsi guardando le immagini più belle del suo Pontificato. Mi soffermavo spesso su quel famosissimo e dolcissimo discorso appena dopo l’elezione ed anche quello in cui implorava tutti dicendo con forza: “Non abbiate paura… aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Mi ha in­segnato che Cristo deve abitare il centro della nostra esistenza, che Lui è l’unica persona che conta davvero, certamente ha avvicinato tantissimi alla figura del Papa.

 

Un riflessione, un sms anche su Papa Francesco…

 

Prima ancora di Francesco, Papa Benedetto, che ho apprezzato in quanto anch’egli ci ha regalato esperienze im­portanti con le Gmg. È una figura dotta e di spessore che ha dato il suo sostegno alla Chiesa, ognuno nel suo tempo. Na­turalmente, l’attuale Papa è un pontefice rivoluzionario che cerca di ricucire e di rattoppare alcune incrinature della Chie­sa che, come sappiamo, è insieme santa e meretrice.

 

Il tuo ambiente di lavoro è pieno di lu­strini e vive di immagine, è un mondo piuttosto spettacolarizzato intorno al quale orbitano molto denaro ed appa­renza. Tutto ciò non ti mette in diffi­coltà rispetto alle scelte del vangelo e della fede?

 

Ognuno di noi nel suo piccolo è com­battuto quando non riesce a realizzare a pieno il messaggio evangelico. Fare la sua volontà nella mia vita oggi credo sia far bene il mio studio, il mio lavoro, cercan­do di vivere correttamente, poi, il Signore che vede nell’intimità di ognuno, conosce, come nel mio caso, se il successo diven­ta motivo di boria o di immoralità e nel segreto mi ammaestra, mi bacchetta e mi accompagna sempre.

 

 di Vincenzo Paticchio
(ha collaborato Christian Tarantino)

 

 

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