FRANCESCO GIORGINO

FRANCESCO CHI...
Francesco Giorgino, nato ad Andria l’8 agosto 1967 è un giornalista, conduttore televisivo e docente italiano.
Professore a contratto, studioso di tematiche sociali e saggista. È caporedattore centrale della redazione Interni del Tg, volto noto e conduttore del Tg1 delle 20. Inizia la sua carriera di giornalista quando, non ancora diplomato, collabora con l’emittente privata di Andria “Telesveva”. È giornalista pubblicista dal 1988, e si laurea in giurisprudenza nel 1990 presso l’Università degli Studi di Bari, con una tesi sul Sistema radiotelevisivo pubblico e privato ed ordinamento costituzionale. È praticante dal 1991, quando entra in Rai nella redazione di Unomattina. Diventa giornalista professionista a gennaio 1993.
Nel 1993 scrive il suo primo libro (Intervista alla prima Repubblica). Dal 2001 è professore a contratto presso la facoltà di Scienze della comunicazione dell’università «La Sapienza» di Roma, dove insegna Teorie e tecniche del newsmaking. Dal 2013 è professore presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma.
Collabora con la Rivista San Francesco Patrono d’Italia, dei francescani conventuali di Assisi.
Dal 2000 è conduttore del Tg1 delle 13.30, nel 2010 - sotto la direzione di Augusto Minzolini - torna alla conduzione dell’edizione alle 20 che aveva già condotto per un breve periodo nel 2004-2005. Il 13 marzo 2013 annuncia nel corso di un’edizione straordinaria del Tg1 la fumata bianca del conclave che ha eletto Papa Francesco.

SIAMO CITTADINI DI UN PAESE IN CUI SVANISCE SEMPRE PIU' IL SENSO PREZIOSO DELLA COMUNITA'

Giorgino non ha bisogno di presentazioni. Basta accendere la tv ogni sera qualche minuto prima delle 20 e sintonizzarsi su Raiuno ed il gioco è fatto. Il volto sereno ma serio. Rassicurante ma autorevole. E la voce, chiara e intonata. Entra nelle case degli italiani. Ma non come ospite: come uno di famiglia.

Francesco Giorgino, lo ha ripetuto più di una volta. È vero che si sente una persona fortunata per aver raggiunto i suoi obiettivi e realizzato i suoi sogni?
Sì, certamente sì. Sono riuscito a raggiungere gli obiettivi che mi ero riproposto di raggiungere sin dall’adolescenza. Svolgo una delle professioni più belle del mondo. Lavoro nel giornalismo sin dal 1988. Nel 1991 ho mosso i primi passi in Rai, al Tg1, nella rete ammiraglia del servizio pubblico radio televisivo. Dal 1999 ho associato a questa professione anche l’attività accademica in atenei di grande prestigio come Sapienza, Luiss di Roma e, più recentemente, anche l’università “Aldo Moro” di Bari.

Sogna ad occhi aperti quindi…
Ho realizzato ciò che ho sempre desiderato di realizzare. Sono riuscito ad incontrare le persone giuste al momento giusto. Ai giovani ripeto spesso: servono impegno, determinazione e preparazione, ma è necessario anche incontrare persone più autorevoli di te che sono disposte a darti la chance che aspettavi di avere. È importante tutto ciò, altrimenti anche con una solida formazione alle spalle si complica ogni cosa. La mia più grande fortuna, dunque, è stata quella di aver incontrato sia in ambito giornalistico sia in ambito universitario qualcuno che ha saputo comprendere in modo autentico il significato della mia passione e della mia determinazione, sviluppandola in conoscenza e in competenza.

E in questo lungo percorso avrà incontrato degli ostacoli da superare…
Non c’è ombra di dubbio. In tutti i percorsi umani e professionali vi sono situazioni difficili da affrontare. Si può superare tutto. L’importante è farlo con calma, con pazienza ed avendo uno sguardo lungo. Del resto, i nostri nonni dicevano che “più in alto sali, più ti fai male quando cadi”. Ragion per cui bisogna prendere atto che quando si opera in un contesto complesso e molto competitivo le difficoltà sono all’ordine del giorno. Ciò che è importante considerare è che l’ostacolo altro non è che una prova da superare. Una prova che favorisce la maturazione professionale e umana.

Per perseguire i suoi obiettivi ha dovuto allontanarsi dal Sud, lasciando Andria, la sua terra, dove ha mosso i suoi primi passi nel campo del giornalismo. Oggi lei probabilmente sarebbe definito un ‘cervello in fuga’, si sente tale?
Ma no, ho semplicemente “delocalizzato” la mia attività professionale, anche perché all’epoca (fine anni Ottanta) in Puglia era più difficile perseguire l’attività giornalistica. Ritengo molto utile il percorso svolto da giovane in televisioni private e quotidiani locali, anche se per completare il mio percorso di formazione è stato necessario raggiungere Roma subito dopo la laurea. Detto questo, non parlerei di ‘cervello in fuga’ anche perché ho sempre cercato di mantenere con la Puglia un rapporto strettissimo. Ad esempio, a parte i miei continui ritorni nella sesta provincia pugliese per l’esigenza di venire a trovare i miei genitori e i miei fratelli che vivono ad Andria, svolgo l’attività di editorialista de La Gazzetta del Mezzogiorno tutti i lunedì mattina. È un modo per mantenere saldo il legame con la nostra regione. E poi da quest’anno insegno anche all’Università di Bari: un’esperienza che mi dà la possibilità di offrire un contributo alla ricerca e agli studi sociologici, nello specifico nella sociologia della comunicazione, a vantaggio di studenti pugliesi. Peraltro l’ateneo barese è anche l’università dove mi sono laureato.


Il suo lavoro nella redazione giornalistica del Tg1 le avrà fatto conoscere sicuramente, dal di dentro, il mondo dell’informazione della tv di Stato. Come funziona l’informazione in un contesto in cui l’editore, in fin dei conti, non è altri che il Parlamento?
Quando la Corte Costituzionale, a metà degli anni ’70, sollecitò il legislatore a legiferare in materia di regolamentazione del servizio pubblico televisivo, spostò il baricentro dal Governo al Parlamento, alla cui vigilanza sottopose il servizio pubblico radio-televisivo alla logica. E lo fece scientemente con un presupposto assolutamente condivisibile ed accettabile, ovvero quello di garantire il pluralismo.

Cos’ha di diverso la Rai rispetto al resto del mondo dell’informazione in Italia?
Se c’è un qualcosa che contraddistingue la Rai, almeno nella generalità delle situazioni, è proprio quello di perseguire l’obiettivo del pluralismo. Una parola che, però, va declinata in tanti modi, in quanto non è solo il pluralismo politico il problema, anche se è l’aspetto di fatto più evidente e mediatico, visto che con esso si misura il tasso di credibilità e di obiettività dell’informazione. Al pluralismo politico è stato affiancato sin da subito il tema del pluralismo culturale, sociale, religioso e territoriale. Uno dei massimi punti di forza della Rai è proprio il pluralismo territoriale.

In che senso?
Ogni regione dispone di una sede Rai e riesce a servire capillarmente l’intero territorio nazionale. Non solo. In questo modo l’azienda si pone davvero al servizio dello sviluppo di ogni parte del Paese sviluppando coesione nazionale e connettendo le singole identità territoriali con un’unica idea di Stato, di Nazione e di popolo. Si pensi a tal fine al fatto che una parte dell’Italia a metà del secolo scorso è stata alfabetizzata per immagini grazie ad alcuni programmi del servizio pubblico. I capisaldi della Rai sono tre: informare, intrattenere ed educare. Sono le nostre bussole, anche se la navigazione avviene facendo ricorso a linguaggi diversi dal passato.
La concorrenza, sia essa Mediaset, digitale terrestre o satellitare, le ha mai chiesto di passare dall’altra parte?
Io sono legatissimo alla Rai e al Tg1 dove ho iniziato a lavorare sin dall’età di 23 anni. Sono un figlio della Rai ed in quanto tale difficilmente rinnegherei i miei genitori.

Se dovesse mettere un fiore all’occhiello della sua giacca, cosa sceglierebbe rispetto a tutto ciò che ha fatto negli anni?
In realtà penso a tante cose, perché professionalmente parlando sono il risultato di un processo graduale. Ogni servizio, ogni conduzione per me è molto importante. Comunque, l’esperienza che ricordo con più emozione è stata la diretta in occasione della notizia delle dimissioni di Papa Benedetto XVI e quella per l’elezione di Papa Francesco. Avevamo organizzato la copertura di quest’evento planetario con una squadra che si occupava di edizioni ordinarie ed un’altra, di cui facevo parte io, che si occupava delle edizioni straordinarie. Abbiamo lavorato rimanendo nello studio televisivo del Tg1 per ore e ore in attesa che giungesse la notizia della fatidica ‘fumata bianca’. E date la difficoltà di interpretare nei primi secondi l’esatto colore del fumo in uscita dal comignolo, c’eravamo organizzati con più telecamere con le quali produrre inquadrature da più angoli di visuale. Tutto ciò per non sbagliare e per per annunciare per primi l’elezione del nuovo Papa. Un momento emozionantissimo che ancora adesso nel ricordarlo mi procura un brivido.

Parlando della comunicazione e del suo lavoro accademico, quanto internet e i social hanno sconvolto il mondo dell’informazione?
Tantissimo. Bisogna fare i conti con un nuovo modo di comunicare, un nuovo ecosistema comunicativo che mette insieme ed ibrida i formati classici dei cosiddetti media mainstream, mezzi di comunicazione tradizionali come la carta stampata, la radio, la televisione e quelli dei cosiddetti new media, fra i quali un ruolo sempre più preponderante lo svolge l’universo variegato ed articolato dei social network.

E quindi?
È vero che dal rapporto Censis 2018 sull’informazione, emerge una diminuzione progressiva della quantità di persone che utilizza Facebook come mezzo di informazione e non soltanto come social. Altrettanto lo è il fatto che, nella classifica generale degli strumenti utilizzati dagli italiani per informarsi, al primo e al terzo posto ci sono rispettivamente i telegiornali generalisti e le all news, ma al secondo posto c’è la piattaforma social inventata da Zuckerberg.

Una foto della società italiana.
La nostra è una società che si è evoluta molto dal punto di vista culturale, ma ancora scontiamo ritardi enormi dal punto di vista della trasformazione digitale. È una società che sta provando a ridurre dal punto di vista tecnologico il divario generazionale, mentre dal punto di vista sociale sta cercando di contrastare il tasso ancora molto elevato di disuguaglianze. Più in generale, la società italiana come tutte quelle di matrice occidentale del resto, è alle prese con la prospettiva della de-socializzazione, dell’individualismo libertario, ovvero dell’enfasi riservata all’individuo più che alla persona e di un’interpretazione errata del concetto di libertà da troppi vissuta come un assoluto. È alle prese con i problemi legati alla perdita di mappe concettuali e valoriali alle quali aggrapparsi per trovare o ritrovare l’orientamento.

Per dirla con una metafora?
Il paradosso del nostro tempo è quello di vivere in un modello sociale e culturale in cui, a fronte di una bulimia di stimoli di conoscenza si registra una sorta di anoressia del senso comunitario. Questo crea non pochi problemi dal punto di vista della gestione dei processi macro e micro sociali.

Qual è il rapporto di Francesco Giorgino con Dio e con la fede?
È una domanda molto impegnativa. La mia formazione ha alla base la consapevolezza profondamente radicata in me che l’uomo non può bastare a sé stesso, visto che egli ha bisogno di punti di riferimento, di ancoraggi dal punto di vista etico, morale e spirituale. Sono cresciuto nella convinzione, dunque, che il valore dell’immanenza esiste nel momento in cui vi è contemporaneamente la possibilità di associare ad esso il valore della trascendenza. Sono un credente e ritengo che chi ha ricevuto il dono della fede, perché di questo si tratta, ha la capacità di collocare tutto il senso della propria esperienza in una dimensione più ampia di quella che, normalmente, è capace di svilupparsi in assenza di questo dono.

Come vive il Natale un giornalista famoso come lei?
Cerco di stare il più possibile in famiglia, anche se spesso per ragioni lavorative questo non è possibile. Il Natale è famiglia e la famiglia è Natale.

Andria è la sua città natale. Nel secolo scorso la città e la diocesi hanno potuto provvidenzialmente godere del passaggio di un vescovo santo, il trinitario Giuseppe Di Donna. Una figura profetica in anni difficili nel mezzogiorno d’Italia. Oggi ad Andria i Trinitari proseguono l’opera di Di Donna con l’attenzione e il servizio per le persone disabili.
Monsignor Di Donna è stato per dodici anni alla guida della diocesi di Andria ed ha lasciato il segno non solo nella mia città natale. In questo periodo è sempre stato a fianco degli ultimi, come per esempio i contadini sfruttati dai grandi proprietari terrieri. So che diede a molti bisognosi parte dei propri beni. Fu un operatore di pace sociale e lavorò per ridurre le disuguaglianze. È una figura che meriterebbe di essere ricordata di più e meglio.
* ha collaborato Christian Tarantino

di Vincenzo Paticchio
* ha collaborato Christian Tarantino

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto