CLAUDIA KOLL

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CLAUDIA CHI...
Nasce a Roma da famiglia italo-romena nel ‘65. Dopo aver frequentato il liceo classico Orazio a Roma, frequenta diversi corsi di teatro e ha un paio di piccole parti, finché nel 1992 viene scelta da Tinto Brass per la parte della protagonista in “Così fan tutte”. Il film riscuote un buon successo e lancia la Koll, nella prima metà degli anni ‘90, quale diva erotica in Italia. Dal ruolo della moglie ingenua e traditrice però la Koll fatica a uscire, e non sono di aiuto le sue successive partecipazioni cinematografiche. Sul piccolo schermo nel 1995 viene chiamata da Pippo Baudo per presentare, assieme a lui e ad Anna Falchi, il Festival di Sanremo. Questa partecipazione permette alla Koll di costruirsi un personaggio mediatico più “rassicurante” e prelude ai successivi ruoli nelle fiction televisive: dal 1997 infatti è protagonista, insieme a Nino Manfredi, della fortunata serie “Linda e il brigadiere” (1997-2000), subito seguita da “L’impero” (2001) e da “Valeria medico legale” (2000-2002). È il periodo in cui l’attrice vive una conversione: la Koll diventa una fervente cattolica e inizia a cercare parti che si addicano a questo suo nuovo sentire. Oltre al teatro, che ha sempre praticato nel corso degli anni, recita dunque in film-tv a tema religioso come Maria Goretti (2003) e San Pietro (2005). Nel 2009 assume la direzione artistica della Star Rose Academy di Roma (docente di canto Franco Simone, tra le allieve suor Cristina Scuccia) e firma la sua prima regia teatrale con la commedia musicale “A piedi nudi nel parco”; da quel momento in avanti dirige i giovani artisti dell’Accademia in molte altre rappresentazioni teatrali. La trasformazione avviene durante il Giubileo del 2000, quando accompagna la sua amica e coach americana a San Pietro per passare la Porta Santa. Ha deciso, quindi, di dare una svolta alle proprie attività personali e professionali. Si dedica a diverse associazioni di volontariato e all’apostolato, testimoniando in incontri di preghiera il “giro di boa” impresso alla propria esistenza. Nel 2005 decide di fondare l’associazione Onlus “Le opere del Padre”,[12] con lo scopo di aiutare le persone con particolari sofferenze sia fisiche che psicologiche, soprattutto in Africa. .

“NON HO BISOGNO DI ESSERE SUORA PER TESTIMONIARE LA GIOIA DEL MIO INCONTRO CON CRISTO”

I  l suo passato rinchiuso nel cassetto dei ricordi. Ma senza rimpianti e senza rimorsi. La conversione quasi improvvisa e inaspettata ha reso Claudia, un’altra persona. Oggi, parlare con lei, ti sorprende molto di più e soprattutto ti contagia, ti prende, ti dona pace interiore. Non è più un personaggio: è tornata ad essere una persona. Speciale. Ma pur sempre una persona. Innamorata di Dio. Fedele alla Chiesa. Serva dei poveri.

Signora Koll, ha varcato la Porta Santa solo 18 anni fa e cioè nel 2000. Prova rammarico per questo?
In realtà sono contenta di averla varcata nel 2000, l’anno di grazia del Signore, perché ho fatto esperienza della sua misericordia che oggi annuncio agli altri.

Prima di allora cos’era la verità nella sua vita? E ora che la sua vita ha preso un’altra via, le capita mai di rimpiangere la vita precedente?
Mai rimpiangere il passato. La storia con il Signore in realtà inizia con la mia nascita, o addirittura sin dal mio concepimento: il Signore mi ha accompagnata da sempre, adesso ne sono consapevole. E, ripensando con attenzione al mio trascorso mi accorgo di ogni passaggio in cui Dio operava, anche quando non riuscivo a rendermene conto. Non lo amavo perché non lo conoscevo. Lo conobbi in un momento, per me, di grande disperazione e sofferenza, scoprendo quanto poteva essere amorevole, tenero, che non giudica, che non condanna, ma ama. E stringendoti al suo cuore ti dà la forza, attraverso lo Spirito Santo, la grazia per ripartire. Quindi, da testimone della resurrezione, non ripenso più al mio passato di attrice, né alle luci della ribalta. L’altra sera al nostro centro di ascolto, dove accogliamo i poveri che vivono per strada, mi è capitato di essere avvicinata da un ex pugile che sperava di poter fare una clip con me per riacquisire notorietà: a lui ho ribadito che la mia vita è cambiata, e di aver scelto la via della verità tutta intera.

E oggi che cos’è per lei la verità?
La verità per me è una ricerca costante. Ricordo che durante i miei studi scolastici amavo particolarmente la filosofia, perché già allora in qualche modo cercavo delle risposte per comprendere il senso dell’esistenza e della sofferenza. Già dalla nascita ho subito avuto problemi di salute e sono stata accudita, essendo malata anche mia madre, da mia nonna non vedente, per cui tante domande si sono generate dentro di me. Per esempio, a cinque anni fui colpita da un’epatite che mi costrinse a trascorrere in isolamento lunghi periodi, durante i quali cominciai a leggere molti libri, che a volte erano di un livello culturale più alto di quanto fosse naturale alla mia età. Uno di questi era “Essere o Avere?” di Erich Fromm. L’aver cominciato a leggere presto mi ha indotto a ricercare la verità dentro di me.

Quali sono state le tappe di questa ricerca? Da quali oscurità è passata per giungere alla luce?  
In questa ricerca interiore di verità non sempre sono stata ben guidata perché, come spesso accade tuttora, anche io, come tanti, ho smesso di frequentare la chiesa dopo la cresima e quindi, mancandomi il riferimento della Parola di Dio, ho iniziato a cercare le parole degli uomini attraverso i romanzi dell’Otto-Novecento che mi hanno un po’ distorto la visione della realtà. Al liceo conobbi ottimi docenti, però tutti atei, i quali mi proponevano una visione della realtà piuttosto piatta ed orizzontale, in cui non c’è altro che l’uomo. Tutto ciò ha generato in me un grande senso di giustizia e sensibilità verso gli altri, soprattutto i tossicodipendenti, in quanto nel mio quartiere circolava molta droga ed era facile incontrarli appollaiati sui muretti. Pian piano si formava questa mia compassione verso i più deboli ma sempre ‘orizzontale’. Nel contempo ho sviluppato un grande disinteresse verso la militanza politica attiva, che si faceva a scuola, come verso i movimenti studenteschi, infatti autogestioni e scioperi mi annoiavano e quindi ero portata ad allontanarmi per rifugiarmi nelle aule universitarie in cui si faceva lezione. Volevo solo studiare, conoscere, sapere. In seguito, ho scelto la scuola di recitazione e la più vicina a me mi sembrò quella con il ‘metodo Stanislavskij’, perché questi era un appassionato del cuore umano e delle sue emozioni e voleva che l’attore portasse in scena il suo cuore.  Non gli veniva chiesto di recitare ma di vivere sulla scena il dramma della sua esistenza. Dopo aver partecipato ad un laboratorio su Stanislavskij, mi sono resa subito conto di quale era la mia strada. Volevo conoscermi e conoscere attraverso i personaggi la vita, mettendo in gioco il mio cuore e le mie emozioni. Andando avanti ho conosciuto anche l’attrice Susan Strasberg, figlia del regista teatrale e insegnante di recitazione Lee Strasberg con il quale fondò l’Actors Studio. Ho cominciato a studiare con lei e ho portato avanti un po’ il discorso della verità nell’immedesimazione, lavorando sulle ferite che ci portiamo nel cuore. Quindi se riuscivo a piangere in un film era perché mi ricordavo di una mia sofferenza: era dunque una ricerca assoluta della verità di quel dolore prestata al personaggio. Tuttavia, in tutto questo, mancava una coerenza di vita: anche se nel mio mestiere cercavo di essere autentica fino in fondo, paladina delle verità delle mie emozioni, nella vita mancavo, in quanto mi conformavo secondo quella che poteva essere la comodità della relazione.

Poi è arrivata la chiamata di Tinto Brass. Durante questa esperienza che, a seconda di come la si guarda può essere classificata come un errore di gioventù ma anche come un’esperienza formativa, si legge in un’intervista che i suoi genitori pregavano per la sua conversione.
I miei genitori pregavano sempre per me sin da quando avevo abbandonato la loro casa, molto tempo prima di questo film. Pregarono per più di 20 anni. Bisogna pregare per la conversione dei propri cari, spesso prolungatamente, perché necessita di tempo. Dio rispetta la libertà dell’uomo, cammina insieme a lui fino a quando non si crea il momento opportuno per fondersi con il cuore dell’uomo. Ma affinché Dio entri nel cuore bisogna prepararne la strada. Infatti, oggi, ricostruendo la mia vicenda, posso dire che durante quel film il Signore si è manifestato. Giunsi a girarlo con sofferenza, non fu una scelta facile perché sognavo il cinema di Bergman, quello psicologico e d’autore, proprio perché al centro di tutto per me c’era la ricerca dell’uomo e quando ho incontrato Gesù Cristo ho realizzato che l’uomo che cercavo era proprio lui, non un uomo generico. In lui amo tutti gli uomini. Oggi accolgo tutte le sofferenze degli uomini per offrirle a lui. Dopo un primo rifiuto, Brass ci riprovò e per un momento questo film mi sembrò quasi una zattera alla quale appoggiarmi per uscire fuori da tante situazioni che mi opprimevano. In realtà era un’altra gabbia dentro cui mi accingevo a rinchiudermi.

Che cosa è accaduto poi? Come il film l’ha ricondotta alla strada maestra?
Durante le riprese del film, siccome provenivo dagli studi di medicina, compresa virologia, con il prof. Aiuti che mi introdusse ad un convegno sull’Hiv, mi accorsi che la persona che si occupava dei miei costumi, e con la quale trascorrevo la maggior parte del tempo, era affetto di Hiv. Lui non lo rivelò mai, ma io lo capì dai sintomi, gli permisi di restare nella mia roulotte per riposarsi, lo facevo mangiare insieme a me e nacque un’amicizia spontanea fatta di compassione per la sofferenza. Non dissi mai nulla a nessuno perché l’ambiente del cinema è pieno di pettegolezzi dannosi.

Poi cosa è accaduto?
Quello fu un incontro benedetto da Dio, ne ebbi la conferma un giorno, quando mentre passeggiavo nel parco, durante una pausa di lavoro, con il mio cagnolino, fui bloccata da un ragazzo che mi recitò una poesia e poi mi disse che era uno dei tanti malati di Aids ospitati da una struttura nelle vicinanze. Mi chiese se potevo tornare a trovarlo. Era la Casa della carità, voluta da don Luigi Di Liegro, per ospitare, appunto, i malati terminali di Aids. Con loro ho passato la seconda ‘porta santa’ e sono diventata ‘amica della sofferenza’. Essi mi sono talmente entrati nel cuore proprio per i loro molti modi di soffrire: fisicamente, moralmente e spiritualmente. Tentai di consolarli, di portarli in chiesa spiegando loro che il Signore non li avrebbe abbandonati, anzi accompagnati come stava facendo anche con me stessa. Ad un certo punto cominciai a comprare loro i vestiti e ciò che ritenevo mancasse loro. Erano già bene assistiti, però agli occhi di chi viene dal lusso poteva sembrare molto poco. E poi era il mio modo per dimostrare loro la mia vicinanza. Tutto questo per dire che Dio mi ha fatto ripartire attraverso un semplice incontro, un filo che riconduceva alla mia storia, perché non è mai tutto negativo nella storia di una persona.

La conversione le ha permesso di scoprire una nuova vocazione. Ha dovuto subire lo scetticismo delle persone che prima erano abituata a vederla in tutt’altra veste?
In realtà ho incontrato il Signore all’apice della mia carriera ed è stato il dramma della mia agente che non riusciva più a chiudere un contratto. A quei tempi ero l’attrice più pagata in Italia. La mia agenzia si occupava degli attori più quotati, tra cui il figlio di Alain Delon, Kabir Bedi, etc. Però da quel momento lei non riusciva più a trovarmi un ingaggio, in quanto tutti i ruoli che mi offrivano non erano consoni alla mia conversione. Ormai leggevo i copioni alla luce del mio rapporto con Cristo e scartavo tutto ciò che non testimoniava la verità. Era il periodo in cui lavoravo in Germania e mi offrirono un ruolo da protagonista in una fiction in cui avrei dovuto interpretare una giornalista che il giorno stesso delle nozze in chiesa andava poi a trovare il suo amante; una donna dinamica, accattivante, simpatica e vincente. Questo non mi piacque assolutamente, perché non collimava con l’esperienza del Signore che mi stava trasformando il cuore. Il cristianesimo non è un moralismo, però è uno status, una scelta, uno stile di vita. E quindi, secondo me, ci deve essere da parte dell’artista un senso di responsabilità nella scelta dei ruoli da interpretare, anche perché porta dietro di sé tutto un pubblico che si riconosce in lui. Non era un atteggiamento bacchettone, ma sano. Un’altra volta mi offrirono uno spettacolo teatrale su Madonna. Un one man show, spettacolo incentrato tutto sul sesso, e non me la sono sentita. Non potevo accettare, il Signore mi ha restituito una purezza per la quale è scomparsa la malizia non solo dai miei occhi ma anche dal mio modo di parlare ed ho ritrovato la trasparenza. Alla luce di questi rifiuti la mia agente è andata in crisi ed ha iniziato a chiudere contratti invece sulle prime testimonianze, apparizioni televisive in cui mi si chiedeva di raccontare la mia conversione. E l’ho fatto gratuitamente. In seguito ho lasciato l’agenzia e nel 2005 mi sono dedicata all’Associazione “Le opere del Padre”.

 Oggi l’unico uomo della sua vita è Gesù Cristo e in lui lei ama l’umanità intera. Si dichiara missionaria ma ha mai pensato di diventare suora?
No, per il semplice fatto che non ho bisogno di essere suora per testimoniare il mio incontro con Cristo. Spesso c’è chi ne fa un dramma, ma perché non si sofferma sull’incontro. All’inizio i giornalisti mi hanno tartassata perché fa più notizia una donna, un’attrice che prima puntava tutto sul suo corpo e da un certo punto in poi si fa suora. Così facendo si perde la bellezza del messaggio del Signore e si sminuisce la mia esperienza di fede, che non è un abito da indossare ma la trasformazione del cuore e il cambiamento della vita. Ora su consiglio del mio padre spirituale sto riscoprendo la bellezza del mio battesimo.

Quanto è stato faticoso, negli ultimi diciotto anni, dare testimonianza nella coerenza di vita?
Il Signore mi ha usato sempre misericordia e mi ha tenuta in braccio soprattutto nei momenti di più grande fragilità. È questa la forza che ti fa andare avanti per 18 anni. Lo dice anche San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia…ho conservato la mia fede” ed è questo il tesoro più grande concessoci: la fede che ci salva.

A chi volesse seguire il suo esempio ed aiutarla nella sua missione, lei cosa chiede?
Chiedo tanto perché ho bisogno di tanto. Sono sempre di più i poveri che si rivolgono a noi.

Ci fa qualche esempio delle attività che svolgete?
Nel nostro centro di Fidene, periferia di Roma, accogliamo i senzatetto e facciamo un servizio di lavanderia, doccia, centro ascolto e medico, supporto per compilare ed ottenere documenti, con un avvocato che se ne occupa. Gestiamo attualmente più di 400 poveri con tutte le varie emergenze sociali che possono sorgere. È questo un impegno che ci riguarda direttamente e che svolgiamo sistematicamente due volte a settimana: lunedì e giovedì. Negli altri giorni c’è tutto un gruppo che si occupa di lavare, vestire e cucinare. È un servizio che si chiama “colomba express”. Proprio in questi giorni è arrivata una persona da Trento, ci ha conosciuti tramite la tv, ha portato un camper pieno di aiuti. Gli aiuti possono giungere in tanti modi e sono tutti bene accetti, soprattutto raccolta indumenti e medicinali. Poi, facciamo opere di beneficenza in Africa appoggiandoci ai missionari del posto e alle chiese locali e stanziamo un sussidio per i bimbi affinché possa aiutarli nella crescita e nell’istruzione. Abbiamo impiantato, altresì, una sartoria per le ragazze madri in Burundi e dalle Agostiniane ci sono stati donati degli abiti da sposa provenienti dal santuario di Santa Rita da Cascia e che noi affittiamo ad una cifra del tutto irrisoria al fine di promuovere la nostra sartoria.

Da piccola, la nonna le diceva di lasciare, la sera, nel letto un posto per l’angelo custode. Lo fa ancora?
Certo, sono molto devota all’angelo custode e, per di più, alla stregua di Santa Teresina di Lisieux, nei momenti più difficili, sono solita recitare l’Angelo di Dio insieme al Padre Nostro.

di Vincenzo Paticchio
*ha collaborato Christian Tarantino

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