MONS. ANGELO BECCIU

DA CUBA ALLA SANTA SEDE
Mons. Giovanni Angelo Becciu è nato a Pattada in provincia di Sassari 65 anni fa. Dopo la laurea in Diritto canonico riceve l’ordinazione sacerdotale il 27 agosto 1972 da mons. Francesco Cogoni, vescovo di Ozieri. Presta il suo servizio per molti anni in varie nunziature apostoliche nel mondo, tra le quali quella negli Stati Uniti d’America. Il 15 ottobre 2001, Giovanni Paolo II lo nomina Nunzio apostolico in Angola e arcivescovo titolare di Roselle. Un mese dopo il pontefice lo nomina anche nunzio apostolico a São Tomé e Príncipe. Il successivo 1º dicembre 2001 riceve la consacrazione episcopale dal Card. Angelo Sodano, allora Segretario di Stato Vaticano. Il 23 luglio 2009 papa Benedetto XVI lo trasferisce alla nunziatura apostolica di Cuba. Il 10 maggio 2011 lo stesso pontefice lo nomina Sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato. Il 31 agosto 2013 papa Francesco.

LA CHIESA NEL MONDO
“Papa Francesco ci chiede di adottare la prospettiva di Dio”

Colloquio a tutto campo con mons. Angelo Becciu, Sostitu­to per gli affari generali della Segreteria di Stato della Santa Sede. Dall’elezione di Papa Fran­cesco alla “scelta evangelica per i poveri”, proposta “in tutta la sua forza”. Dall’invito ad andare nella periferie, “più vicine di quanto non indichi il termine”, alle nuove vie di evangelizzazione, fondate su “una pastorale dell’incontro personale” e sulla “pietà popolare”. Dall’E­sortazione Evangelii gaudium, che “ha riscosso un enorme interesse”, all’augurio per il 2014: “La gioia del Vangelo raggiunga tutte le nostre periferie esistenziali”.

Eccellenza, l’elezione di Papa Fran­cesco, venuto “dalla fine del mondo”, ha operato uno spostamento dei punti di vista, con l’invito - ribadito più volte - a mettersi dalla parte dei poveri, che poi è il “punto di vista” del Vangelo.
Quello dei poveri è certamente uno dei temi portanti dell’Esortazione Evan­gelii gaudium, ma penso che per ca­pirlo fino in fondo si debba leggerlo nel quadro di un altro tema che emerge con forza ancora maggiore nel testo, quello della missionarietà. La Chiesa incontra i poveri perché è mandata, e quindi esce per annunciare il Vangelo, che è destinato in primo luogo ai poveri: “mi ha mandato ad evangelizzare i poveri”. È qui la chiave di lettura che permette di evitare ogni in­terpretazione puramente sociologica del povero e dell’azione in favore del pove­ro: nei poveri noi sappiamo di incontra­re la carne di Cristo, le sue piaghe, come ama ripetere il Papa. È “puro Vangelo”, come direbbe il Papa, quindi un tema che non è nuovo, ma che ci viene propo­sto in tutta la sua forza da Papa Fran­cesco il quale, direi, si fa qui portavoce di quella grande ricchezza e vitalità propria della Chiesa in America Latina, una Chiesa che da decenni ha maturato la scelta preferenziale per i poveri. Non dobbiamo infatti confondere le storture di una parte della cosiddetta Teologia della liberazione, dalla scelta evangelica per i poveri, ribadita in tutti i documenti dell’Episcopato latinoamericano e, direi, ancor di più, nell’azione quotidiana delle Chiese in America Latina.

Con Papa Bergoglio, è iniziato un cammino di rinnovamento che sta su­scitando moltissima attenzione e gran­de entusiasmo, ma sono anche tanti i problemi nella moderna società…
Sì, è proprio vero. Si tratta di un reale itinerario di rinnovamento, che prima di tutto è rinnovamento dei cuori. Si parla di rinvigorire le strutture e le fisionomie di alcune attività ecclesiastiche, ma il Papa, come si è avuto modo di ascoltare più vol­te, punta soprattutto alla conversione dei cuori. Ogni sua parola scuote a tal punto il nostro cuore provocando e stimolando un modo di vivere coerente e radicato nel Vangelo. Con la sua parola, la semplicità di vita, i gesti sempre scevri da atteggia­menti artificiali, ma intensamente sentiti egli offre un forte incitamento a liberarsi da tante incrostazioni ed orpelli che po­trebbero impedire la trasparenza dell’an­nuncio evangelico. Tutto ciò è frutto della sua fede profonda e del suo desiderio di condurre sempre più sulla lunghezza d’onda del Vangelo sia quanti gli siamo più vicini, sia l’intera Chiesa. I media sot­tolineano più volte le frasi che rivolge agli ecclesiastici, ma in realtà egli parla a tutti i cristiani; le folle lo applaudono, ma egli non vuole tanto essere acclamato quanto seguito come annunciatore del Signore Gesù: applaudirlo significa compromet­tersi con quello che ci invita a fare.

Uno dei termini più ricorrenti nel linguaggio del Pontefice è “periferie”. Quali sono oggi le “periferie”?
Cosa intenda per “periferie”, il Papa stesso lo ha spiegato più volte: tutto ciò che è marginale per la cultura dominante, ogni persona che viene considerata un po’ come “uno scarto” dal sistema produttivo e dalle nostre società, caratterizzate dalla lotta per chi arriva primo, per chi è più ricco, più veloce, più appariscente. Le pe­riferie delle grandi città sono un simbolo dell’essere tagliati fuori da ciò che conta, un simbolo di quelle periferie esistenziali di cui il Papa parla spesso, che sono molto più vaste e che toccano ogni uomo che ad un certo punto della sua vita si sente solo, impotente, messo da parte. Diciamo che la “periferia” è più vicina di quanto non in­dichi il termine: è ogni uomo non sfiorato dalla nostra attenzione, dal nostro amore.

E quali prospettive e nuove vie di evangelizzazione si aprono da questo messaggio del Santo Padre?
Il Papa ci chiede di adottare la stessa prospettiva di Dio: partire dalle periferie, materiali ed esistenziali, perché Dio ha fatto così, e anche perché il mondo, l’uo­mo, si capiscono meglio partendo dalla periferia. È un invito ad essere presenti, come comunità cristiana, in tutti i luoghi di emarginazione, di sofferenza, di pover­tà, diventando testimoni della misericor­dia di Dio, della sua passione e compas­sione per ogni uomo e donna.

E, in termini di azione pastorale, in che modo la Chiesa può arrivare dov’è difficile far giungere il messaggio cri­stiano?
Per quanto riguarda le vie di evange­lizzazione, mi pare che il Papa prediliga, rispetto ad una pastorale dell’organizza­zione e delle grandi strutture, che pure talvolta sono necessarie, una pastorale dell’incontro personale, della presenza il più possibile capillare sul territorio, là dove l’uomo effettivamente vive. È la sfida che ogni cristiano possa sentirsi “discepolo missionario” - un’idea chiave del documento di Aparecida, che ha rac­colto i risultati dell’assemblea generale dell’Episcopato Latinoamericano tenutasi nel 2007. Un’altra fondamentale via di evangelizzazione, richiamata ad Apareci­da e ripresa con particolare profondità e acume dal Papa nell’Esortazione, è quel­la della pietà popolare. Il Papa ne parla come dell’espressione della missionarietà spontanea del Popolo santo di Dio, come manifestazione di una vita teologale ani­mata dallo Spirito Santo. È una spiritua­lità incarnata nella cultura dei semplici, mediante la quale il popolo evangelizza se stesso continuamente.

L’Esortazione “Evangelii gaudium” si presenta come una delle pietre mi­liari di questo pontificato. Come è stata accolta nel mondo? Quali reazioni ha suscitato? Ci sono punti da sottoline­are?
L’Esortazione ha riscosso un enorme interesse, per i temi di cui tratta, per le nuove prospettive che apre e, credo, an­che per il modo diretto con cui il Papa si esprime. I temi centrali sono quelli della missionarietà, dell’uscita della Chiesa da se stessa, del Popolo santo di Dio, in tutte le sue componenti, come soggetto dell’e­vangelizzazione. Ritengo che essa avrà indubbiamente un grande impatto, che crescerà con il tempo, a mano a mano che attraverso lo studio e l’approfondimen­to si andranno assimilando le questioni che essa mette sul tappeto. Si deve anche sottolineare che l’Esortazione si presenta come una sorta di documento aperto: il Papa in molti passaggi prende spunto da pronunciamenti di Episcopati dei diversi Continenti, e a sua volta invita i Vescovi e le Chiese particolari ad applicare l’anali­si alle rispettive realtà, a completarla, e a portare avanti il discorso. È l’indice di un altro aspetto particolarmente significati­vo, quello della collegialità, che sta parti­colarmente a cuore a Papa Francesco.

Le Chiese locali e le comunità reli­giose come possono accompagnare e sostenere la guida di Pietro realizzan­done il progetto?
Certamente mettendosi sulla stessa lunghezza d’onda del Papa. Egli sta dan­do un tocco di semplicità al nostro modo di vivere, non ci vuole abbagliati dall’il­lusione del progresso e delle conquiste scientifiche dell’uomo: bisogna evitare di fondarsi troppo nelle cose umane per non cadere nell’inganno di poter sempli­cemente illudere gli uomini. In realtà, bi­sogna fidarsi della Parola di Dio e basarsi sulla sua potenza per conquistare il cuore delle genti e rinnovare la Chiesa. È que­sto l’invito rivolto a tutte le Chiese locali e alle comunità per vivere in comunione con la Madre Chiesa e il suo Pontefice, avvertendo il suo stesso anelito di presen­tare Dio all’umanità di oggi

Naturalmente, bisogna anche vigi­lare, poiché certuni hanno equivocato pensando che: “Dio è misericordioso per cui tutto ci è concesso” o che non si faccia più riferimento a valori etici non negoziabili…
Proprio a tali valori egli ha dichiarato esplicitamente di crederci profondamente: “Sono innanzitutto un figlio della Chie­sa e in quanto tale riconosco la sua dot­trina come la mia dottrina”. Egli, però, pone l’accento sull’aspetto fondamentale dell’approccio da parte degli uomini di oggi verso la Chiesa, sul dovere di presen­tare loro la bellezza di Dio, aiutandoli ad innamorarsi di Dio, a considerarlo come centro della propria vita.

Tutto il resto, infatti, ne deriva di conseguenza…
È proprio questo che egli cerca di comunicare: egli non predica semplice­mente una morale fatta di prescrizioni, ma predilige trasmettere una morale che scaturisce dalla scoperta della bellezza nella sequela di Gesù Cristo. Ne deriva un’affascinante risposta alla propria vita dove tutte quelle che possono apparire come imposizioni morali sono invece una conseguenza della vita in Cristo.

Eccellenza, che cosa si augura per il nuovo anno appena iniziato?
L’augurio è che la gioia del Vangelo, Evangelii gaudium, raggiunga tutte le nostre periferie esistenziali, e renda cia­scuno di noi un ‘discepolo missionario’ di quella stessa gioia.

 di Vincenzo Corrado e Vincenzo Paticchio

 

 

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