ENZO GARINEI

ENZO CHI...
93 anni, interprete instancabile dotato di una palpabile giovinezza interiore sempre vivida: perfetto, signorile e pacato. Fratello di Pietro, già famoso per la premiata ditta Garinei e Giovannini, ha lavorato, sin dagli anni ’40, al fianco di grandi nomi del cinema e del palcoscenico, come Wanda Osiris, Gianni Agus, Renato Rascel, Mario Monicelli, Delia Scala, Gino Bramieri, Totò de Curtis, Alberto Sordi, Renato Pozzetto e Bud Spencer. La sua voce è talmente caratteristica e bella da riconoscersi persino ad occhi chiusi, prestata a tanti celebri personaggi, da Stan Laurel a Claude Rich, al compianto Pat Morita, il celebre “Tenente Ohara” o l’indimenticabile “maestro Miyagi” in “Karate Kid”, e Sherman Hemsley, protagonista dei “Jefferson”. Ed è stato anch’egli interprete di svariate pellicole cinematografiche come “I Delfini” del 1960, diretto da Francesco Maselli; “Bisturi-La mafia bianca” del 1973, diretto da Luigi Zampa; “Banana Joe” del 1982, diretto da Stefano Vanzina e tanti altri film diretti da Luciano Emmer. Dopo anni di infiniti ruoli teatrali, cinematografici e televisivi torna il suo familiare timbro vocale nella nota commedia musicale “Aggiungi un posto a tavola”, firmata Garinei e Giovannini, dove presta la voce a Dio, che splendidamente caratterizza e umilmente impersona.

 

““DIO MI HA DATO UNA BELLA VOCE: ORA GLIELA ‘PRESTO’ OGNI SERA E PROVO A RESTITURGLIELA””

Non si finisce mai di imparare. Nemmeno alla veneranda età di quasi 93 anni. É questa l’inattesa e meravigliosa lezione di vita che si coglie da un incontro con Enzo Garinei. Che nella sua lunga storia non si è fatto mancare nulla. Nella vita, una bellissima famiglia - sia quella nella quale è nato, sia quella che ha costruito con sua moglie che ancora oggi è felice accanto a lui. Non gli è mancato nemmeno il dolore più terribile per un genitore: perdere un figlio di soli 53 anni, attore come lui.
Nella carriera, meglio non parlarne. E piuttosto seguire il racconto appassionato e fresco che solo un giovane quasi centenario come lui è in grado di snocciolare. Dal cinema al teatro, dalla tv al doppiaggio: un’avventura professionale a tutto tondo. Sicuramente segnata in famiglia dalla presenza di un fratello autore teatrale (quello della premiata ditta Garinei e Giovannini) ma frutto sicuramente del suo talento e del suo lavoro. è rimasto in alto. Ancor di più ora che dall’alto del palcoscenico presta la voce a Dio in “Aggiungi un posto a tavola” con Gianluca Guidi, il figlio di Jonni Dorelli.


Maestro Garinei, iniziamo da suo fratello Pietro del quale nelle scorse settimane abbiamo ricordato il centesimo anniversario della nascita. Quanto è stato importante nella sua vita e per la sua carriera?
Mio fratello nacque il 1° febbraio del 1919 a Trieste liberata, quindi subito dopo la prima guerra mondiale e ne divenne in seguito anche cittadino onorario. Mio padre all’epoca del conflitto era giornalista inviato speciale al fronte e conobbe mia madre in un negozio di Udine ove si era recato per stampare delle lastre fotografiche. Inutile dire che si innamorarono e dalla loro unione nacque subito mio fratello, una figura molto importante nella mia vita. A 14 anni persi mio padre e mi restò lui come punto di riferimento, in quanto figlio maggiore, sette anni di differenza tra me e lui. E poi c’era Paolo, il farmacista che mandava avanti la famiglia con la farmacia di proprietà in piazza San Silvestro a Roma. Sul piano della carriera lui aveva una moralità molto radicata, non mi sponsorizzava in quanto suo fratello, anzi è stato sempre molto rigido in questo. Erano Giovannini e la Fiastri che riuniti nel “bunker” sopra al Teatro Sistina, dove si riunivano per organizzare i vari spettacoli, che suggerivano a mio fratello qualche personaggio che poteva essere adatto a me e lui molto scherzosamente diceva “Ah sì, allora facciamogli un provino”. Abbiamo comunque avuto un rapporto di lavoro e teatrale molto intenso e proficuo. Spesso assistevo anche io alle riunioni e mi permettevo di dire qualcosa poiché, tra l’altro, avevo studiato al Centro Universitario Teatrale, presso l’Università di Roma. Le lezioni e gli spettacoli si svolgevano nell’aula magna dell’ateneo universitario perché l’Accademia d’arte drammatica fu distrutta dal bombardamento nel Quartiere San Lorenzo, a Roma, durante la Seconda Guerra mondiale. Miei compagni di corso furono Marcello Mastroianni, Giulietta Masina, Gabriele Ferzetti, Carlo Di Stefano ed altri attori importanti, allora giovanissimi ragazzi di vent’anni.

Nel corso degli anni ha doppiato tanti attori, a cominciare dal famoso Stan Laurel e adesso, all’apice della sua carriera, sta prestando la sua voce proprio a Dio. Come vive questa esperienza?
È una bella esperienza, davvero enorme, mi sovvengono nomi di altri colleghi che mi hanno preceduto in questo, come Riccardo Garrone, una voce importante. Però c’era solo la voce fuori campo e non esisteva ancora il personaggio reale e presente, una trovata geniale che è venuta in mente a Gianluca Guidi. E forse precedentemente sarebbe venuta in mente anche a Johnny Dorelli, con il quale ho lavorato molto in televisione: penso a “Dorellik” nel 1967, al musical teatrale “Accendiamo la lampada” del 1979, e via discorrendo. Più famoso è stato “Aggiungi un posto a tavola”, nato nel 1974. La mia voce è molto conosciuta ed è rimasta la stessa di 40-50 anni fa, tanto che la gente per strada, anche di spalle, mi riconosce, si volta e sorride.
Interpretando, quindi, ormai da due anni la voce di Dio, quest’esperienza l’ha toccata interiormente e dal punto di vista umano?
Certo, ho fede e credo che esista un mondo al di sopra di noi dove regna un Dio che ci ha dato la vita. Interpretare la voce di Dio mi ha permesso anche di comprendere di più l’atteggiamento di Papa Francesco e alla sua stregua anch’io, con i miei fans, mi pongo in atteggiamento affettuoso e familiare, abbracciandoli e concedendomi ai loro selfie. Ho cercato di dare a questo mio nuovo personaggio un’umanità e sebbene portato anche lui al sorriso non nasconde un atteggiamento da bravo insegnante. Oltre a ciò, mi definisco anche un ‘adoratore’ dell’Umanesimo che è stato, a mio parere, un periodo storio eccezionale nell’esperienza umana, foriero di valori importanti che stanno via via scomparendo e che andrebbero urgentemente riscoperti nel tentativo di riconoscersi, volersi bene di nuovo. Purtroppo, la rapida globalizzazione, oggi, ha mandato in crisi le relazioni umane proprio perché troppo affrettata.

“Aggiungi un posto a tavola” è una bellissima commedia che suscita tanti insegnamenti.
È una favola, che è poi la favola della vita. Ed abbiamo un po’ tutti bisogno di una favola in un’epoca in cui tutto diventa cinico, freddo e calcolato. Non si deve sottovalutare il coraggioso messaggio del testo e il suo importante insegnamento. Si parla della pecorella smarrita, di solidarietà, di aggiungere sempre un posto a tavola per qualsiasi persona, che sia amica oppure no. È sbalorditivo pensare che pur essendo stata scritta 45 anni fa tocchi argomenti così attuali e attualizzabili.

Che cos’è stato per lei il teatro?
Di certo un compagno di vita che mi ha mantenuto giovane fino a 93 anni, ma anche uno scopo. Non l’unico, chiaramente, perché c’è da considerare la mia famiglia. La famiglia ha sempre avuto la sua importanza nella mia vita e, le genti del Sud mi possono capire. Il Sud è sempre stato la culla della famiglia perché il suo attaccamento verso questa istituzione e verso questo valore è impressionate. Non è così al Nord e questo sempre per un problema legato alle relazioni. Il teatro è la cosa più bella in assoluto e mi ha dato grandi soddisfazioni. Recitare in diretta con il pubblico in sala è un’emozione unica, non paragonabile ad altre. E spero che i genitori portino i propri figli a vedere le mie commedie, così che si possano innamorare anche loro del teatro.

Lei ha diretto anche la scuola di recitazione “Ribalte”. Ci racconta qualcosa di questa ulteriore esperienza?
Ce l’ho tuttora questa scuola che ho aperto 30 anni fa a Roma poi a causa della crisi l’ho spostata a Molfetta nel 2015. Si sono formati da me artisti quali Sabrina Ferilli, Caterina Balivo, Valentina Persia, Maurizio Battista, Giorgio Borghetti, etc. Il talento bisogna averlo e saperlo sfruttare, però lo studio è fondamentale. La voce, per noi umani, rientra nel dono della parola e deve essere usata nel migliore dei modi. La voce la si tratta bene se la si modula studiando, non fumando e scandendo bene le sillabe quando si parla, calcando più sulle consonanti all’inizio e alla fine della parola. Tante parole formano una frase e tante frasi formano un copione.

Lei ha sempre incoraggiato molti talenti e ha permesso a tanti bravi artisti di uscire allo scoperto. Come funziona, concretamente, la scoperta di talenti nascosti?
Intanto ci si accorge subito se qualcuno ha talento. Già la persona stessa lo avverte in sé altrimenti tutto diventerebbe pura tecnica, e questo vale in ogni campo cui si sta formando, sia esso sportivo o artistico-musicale. Tutti però necessitano della coadiuvante spinta dello studio poiché solo applicandosi tenacemente e con volontà si posso raggiungere i risultati migliori. Quanto appreso negli anni di studio diventa una professione. Personalmente ai ragazzi  insegno sempre che la scuola di teatro serve per studiare, leggere e approfondire ma non è detto che, un domani, tutti debbano per forza divenire attori o cantanti, esistono altresì gli scenografi, i doppiatori, registi, che sono altrettanto importanti. Mio fratello Pietro spesso diceva: “L’attore è importante e se dovesse mancare si troverebbe pure il sostituto, ma se mancasse un buon tecnico (macchinista, addetto alle luci, direttore di scena, etc.) lo spettacolo si potrebbe fermare”.

Lei ha esordito con “Totò e le Mokò”, celebre film del 1949, interpretato dal grande comico partenopeo. Ci lascia un ricordo di Totò?
Conservo un bellissimo ricordo di Totò e sono stato sempre un suo grande difensore. C’era chi lo riteneva presuntuoso, altezzoso, tirato, freddo. Niente di più falso. Era semplicemente un grande. Un ‘mostro di bravura’, un’esplosione di battute, di allegria e di comicità ed ha potuto contare su spalle meravigliose come Mario Castellani, Peppino De Martino, Peppino De Filippo e, a volte me. Quando lo conobbi era, semplicemente, una persona, non più giovanissima, che di sicuro veniva dalla fame ed era giunto ad una posizione straordinaria. I suoi film hanno salvato intere produzioni cinematografiche, esse stesse lo richiedevano proprio perché ogni volta era un successo. La sua generosità è innegabile e ai suoi colleghi che avevano bisogno spesso forniva una mancia di 500 lire. In un’epoca in cui si cantava “se potessi avere mille lire al mese”, che poi era lo stipendio di un impiegato statale, dava un aiuto non indifferente proprio perché era ben cosciente di quanto sia importante aiutare le persone.

Ci lascia un ricordo anche di Alberto Sordi?
Ricordo che Alberto Sordi fece uno spettacolo  di Garinei e Giovannini che si chiamava “Gran baraonda” del 1952, con grande spirito, però i gusti del pubblico non erano sempre in linea con il suo umorismo, per cui poi non fece molto teatro. Con lui iniziammo il doppiaggio di Stanlio e Ollio e fu proprio Alberto ad inventare le voci ed ebbe l’idea di invertirle rispetto alle originali, poiché in origine era Ollio che aveva la voce più sottile e Stanlio più robusta. L’anima di quel duo era proprio Stanlio. Colto, europeo di origine irlandese che scriveva i testi e organizzava gli sketch comici e quando Ollio morì, in ristrettezze economiche avendo dilapidato tutto alle corse dei cavalli, fu sempre Stanlio ad occuparsi delle sue esequie nonché all’allestimento della sua tomba. Alberto era molto divertente e ci ha lasciato un grande vuoto.

Che ne fu poi?
Dovetti ricercare una nuova voce per Ollio e trovai Giorgio Ariani, un bravo cabarettista toscano, ormai scomparso, molto somigliante al vero Oliver Hardy, ed insieme abbiamo continuato a doppiare il celebre duo comico per tanti anni ancora. Non solo, ci ingaggiarono anche per un varietà, “Ci pensiamo lunedì”, trasmesso sull’allora Rete 2, tra il 1983 e il 1984, dove impersonavamo Stanlio e Ollio in piccoli sketch alquanto divertenti. Ebbi anche occasione di conoscerli quando vennero qui in Italia tra il 22 e il 25 luglio 1950, per un tour promozionale di un loro film. Il celeberrimo “Fra’ diavolo” girato nel 1933 e uscito in Italia dopo la guerra. Un resoconto della visita lo fece il Corriere della Sera che li seguì in Liguria, a Milano e a Roma. E li incontrai, con Giorgio Ariani, nella Capitale durante una conferenza stampa al cinema Adriano, in piazza Cavour a Roma, erano molto eleganti e signori, perfettamente identici a come li conosciamo.

Progetti per il futuro?
Non saprei sinceramente. A volte ho un giusto timore nel parlare del mio futuro ma comunque intendo continuare a lavorare. Finché ce la faccio vado avanti. Mi hanno proposto un ruolo in una commedia musicale in cui dovrei interpretare un anziano Peter Pan e dove anche tutti gli altri dovrebbero essere abbastanza attempati. Non so se accetterò in quanto, ancora per un altro anno almeno, continuerò con “Aggiungi un posto a tavola” e non mi sento di tradire “la voce di Dio”. Spero tanto, però, di lasciare un bel ricordo, di me, sulla scena.

di Vincenzo Paticchio
*ha collaborato Christian Tarantino

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