ANTONIO STAGLIANÒ

ANTONIO CHI...
Mons. Antonio Staglianò, classe 1959, calabrese di origine, dal 2009 elevato alla dignità episcopale e nominato, da Papa Benedetto XVI, alla diocesi siciliana di Noto. Don Tonino, come viene affettuosamente chiamato dai suoi fans, è definito da tutti il “vescovo con la chitarra” o il “vescovo pop” per aver sperimentato questo tipo di pastorale che risulta più d’impatto per i giovani, ovvero, la cosiddetta “Pop Theology o Pop Christology”. Una “teologia popolare” che ripensa criticamente il “cattolicesimo convenzionale”, svecchiando la predicazione cristiana, affinché la fede non rischi di diventare solo una maschera religiosa senza riferimento alla divinità di Gesù e alla sua umanità. 

 

IL VESCOVO DI NOTO CHE CON LA CHITARRA ANNUNCIA IL VANGELO AI GIOVANI DI OGGI

Èl’immagine nuova di un vescovo che, con croce pettorale e pastorale, canta Mengoni e Noemi in chiesa durante la celebrazione della cresima. Questo suo modo rivoluzionario di attirare l’attenzione dei giovani ha fatto il giro del web e dei media tradizionali diventando in poco tempo un vero tormentone. La sua performance canora è nel tempo divenuta una precisa cifra comunicativa che, pur non prescindendo dalla solida formazione teologica alla Gregoriana e in Germania, questi ha scelto per comunicare direttamente al cuore dei giovani, incastrati in una società liquida che li rende sempre più disincantati e distratti, soprattutto in materia di fede.

Don Tonino, come nasce questa sua passione per la musica?
In realtà è una passione innata perché ce l’ho sin da quando ho memoria. Sono cresciuto con le canzoni di Little Tony. Ricordo che da bambino con le casseruole improvvisavo una batteria, poi crescendo, sin dalle scuole medie e comunque anche in seminario, ho imparato a suonare la chitarra, strumento che non ho più abbandonato. Tuttavia la persona che mi ha, per così dire, orientato al percorso di evangelizzazione è stato mons. Vincenzo Savio, purtroppo scomparso prematuramente, vescovo di Belluno, che da giovane sacerdote venne in visita al sud per conoscerne la mentalità e nel mio paese natìo, Isola di Capo Rizzuto, provincia di Crotone, suscitò subito l’interesse dei bambini che portava con sé, me compreso, nelle piazze a rimorchio di un trattore che lui guidava. Ognuno di noi cantava suonando il proprio strumento, si riuniva un po’ di gente ed egli iniziava a predicare il Vangelo parlando di Gesù. Suonare era un efficace espediente per raccogliere un po’ di gente. E così facendo riuscì ad appassionare sia i giovani della parrocchia sia quei giovani intellettuali e sedicenti atei che non frequentavano più, impregnati di ideologia marxista-comunista e che spesso si riunivano in biblioteca. Egli osò entrare in questo grande “tempio sacro” di intellettuali ed ebbe un impatto molto soddisfacente. Ed in quel momento capì che quel metodo funzionava. Crescendo quindi ho iniziato anch’io a comporre canzoni e a fare catechesi nel gruppo giovanile con i miei testi originali.

Qual è la connessione che lega Vangelo, giovani e canzonette? Sappiamo che non è solo una catechesi con la chitarra, ma una vera e propria “Pop theology”, come da lei teorizzata.
Sì, la sto teorizzando proprio per una sorta di apologia pro vita mea. Purtroppo il fenomeno web, che non ho cercato né previsto, ma è accaduto, mi ha ormai esposto mediaticamente, anche forse in maniera troppo esagerata. Infatti, qualcuno vedendo delle clip in cui canticchiavo Noemi e Mengoni durante la messa, subito ha gridato allo scandalo di dissacrazione del momento liturgico ed omiletico. Nel frattempo anche giornali e televisioni hanno iniziato ad interessarsi a questo nuovo metodo comunicativo, che in realtà poi tanto nuovo non è. Infatti, ricordo che tanti sacerdoti e insegnanti di religione negli anni ’70 e ’80 sostanzialmente già lo facevano nelle loro aule scolastiche. Io stesso ho ricevuto catechesi di questo genere. Studio personalmente queste canzoni in chiave cattolico-pastorale. Ho pertanto iniziato a scrivere dei libri e ne ho pubblicati tre: “Credo negli esseri umani. Cantando la buona novella pop”; “Pop-Theology per giovani. Autocritica del Cattolicesimo convenzionale per un Cristianesimo umano” e, recentemente, “Giovani e Chiesa. Più fuori che dentro”.

Se i giovani non ci sono più nelle chiese cattoliche, dove sono?
Sono sui social network, negli stadi, ad ascoltare musica con tutti i nuovi strumenti 24 ore su 24: su You Tube sono presenti tantissimi video, visualizzati milioni e milioni di volte. Neppure un trattato sulla Verità, scritto dai Vescovi oppure dal Papa, avrebbe oggi la stessa risonanza di una canzone di Vasco Rossi su “La verità”, che già una settimana dopo la pubblicazione sul web è stata visualizzata più di 5 milioni di volte. Mi chiedo dunque: se dovessi parlare ai giovani della Verità che senso avrebbe rispolverare San Tommaso d’Aquino, Sant’Agostino, etc., che i giovani non conoscono, quando posso far riferimento a questo testo così famoso? Stiamo perdendo i giovani, non essendo in grado di esprimerci nella loro lingua. Abbiamo certamente parlato loro delle idee di Gesù Cristo, ma senza che queste li toccassero profondamente.
Lei ha motivato questo suo metodo pastorale soprattutto come un fatto relativo al linguaggio. Quanto è importante che i giovani comprendano questo suo approccio e superandolo penetrino l’essenza del suo messaggio?  
Il metodo, a livello scientifico, non è che una via attraverso la quale raggiungere dei risultati importanti e certi. Le parole, quando non sono chiacchiere, restano molto di più radicate nell’anima perché sedimentano, fecondano e cambiano l’orizzonte, nonché l’immaginazione e il modo di vedere Dio. Per esempio, Karl Rahner, gesuita e teologo cattolico rinomato del XX sec., le cui profondità di pensiero sono molto complesse e di non facile interpretazione, nella sua fase conclusiva della vita ha iniziato a scrivere qualche saggio sulla poesia esordendo: “oh, come sarebbe interessante e necessario oggi per la teologia che i teologi ritornassero, come un tempo, a scrivere inni e canzoni”. Ma, nel corso fondamentale della Fede, Karl Rahner, oltre alla sua teoria, che fu discussa e contestata dal cristianesimo anonimo, pronuncia delle frasi interessantissime che servono alla ‘pop theology’ e la fondono criticamente, come ad esempio “ogni essere umano è stato creato come un abbozzo di grammatica con la quale potrebbe e, di fatto, si rivela” e qui completa Divo Barsotti che nei suoi testi letterari, attingendo il suo metodo dalle grandi affermazioni del Concilio Vaticano II e della Gaudium et Spes,  esorta: “Attenzione alle bestemmie degli esseri umani perché potrebbero portare una nuova rivelazione di Dio”. Quando, per esempio, Marco Mengoni scrisse “il guerriero”, durante un incontro per ragazzi cresimandi mi fu chiesto di intitolare una predica con l’espressione: “Io sono il tuo guerriero”.

E lei era d’accordo?
Da principio mi sono opposto perché mi sembrava una contraddire tutto ciò che avevo sempre sostenuto e cercato di trasmettere, ovvero che Dio non è un guerriero e che non lo è mai stato nemmeno nell’Antico Testamento, dove viene definito il Dio degli eserciti e delle armi. Ma poi, dando uno sguardo cattolico al testo della canzone mi resi conto, da cristologo, che avrei desiderato scriverlo io stesso, proprio per la sua evidente struttura cristocentrica. “Non temere il drago, fermerò il suo fuoco…dietro questo scudo… e quando cadrò tu non disperare per te io mi rialzerò”. Cantandolo mi sovviene sempre la Via Crucis. Da 10 anni ormai sono a Noto e continuo sempre a ‘battere lo stesso chiodo’ sull’umanità e sul restare umani perché anche Gesù è un modello umano. Da quando un giorno un prete mi consegnò il cd di Mengoni “Esseri umani”, dicendomi di ascoltarlo perché era inerente ai temi delle mie prediche, non ho più smesso di usare le canzonette per spiegare ai ragazzi cos’è il Cristianesimo.

Può dunque Mengoni cantare Gesù?   
Assolutamente sì. Approfitto spesso della canzone di Mengoni, che dice “credo negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani”. Dio al battesimo di Gesù ha detto “questo è il figlio mio l’eletto, l’umanità da me creata prima che il mondo fosse e c’è in me sin dal principio perché gli esseri umani sono stati creati nel generarsi eterno di Dio in Dio, che è il figlio Gesù di Nazareth incarnato”. Questo concetto, per essere compreso appieno, necessita di un’infarinatura teologica, e, benché assimilato, risulta comunque difficile da comunicare efficacemente ai giovani. È l’umanità di Gesù che ci salva, Dio salva, ma per mezzo del Figlio: ecco perché noi crediamo in ciò che Dio crede degli esseri umani. Allora, squarciando il cielo oggi, se si riproducesse la rivelazione immagineremmo un Dio canticchiare: “credo negli esseri umani”.  

Spesso la Chiesa viene accusata di ingerenza nella vita pubblica: dall’immigrazione, alla bioetica, alla criminalità, etc. E si sprecano gli attacchi in tal senso. Lei, da Vescovo, come si pone nei confronti di tutto ciò?   
In Sicilia abbiamo un modello importante, don Pino Puglisi, da poco beatificato per la sua testimonianza nella lotta contro la mafia. Questo non vuol dire che noi vescovi e sacerdoti della Sicilia siamo all’altezza di don Puglisi, ma riconosciamo in lui un esempio incarnato e concreto della via da seguire per osteggiare la criminalità organizzata e il fenomeno mafioso. E certamente lo facciamo come Chiesa, per cui il nostro approccio è inesorabilmente educativo. Bisogna credere e sperare che l’educazione cristiana sia la vera ‘bomba distruttiva’ del fenomeno mafioso. È questione di fede individuale che non può essere un cattolicesimo svuotato di cristianesimo, ma un cristianesimo che passa attraverso la fede cattolica. E qui mi sovviene la canzone “Amen” di Francesco Gabbani in cui si parla di noi cattolici come degli “astemi in coma etilico per l’infelicità”, “la messa ormai è finita figli, andate in pace. Cala il vento, nessun dissenso, di nuovo tutto tace”. È una denuncia al cattolicesimo convenzionale, all’abitudinario religioso svuotato di iniziativa pastorale. “E allora avanti o popolo che spera in un miracolo elaboriamo il lutto con un Amen”. Sembra quasi che si riferisca a quel buon 80 per cento di fedeli che vanno a messa la domenica senza ascoltare una parola di quello che si dice, si cibano di Gesù Eucaristica, probabilmente senza essersi nemmeno confessati, e poi ognuno va per i fatti suoi. E magari prima nella preghiera avevamo ripetuto “ti preghiamo o Padre affinché i profughi che vengono sulle nostre coste possano trovare accoglienza, integrazione, amicizia e fraternità… Ascoltaci, Signore!”. È un vero controsenso, perché se si riduce tutto ad un ripetere pedissequamente, di domenica in domenica, un vacuo “Ascoltaci, Signore” tutto si vanifica. E nonostante sappiamo che l’accoglienza sia prescritta nel Vangelo, e malgrado Papa Francesco continui a ripetere che bisogna accogliere, i fedeli si lasciano convincere dal politico di turno.

Che cosa significa tutto questo? Qual è il corto circuito?    
Questo significa che, al di là di tutto, c’è proprio un vuoto di pensiero, figlio di una mentalità che non vuole l’intervento della Chiesa Cattolica nel sociale perché non sarebbe di sua competenza, perché si pensa che i vescovi e la Chiesa abbiano competenze solo liturgiche e qualche volta spirituali. Il pensiero degli esseri umani è importante, e la laicità ha un unico contenuto positivo, che è servire l’umano dell’uomo. Per ipotesi, anche un politico ateo se corrotto non serve l’umano dell’uomo, e quindi non è affatto laico. Mentre un vescovo lo diventa nella misura in cui, a partire dalle sue prospettive, serve l’umano dell’uomo, di tutti gli uomini e di tutti gli esseri viventi, senza preoccuparsi se siano cattolici o meno. Non occorre sindacare la fonte ispirativa mediante la quale servo l’uomo, come servo il nemico, secondo il dettame di Gesù, perché è questa la vera laicità se porta ad amare i propri nemici e fare del bene a coloro che ti vogliono male. La laicità l’ha insegnata innanzitutto Gesù e prima ancora del marxismo.
*ha collaborato Christian Tarantino

di Vincenzo Paticchio
*ha collaborato Christian Tarantino

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