SALVATORE DE GIORGI

Pastore di quattro diocesi diverse fino la nomina ad arcivescovo di Palermo e a cardinale di Santa Romana Chiesa.
Ha rappresentato il Santo Padre nella cerimonia di beatificazione di padre Pino Puglisi: “Le vie del Signore sono davvero infinite e, nei disegni
imperscrutabili della volontà di Dio, prima o poi, tutto torna


PRETE, VESCOVO, CARDINALE
UN PROGETTO PER LA VITA: “NELL’AMORE LA PACE”

Il suo ministero pastorale è stato essenzialmente caratterizzato dall’accentuazione dell’aspetto spirituale, l’impegno per la formazione del clero e la promozione del laicato. Attento al dialogo ecumenico e interreligioso, è stato anche particolarmente sensibile ai problemi sociali, soprattutto quelli riguardanti la famiglia, i giovani e la tutela della vita, ed ha rivolto speciale attenzione alle diverse realtà legate al disagio e all’emarginazione. Forte il suo richiamo alle autorità civili per il varo di provvedimenti sul fronte occupazionale. Costante nei suoi interventi la condanna alla malavita organizzata e non, soprattutto quella mafiosa, che ha combattuto energicamente col suo costante magistero. Sempre ha dimostrato particolare sollecitudine verso gli ammalati e i sofferenti, e proprio per questo nel 2003 ha ricevuto, dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Palermo, la Laurea Honoris Causa in Medicina e Chirurgia.

Ma chi è Salvatore De Giorgi e come nasce la sua vocazione al sacerdozio?
È innanzitutto un figlio del Salento. Sono nato a Vernole nel 1930 e sono entrato in Seminario a Lecce nel 1941. Sono stato ordinato sacerdote da mons. Francesco Minerva il 1953. È il Signore che chiama, la vocazione è dono suo. Egli, a volte, si serve di presenze, spesso le più semplici. Devo essere grato ai sacerdoti di allora, in particolare uno dei grandi professori di teologia del tempo, mons. Pascali, che ci riuniva ogni domenica per la messa dei fanciulli e poi ci invitava a riunirci nella sua campagna per farci sentire la bellezza dello stare insieme, una specie di “primitiva sinodalità”, se così possiamo dire. C’erano anche dei seminaristi che stranamente però non sono poi diventati sacerdoti, tuttavia al sol vederli così vestiti con la veste talare era per me anche un positivo richiamo poiché ammiravo molto i sacerdoti, lo stare in chiesa a servire le funzioni religiose, a predicare, etc. Ed è così che si accese in me un desiderio di diventare sacerdote, di vestirne presto i panni e, naturalmente, di uniformarmi a Cristo. Quindi, il mio desiderio era forte anche se non potevo immaginare i disegni di Dio.

E la sua famiglia come reagì alla notizia?
Non era facile, a quei tempi, andare in seminario specie per una famiglia come la mia in cui c’erano 8 figli tutti a carico di mio padre che era un pensionato dello Stato. I miei genitori pertanto non potevano permettersi di pagare una retta per i miei studi ma vedendo la mia insistenza e la mia convinzione mio padre un giorno mi disse di non avere i soldi per farmi frequentare il doposcuola in preparazione ai necessari esami di ammissione al seminario però mi comprò un grosso libro dal titolo “Preparazione agli esami di ammissione”. Ed ogni mattina, prima di andare a scuola e dopo aver ascoltato la messa leggevo con grande interesse questo libro pregando il Signore che mi facesse promuovere. Quando giunse il giorno dell’esame fui molto felice anche perché era un sacerdote che mi interrogava ed io avevo molta stima dei sacerdoti. Superai l’esame e mio padre a quel punto decise di mandarmi in seminario a Lecce, certamente con grandi sacrifici. Non scorderò mai quella stupenda giornata dell’ottobre 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale, quando entrambi i miei genitori mi accompagnarono in Piazza Duomo. Dopo che mia madre mi preparò il letto, tant’era la gioia di essere entrato in Seminario, le dissi perfino: “Ora puoi anche andare”. La sera mi raccolsi in preghiera nella cappellina interna davanti all’immagine di San Giovanni Bosco che mi colpì profondamente, avevo 11 anni e, come penso sia normale a quell’età, il pensiero della mamma sgorgava spontaneo. Poi, alla fine del mese di ottobre avvenne la vestizione clericale, indossai cioé finalmente la talare. Una suggestiva celebrazione presieduta dal vescovo Alberto Costa, lo stesso della mia cresima. Durante quella celebrazione raggiunsi davvero il colmo della felicità poiché mi pareva che il Signore avesse ascoltato il mio desiderio che solo dopo ho realizzato coincidere con la sua volontà.

Poi arrivò il tempo di lasciare il seminario diocesano...
Superati gli esami ginnasiali fui mandato al Seminario Maggiore di Molfetta. Lì ebbi la possibilità di completare il Liceo sotto la guida di santi e dotti sacerdoti che ricorderò sempre con grande ammirazione. C’era, ad esempio, il professore di Latino, che era molto severo e bocciava facilmente ed è tuttora in corso il suo processo di beatificazione in quanto a Molfetta fu il primo prete a mettersi al servizio dei poveri. Un altro grande era mons. Nicola Riezzo che insegnava religione e teologia dogmatica, anche per lui è in corso il processo di beatificazione.

E gli anni della teologia?
Dopo il Liceo si studiava Teologia ed anche quello fu un momento particolare di serenità e durante i cosiddetti esami di vocazione o momenti del discernimento, in cui bisognava rispondere con verità alle domante specifiche del Padre Spirituale che in base alle risposte riusciva a carpire la vocazione sacerdotale di ognuno. E capitava che qualcuno si sentisse dire: “Mi dispiace, ma non sei fatto per diventare sacerdote”, quindi molti uscivano già a 17-18 anni. Per lo più, comunque, gli studenti di teologia davano al Padre Spirituale anche una garanzia di fedeltà per cui erano sempre più rari coloro che uscivano in quel frangente. La Sacra Scrittura era la materia più difficile ma anche la più amabile perché metteva in contatto con la Parola di Dio. Successivamente ricevetti gli ordini minori, quelli che oggi si chiamano ministeri istituiti. Prima la Tonsura, ovvero un taglio a cerchio sui capelli che da quel momento dovevamo continuamente rasare. E quella celebrazione aveva un grande significato, perché segnava l’ingresso nello stato clericale e il taglio di cinque ciocche di capelli, effettuato dal vescovo, simboleggiava la rinuncia al mondo da parte del nuovo chierico. Fu l’allora Vescovo di Nardò, mons. Francesco Minerva, a darmi la prima tonsura. Poi anche, il lettorato, l’accolitato e l’esorcistato.

Ma poi Minerva divenne vescovo di Lecce. Il suo vescovo vero?
Era il 1950, anno della morte di mons. Costa, un Vescovo che non dimenticherò mai, sia perché mi ha cresimato sia perché mi voleva anche bene. Per lui il latino era tutto, basti pensare che conosceva a memoria l’intera Eneide di Virgilio ed aveva una predilezione smisurata per Orazio, tant’è che quando divenne Vescovo di Melfi chiese l’annessione alla diocesi di Venosa pur di essere Vescovo anche della città natale di Orazio. A quel tempo le parrocchie di Lecce erano soltanto quelle del centro e ogni pomeriggio il Vescovo andava a visitare una Parrocchia accompagnato da uno di noi. Si informava sull’amministrazione, sulla vita spirituale e poi passava subito al latino e lì nascevano i problemi. Quando lui morì gli successe mons. Minerva e fu per me un tuffo al cuore perché ricordavo perfettamente la sua ordinazione episcopale. Facevo la II Liceo e chiamarono da Molfetta il gruppo dei cantori, per cui era la prima volta che partecipavo all’ordinazione di un Vescovo. Il consacrante fu l’Arcivescovo di Taranto che prima ancora era stato vescovo di Andria e quindi dello stesso Minerva. Quanto mi fece impressione vedere questo vescovo giovane, di 44 anni, accanto a quest’altro anziano ma mai avrei potuto immaginare che il giovane Minerva mi avrebbe poi ordinato Sacerdote e poi anche Vescovo né che l’anziano sarebbe stato mio predecessore a Taranto.

Ci racconti della sua esperienza da parroco di Santa Maria delle Grazie in Santa Rosa.
Era una parrocchia di campagna sorta in un luogo dove da ragazzi si andava in villeggiatura per cui il cosiddetto campo di Santa Rosa era considerato come lo spazio del divertimento. Mons. Minerva decise di erigere la parrocchia e di spostare il titolo di Santa Maria delle Grazie dalla chiesa in Piazza Sant’Oronzo alla chiesetta di Santa Rosa. Aveva in mente di far nascere infatti un quartiere di case popolari in periferia che, per il tempo, fu anche d’avanguardia. Prima il parrocato si otteneva tramite concorso a cui partecipai e vinsi. E ricordo che mio padre, uomo di grande fede e preghiera, venne perché voleva vedere la parrocchia che mi era stata affidata. Ma quando la vide così lontana dalla città, in mezzo alla campagna pensò ad una punizione piuttosto che ad una promozione. Si partiva da zero, riuscii, pertanto, a dare un’impostazione senza trovare esperienze precedenti, positive o negative che fossero, e fu un grande vantaggio.

Come furono i primi tempi? Come andò per la costruzione della chiesa?
Cominciò la mia esperienza di parroco in quella piccola chiesa dove c’erano problemi di spazi e molte volte preferivo celebrare all’esterno. Sin da subito visitai tutte le famiglie al fine di instaurare un rapporto familiare con la gente. Ero solo e non era ancora possibile avere una casa che dapprima chiesi alle case popolari ma nel frattempo mi adattavo a dormire nella piccola sacrestia su di una branda. Ero così felice. Successivamente decisi di acquistare una televisione per dare l’opportunità a chi non poteva permettersela di vederla comunque. E dopo la celebrazione serale chi voleva poteva fermarsi a guardarla anche perché ancora i programmi erano tranquilli, per così dire. C’era però la necessità di costruire una chiesa più grande e mons. Minerva anche qui dimostrò una grande abilità. A quell’epoca le case popolari davano soltanto il suolo e con la collaborazione di un bravissimo architetto, in un periodo in cui si parlava di “Cristo sommerso” volle che la Chiesa fosse più alta delle case in modo che tutti potessero vedere un “Cristo che abbraccia tutti”. Nel marzo del ’59 venne il Vescovo per la posa della prima pietra e da allora seguivo il cantiere giorno per giorno curando tutte le fasi dell’edificazione fino al 1970, anno in cui la struttura fu completata. Ma la prima volta che celebrai la messa in quella nuova chiesa mi sembrò proprio un miracolo. Sgranai gli occhi nel vederla ricolma di gente e di ragazzi non riuscendo a smettere di pensare: è il Signore che sta abbracciando tutta questa gente e la sta attirando a sé.

Ad un certo punto, anche se quella parrocchia rimarrà sempre nel suo cuore, lei diventò Vescovo. Come avvenne questo?
Fu un qualcosa d’improvviso. Mi reputavo ancora molto giovane, avevo 43 anni, e ricordo che mons. Minerva, il 4 novembre, festa di San Carlo Borromeo mi chiamò per discutere del suo 25° di episcopato e poi mi congedò dicendomi che voleva conferire ancora con me l’indomani. Ma siccome l’indomani avevo lezione a scuola, nel Liceo “G. Palmieri” di Lecce dove insegnavo, lo sollecitai a parlarmi subito senza aspettare. E lui mi disse: “Se te lo dico ora non dormirai tutta la notte”. Ma siccome insistevo mi mostrò una lettera bellissima in cui nel suo 25° di episcopato il Papa avrebbe nominato Vescovo un sacerdote della diocesi di Lecce. Sono cose che ti spiazzano e non sai lì per lì se accettare o meno, ma chiaramente si deve accettare perché quando il Signore chiama dona anche la grazia per vivere ed esercitare la missione affidata. E Minerva mi spronò a scrivere la lettera di accettazione e consegnarla nelle sue mani. In seguito giunse la nomina ufficiale dalla Santa Sede il 21 novembre che è la festa sia della Madonna Virgo Fidelis sia di Maria Madre della Chiesa, così come la proclamò Paolo VI. Ricevuta la notizia però dovendo tenere il riserbo mi ritirai, con altri preti, in preghiera in un monastero per tre giorni e lì mi arrivò la telefonata del mio preside del Liceo che, avendo saputo di una convocazione del Vescovo a tutti i sacerdoti della diocesi in Cattedrale per fare un annuncio, pensò si trattasse di una nomina episcopale ma siccome non ebbe risposta da me chiese conferma ad un sacerdote della diocesi, don Sandro Rotino poiché sospettava che io dovessi diventare Vescovo e voleva darne l’annuncio a scuola. Il giorno dopo mons. Minerva lesse la lettera ufficiale del Papa con commozione.

Ripercorriamo ora le tappe delle diocesi in cui è stato inviato.
Iniziai il mio ministero episcopale a Oria, prima come ausiliare, poi coadiutore di mons. Alberico Semeraro e poi ordinario. Ero alla prima esperienza e fu bellissima anche se erano tempi duri, in quanto c’erano spesso movimenti contrari al Vescovo. Non bisogna meravigliarsi comunque in quanto cose di questo genere possono accadere esattamente come non esistono rose senza spine. Poi però si riusciva sempre a raggiungere la serenità, anche nel clero stesso. Partendo dal motto sul mio stemma: “In charitate pax”: nell’amore la pace, solevo dire che in tutte le difficoltà l’amore avrebbe vinto sempre. Non appena terminai la visita pastorale nella diocesi di Oria mi giunse, dalla Santa Sede, la nomina ad Arcivescovo di Foggia-Bovino-Troia, tre diocesi riunite nella persona del vescovo ma distinte nelle prerogative per cui trattavo anche le due piccole diocesi alla stessa stregua della grande. Ho più volte visitato tutte le parrocchie per 7 giorni in quanto convinto che chi è stato parroco senta ancora il bisogno di fare il parroco seppur ormai vescovo.

Ma poi cosa avvenne?
Poi successe un fatto del tutto nuovo, ovvero la visita di Giovanni Paolo II che avevo invitato perché sapevo del suo desiderio di recarsi a San Giovanni Rotondo, ma siccome era ancora in corso la fase diocesana per il processo di beatificazione di Padre Pio, non affatto il momento ideale, decisi di provare con Foggia ed accettò recandosi poi in tutte le diocesi del Gargano, anche quelle soppresse o accorpate, e ovunque fu indimenticabile il suo passaggio. Fu subito dopo che giunse la notizia un po’ destabilizzante di lasciare Foggia per Taranto ed anche in questa occasione l’obbedienza ha prevalso perché essa sempre dona la pace. Non fu facile spostarsi soprattutto con mia madre anziana ma bisognava obbedire. Successivamente mi recai di nuovo dal Papa come Arcivescovo di Taranto e gli riferii l’opportunità di una sua visita a Taranto nel ventennale di quel Natale in cui Paolo VI volle celebrare la Santa Messa di Natale all’Italsider. Dopo un paio di mesi ebbi la risposta che il Papa accettava di recarsi un sabato dagli operai dell’Italsider e la domenica successiva nella diocesi di Taranto.

Anche qui deve ricordare un’altra coincidenza, si fa per dire...
Certo. Avvenne che durante la settimana della fede che si svolgeva in quei giorni era presente anche il card. Pappalardo, Arcivescovo di Palermo che l’anno precedente mi aveva invitato alle celebrazioni della cattedrale di Palermo facendomi relazione sul tema: “Il Vescovo e la sua Cattedrale”. Però chi poteva mai immaginare che un giorno mi sarei ritrovato a guidare proprio quella Diocesi. Di quella visita il Papa serbò un imperituro ricordo tanto da accennarne spesso anche in seguito. E solo due anni e mezzo dopo il Papa mi chiese nuovamente di lasciare Taranto per recarmi a Roma ed occuparmi dell’Azione Cattolica. Per me fu un ennesimo colpo al cuore ma l’obbedienza è l’obbedienza. I successivi sei anni furono indimenticabili e molto arricchenti perché mi dettero l’opportunità di visitare tutte le diocesi d’Italia e di avere continui contatti con San Giovanni Paolo II che diversamente non avrei potuto avere. E, anche qui rammento un particolare sulla Giornata Mondiale della Gioventù a Częstochowa, in Polonia, quando a sera tarda accadde un fatto bellissimo ma dapprima incomprensibile in quanto alle 21 di sera sulle note di un canto in latino vedemmo tutti inginocchiarsi all’istante e, per emulazione, anche io assieme ad un altro vescovo facemmo altrettanto ma senza coglierne il vero motivo. Successivamente, a cena, chiesi direttamente al Santo Padre il perché di quel gesto comunitario e mi rispose: “a noi polacchi quel canto, in latino, di invocazione alla Madonna ci rammenta i momenti più difficili della nostra storia in cui abbiamo chiesto la sua materna protezione”, e ci siamo poi ritrovati ad intonarlo allegramente insieme.

Ci racconti adesso l’esperienza di Palermo...
Quando il Papa mi mandò a Palermo come Arcivescovo risposi alla chiamata del Signore ma non vi andai alla cieca bensì, grazie al Signore, preparato poiché avevo avuto modo di conoscere la Sicilia nel periodo in cui peregrinavo le diocesi come Assistente dell’azione Cattolica Italiana, non come avvenne nel foggiano poiché la Capitanata per me era quasi un altro mondo sconosciuto. Partivo quindi avvantaggiato, per così dire. Tuttavia, non era facile raccogliere l’eredità del card. Pappalardo. I siciliani, persone straordinarie, hanno, come ben si sa, questo forte senso della ‘sicilianità’ che è una radicata appartenenza alla loro terra, ed io ero di fatto un forestiero, in un momento di problemi gravissimi. Ma il Signore mi donò, anche in quel caso, la grazia per svolgere al meglio il mio ministero. L’ufficilità arrivo nel Giovedì Santo e Pappalardo, nella sua eccellente bontà, alla fine della Santa Messa Crismale dette l’annuncio invitando tutti ad accogliere il nuovo vescovo con gioia e serenità mentre contemporaneamente io a Roma partecipavo alla Santa Messa Crismale del Papa. Terminata la celebrazione, il Santo Padre mi chiamò in mezzo a tutti i cardinali, d’impulso mi inginocchiai e lui mi abbracciò dicendo: “Benedico lei e Palermo”. E quella benedizione mi rincuorò molto procurandomi tanta serenità e nuovo vigore per la nuova avventura che mi attendeva.

E di Padre Puglisi quali ricordi conserva lei che ha aperto a Palermo il processo di beatificazione?
La Sicilia era molto legata a questa figura e quando venne ucciso tutta l’Italia ne fu profondamente commossa e il suo omicidio per la mafia ebbe un effetto boomerang in quanto per i siciliani uccidere un prete era il massimo della crudeltà. Allora, tre anni dopo la sua triste dipartita, volendo sondare l’opinione pubblica mi decisi a fare un elogio pubblico di Padre Puglisi e, per tutta risposta, scrosciarono fragorosi applausi per cui compresi che era il caso di andare avanti anche se, secondo le disposizioni canoniche, dovevano trascorrere almeno 5 anni dalla morte. E il quinto anno cadde proprio nel mio 25° di episcopato per cui annunziai pubblicamente che avremmo iniziato un processo di beatificazione. Non era molto facile recarsi continuamente a Roma come non lo era far comprendere alla Congregazione che lo avevano ucciso in odio alla fede, in quanto a me interessava che gli fosse riconosciuto il martirio. A Roma però erano più orientati a beatificarlo per le sue virtù sacerdotali mentre io insistevo perché è stato il martirio a coronare queste sue virtù. A questo punto lasciare Palermo con la beatificazione sarebbe stato un degno congedo sia nei confronti del Signore che del popolo, ma siccome la Congregazione andava a rilento non fu possibile. Dovetti quindi lasciare comunque, per raggiunti limiti d’età, senza poter realizzare questo mio “sogno”. Subito dopo mi recai a Roma per mettermi a disposizione del Santo Padre ma anche per poter seguire ancora e più da vicino la causa di padre Puglisi che finalmente fu proclamato beato il 25 maggio 2013, dal cardinale Paolo Romeo, davanti a circa ottantamila persone radunate nel Foro Italico Umberto I di Palermo. Fu davvero commovente vedere tutta questa partecipazione come lo fu notare che nel giorno del suo compleanno furono donate a Palermo così tante vocazioni rispetto al passato. Personalmente, durante il mio mandato, ne avevo ordinati 100, di cui 60 sacerdoti diocesani e 40 religiosi. Fu una grande, indescrivibile emozione e, per un attimo, mi sembrò perfino di vederlo apparire e dirmi grazie con le mani protese ad abbracciarmi.

Lei ha partecipato al conclave per l’elezione di Benedetto XVI. Che esperienza è stata?
Fu proprio l’esperienza dello Spirito Santo. C’è il segreto e al di là di quello che scrivono i giornali non posso rivelare nulla, però è stato impressionante vedere che a mezzogiorno pranzavo seduto di fronte a Ratzinger, vestito da Cardinale e quella stessa sera rivederlo a cena da Papa, vestito di bianco. E quando mi sono accostato a parlargli, sebbene avessimo avuto un’amicizia fraterna, non mi veniva più di trattarlo come un mio pari perché ormai era il Papa e gli dovevo obbedienza e deferenza. Quel cambio d’abito aveva fatto sì che in me scattassero nuovi sentimenti e realizzai subito che non era più un cardinale di Santa Romana Chiesa ma il Vicario di Cristo e quindi mi sono inginocchiato e gli ho baciato l’anello e lui mi ha ripetuto le stesse parole che mi rivolse Giovanni Paolo II quando mi incontrò per l’ultima volta: “Ecco Palermo, ecco la Sicilia” e io di rimando: “Ecco Palermo, Santo Padre, che le vuole tanto bene ed attende da lei un grande dono e cioè la beatificazione di padre Puglisi”.
Lei ha fatto parte, per volere di Papa Ratzinger, della Commissione cardinalizia d’inchiesta sullo scandalo Vatileaks ma oggi al timone della barca di Pietro c’è Papa Francesco e sappiamo che la Chiesa sta vivendo momenti ancora più turbolenti, cosa si sente di dirci su questo?
La Chiesa ha avuto sempre momenti di turbolenza, da 20 secoli in qua, a cominciare da Gesù Cristo che l’ha fondata, crocifisso per effetto di menzogne e calunnie atroci. Come ha recentemente dichiarato il card. Schönborn, arcivescovo di Vienna: “Essere Papa vuol dire essere criticato e amato, ma il Papa è sempre il Papa”. Del resto chi conosce la Storia della Chiesa e dei vari Papi sa che ognuno ha avuto i suoi problemi più o meno gravi da affrontare, per di più, in passato, essendo anche monarchi, si trattava pure di problemi politici. Oggi abbiamo la figura di Papa Francesco che, secondo me, è veramente l’unica luce del mondo, un dono di Dio e credo che il Signore permetta che venga così tanto attaccato proprio per farne risaltare ancor di più la grandezza. Per me è un Santo. Già solo nel vederlo celebrare la Santa Messa traspare subito il suo essere contemplativo. I contemplativi, poi, come anche Giovanni Paolo II, esplodono nell’azione instancabile. Il suo continuo chiedere consigli e la sua umiltà credo siano qualità importanti e da non sottovalutare. Infatti, dopo i Concistori lui pone alcune domande ai cardinali e suole ascoltare i nostri pareri. Tutto ciò è sintomatico della sua personalità e del suo carisma. Anche il suo predecessore, Ratzinger, ebbe dei momenti amari perché colpito dalle infedeltà di coloro che più gli erano vicini ma non c’è da meravigliarsi visto che lo stesso Gesù fu tradito da Giuda che gli stava sempre accanto. Quando però si decise a comprendere bene la situazione scelse tre cardinali anziani, tra cui me, quindi al di fuori delle Congregazioni, affinché svolgessimo delle indagini e riferissimo solo a lui, e posso dire, che non è vero, come hanno scritto i giornali, che era spaventato da ciò che emergeva, anzi lui confortava noi. Da uomini di Dio, diceva, non bisogna perdere la serenità, anzi essere più forti del coraggio stesso perché Gesù è sempre sulla barca di Pietro e non ci abbandona nella tempesta.

di Vincenzo Paticchio
*ha collaborato Christian Tarantino

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto