ANGELO DE DONATIS

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Fidarsi e rischiare anziché occupare spazi
 CHIESA IN USCITA VUOL DIRE CORAGGIO: IL PROCESSO DI FRANCESCO È ORMAI BEN AVVIATO

Èun salentino trapiantato a Roma fin dai tempi della sua formazione teologica nel Seminario Romano e poi lì è rimasto. Nella Capitale, dove si è sviluppata tutta la sua “carriera”, si fa per dire, ecclesiastica.
è questa, in breve, la storia del card. Angelo De Donatis. Sessantasei anni, di Casarano (Le), è lui, da quasi tre anni, il vicario di Papa Francesco per la diocesi di Roma.
Appena ordinato sacerdote nel 1980 ha prestato servizio a San Saturnino, dapprima come collaboratore, poi come vicario parrocchiale.
Negli anni successivi è stato Vicario anche alla Santissima Annunziata a Grottaperfetta, fino al 1990, quando viene nominato direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore. Attività che svolge fino al 2003 quando gli viene assegnata la Parrocchia di San Marco Evangelista al Campidoglio e, contestualmente, l’impegno per la Formazione Permanente del Clero, di cui diventa Incaricato nel 2014.
Nominato Vescovo titolare di Mottola, Motula, il 14 settembre 2015, è stato ordinato Vescovo il 9 novembre 2015 in San Giovanni in Laterano, per l’imposizione delle mani del Santo Padre Papa Francesco, co-ordinanti il Cardinal Vicario Agostino Vallini e il Cardinale Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione per il Clero.
Nominato Vicario Generale della Diocesi di Roma ed Arcivescovo titolare di Mottola, Motula, il 26 maggio 2017.
Creato Cardinale da Papa Francesco il 28 giugno 2018.

Eminenza, il prossimo 12 aprile celebrerà i suoi quarant’anni di sacerdozio. Chissà quante volte si sarà chiesto perché si è fatto prete. Può provare a spiegarlo ai nostri lettori? Come ha avuto inizio la storia della sua vocazione?
Devo confessare che non mi sono mai chiesto “perché mi sono fatto prete?”. Ho solo accolto un dono, il dono della chiamata. Per me è stato sempre chiaro che c’era un disegno di Dio a cui ho risposto. La conferma l’ho avuta in questi quaranta anni di presbiterato, di giorno in giorno. L’origine della mia vocazione è molto semplice, essa ha avuto luogo nella comunità parrocchiale dove ero inserito nel gruppo dei ministranti. Ricordo che nutrivo una profonda ammirazione per il mio parroco e ho sentito nel cuore il desiderio di seguire Gesù nella via del sacerdozio; credo che questo sia stato l’inizio della mia vocazione.

Quali i ricordi più belli del periodo della sua formazione a Taranto e poi al seminario Romano?
Il mio cammino di formazione ha avuto inizio nel 1970 ed è terminato nel 1980. Un decennio molto particolare, perché sono stati anni di grande vivacità per vita della Chiesa in Italia. Mi sono trovato, dopo il difficile tempo della contestazione, a vivere un momento di grande fervore e di grande fecondità all’interno di questi due grandi seminari, prima quello di Taranto e poi quello di Roma. Ringrazio il Signore per questo duplice dono che mi ha concesso.

In che modo il suo ministero sacerdotale svolto al servizio delle comunità parrocchiali da collaboratore e da parroco hanno inciso sul suo profilo di sacerdote?
Quando si esce dal Seminario, lo sappiamo bene, l’opera è incompiuta. Chi porta il giovane sacerdote a maturazione è proprio il rapporto con le persone, con il popolo di Dio. Credo che all’interno delle comunità in cui ho prestato servizio, ho ricevuto tanto, perché la vicinanza alla gente e l’essere pastore in mezzo al popolo di Dio mi hanno molto aiutato a maturare. Sono debitore verso tante persone che hanno contribuito alla mia formazione dopo il tempo del seminario.

Ha dedicato buona parte del suo servizio nella Chiesa alla direzione spirituale e alla formazione dei futuri presbiteri prima e del clero poi, anche da vescovo ausiliare. Immaginiamo che ancora oggi, pur da vicario generale del Santo Padre, non riesca ancora a superare questa speciale “tentazione”. Qual è il modello di prete che si aspetta il mondo di oggi?
È proprio vero, rimane una “tentazione” quella di continuare ad accompagnare nella direzione spirituale. Avendolo fatto per tanti anni, viene quasi spontaneo anche oggi nel corso dei colloqui e negli incontri. La dimensione che mi ha sempre colpito nel dare un aiuto ai sacerdoti è proprio questa: aiutarli a essere non dei funzionari ma dei pastori. Essere preti che sappiano vivere due dimensioni importantissime: l’intimità con il Signore e la donazione totale agli altri.

Papa Francesco l’ha nominata prima vescovo ausiliare di Roma e poi suo vicario generale? Come prese la notizia? Quanto è difficile essere vescovo in una città così grande e così difficile come la capitale?
Riguardo alla mia nomina, una cosa molto bella di cui sono profondamente grato a Dio è che il discernimento per questa chiamata è stato fatto proprio da Papa Francesco. Questo per me è fonte di una grande gioia e sicurezza. Ho appreso la notizia con tanto timore, perché è un incarico molto gravoso, ma anche con profonda fiducia, proprio perché ho avvertito la presenza di Papa Francesco nella mia vita come quella di un padre spirituale. Da questo punto di vista sono molto sereno. È difficile essere vicario del Papa in una città grande e complessa come Roma, confesso però che da quando ho ricevuto questo incarico, il Signore non mi ha mai fatto mancare la pace e la serenità nell’affrontare le varie questioni e tutt’ora è così.

In quanti e in quali modi Papa Francesco partecipa alla vita della diocesi di Roma? Su quali percorsi si muove oggi la nuova evangelizzazione nella sua Chiesa particolare?
Il modo di essere presente di Papa Francesco nella sua Diocesi è intenso. Posso testimoniare che il nostro vescovo segue in maniera attenta la vita della sua comunità diocesana, è molto presente. Egli ha notizie di prima mano della sua Diocesi, perché ascolta sacerdoti, laici e religiosi. Inoltre i percorsi che ci ha indicato e sui quali si sta muovendo l’evangelizzazione nella sua Chiesa particolare sono quelli tracciati nel documento programmatico che ci ha consegnato: l’Evangelii Gaudium, letto alla luce dell’Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, a cui Egli fa riferimento di continuo. Un ultimo esempio riguarda la Messa mattutina che Egli celebra a Santa Marta e alla quale hanno partecipato i rappresentanti di tutte le parrocchie di Roma, anzi è già iniziato il secondo “turno” che permetterà ai giovani delle comunità parrocchiali romane di prendervi parte. Un’occasione straordinaria di conoscenza, di vicinanza e di comunione del pastore con il suo gregge.

Roma è il centro del cattolicesimo. In che modo la Chiesa di Roma può essere il modello per tutte le Chiese particolari sparse per il mondo?
La Chiesa di Roma che presiede nel servizio della carità le altre Chiese, può aiutare le altre diocesi a vivere in pienezza quelli che sono gli insegnamenti del magistero di Papa Francesco. Credo che questo sia il compito di Roma: essere fedeli al magistero del suo Vescovo.

Parliamo un attimo della Chiesa universale. Quanto manca affinché il mondo cattolico, a cominciare dalle gerarchie, si “converta” al Magistero di Papa Francesco. Quale sforzo occorre ancora fare perché la Evangelii Gaudium penetri nel tessuto delle comunità cristiane e dei loro pastori?
Non saprei dire quanto tempo manca o cosa sia necessario perché avvenga questa conversione. Quello che posso constatare perché è ben evidente, è che si è aperto il processo. Ed è quello che desidera Papa Francesco: avviare processi più che occupare spazi. E allora occorre il coraggio. Il coraggio di fidarsi e di rischiare in questo momento, di non rimanere chiusi nelle proprie idee, nei propri recinti ma di vivere questa chiamata ad essere Chiesa in uscita; Chiesa che sente la gioia di annunciare il Vangelo a tutti, la passione di portare la Parola di Dio a ogni uomo e donna del nostro tempo.

E la scelta degli ultimi di oggi come opzione prioritaria della vita della Chiesa resta ancora un miraggio lontano?
Non mi sembra che sia un miraggio lontano! Credo che la scelta di Papa Francesco, approfondendo gli insegnamenti del Vaticano II, sia quella di mettere il povero al centro, il piccolo al centro. Perché soltanto partendo dallo sguardo del piccolo possiamo leggere in profondità la realtà.

Uno sguardo ai giovani. Nella sua diocesi qual è attualmente la situazione? Le comunità parrocchiali sono ricche della freschezza e della creatività delle nuove generazioni? Cosa occorre fare perché il messaggio giunga loro in maniera efficace e travolgente?
In questo anno in Diocesi stiamo vivendo proprio l’ascolto dei giovani, delle loro storie e delle loro situazioni concrete. Perché abbiamo capito che c’è una forte chiamata per le comunità a svegliarsi e a mettersi in un atteggiamento di profondo ascolto nei confronti delle nuove generazioni. Forse dobbiamo essere noi più attenti a comprendere quali risposte i giovani attendono dalla Chiesa. In Diocesi sono iniziati alcuni cammini, qualcosa si sta muovendo ma il percorso è ancora lungo. Non nascondo che tutto ciò oggi è difficile da realizzare a causa della mancanza di “padri” e “madri” che possano generare nella fede.

Eminenza, un’ultima domanda. Sta per iniziare la Quaresima: un consiglio e una preghiera per i nostri lettori.
Un consiglio: mettere realmente la Parola di Dio al centro della propria vita. Non ci può essere conversione e cambiamento del cuore, della testa e della volontà senza un ascolto continuo e assiduo della Parola che il Signore ci rivolge tutti i giorni. È una lettera d’amore che ci scrive quotidianamente.

di Vincenzo Paticchio

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