Confessare il Signore. Lasciandosi istruire da Dio

Istruire nella fede e nella morale, nell’attuale momento di “smarrimento sconcertante”: questo il richiamo di Benedetto XVI in Brasile nel maggio 2007.

La crisi dell’uomo in questa fase storica di cambiamenti rapidissimi, come mai nel passato, impone un’attenta riflessione sui linguaggi comunicativi in continua evoluzione; anche a causa della globalizzazione che conduce ad un inevitabile confronto tra culture, stili, metodi linguistici e pedagogici.

La nostra epoca, oltre che caratterizzata dalla crescente secolarizzazione, ci consegna anche un sistema comunicativo che ha modificato radicalmente i tradizionali rapporti interpersonali, creando un enorme divario tra generazioni. I giovani nati tra la fine degli anni ’90 e i primi del 2000 appartengono alla cosiddetta fascia dei ‘nativi digitali’, caratterizzata essenzialmente da rapporti che accantonano il ‘faccia a faccia’ per ricorrere a quelli tecno-mediati. I bisogni individuali prevalgono sull’empatia, e le emozioni vengono rappresentate piuttosto che vissute; inoltre nei nuovi rapporti virtuali spesso non c’è una identità definita, ma la possibilità di inventare ogni giorno una nuova immagine di sé. Le evidenti difficoltà degli educatori, come la famiglia, la scuola e la Chiesa, si inseriscono in questo contesto sociale profondamente modificato, e i classici percorsi della comunicazione e dell’apprendimento impongono un rinnovato stile pedagogico.

La pedagogia cristiana, centrata sull’incontro e la comunicazione diretta con l’altro, sulla credibilità e affidabilità, sulla capacità di ascolto come presupposto di ogni dialogo, diventa il cammino di definizione della nuova grammatica umana. Anche la pedagogia divina, infatti, dai contenuti ormai svelati, parla la lingua della comunicazione, dell’istruzione e della storia contemporanee, le quali sembrano avere accantonato la stessa parola ‘Dio’.

“Confessare il Signore lasciandosi istruire da Dio”. Il monito lanciato da Papa Francesco lo scorso 29 giugno nella Basilica Vaticana, richiama le parole di Benedetto XVI del 13 maggio 2007 in Brasile: “Solo chi riconosce Dio, conosce la realtà e può rispondere ad essa in modo adeguato e realmente umano. La verità di questa tesi risulta evidente davanti al fallimento di tutti i sistemi che mettono Dio tra parentesi”.

“Dio nessuno l’ha visto mai, perché anche l’amore non viene visto con l’occhio nudo, né si manifesta con complimenti, conviti e feste, ma viene vissuto nel cuore, si manifesta nella verità con il sacrificio e la croce di chi ama a beneficio della persona amata.
Tramite il Dio-Uomo Cristo e la Sua opera salvifica, Dio ha voluto convincere e non violentare; chiamare e non cacciare; amare e non giudicare; liberare e non schiavizzare” (Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Milano 15 Maggio 2013).

Escludere Dio dal proprio orizzonte e non parlarne sembrano essere le connotazioni del mondo contemporaneo; un mondo che rischia di globalizzare un falso concetto di realtà. Sono reali esclusivamente i beni materiali e i problemi percepibili solo dall’esterno? O è reale il fondamento dell’esistenza umana, che dà il giusto valore all’intera vita personale?

I valori morali del cristianesimo mirano all’autentico sviluppo integrale dell’uomo (Populorum Progressio, 14) e solo questo può orientare alla conoscenza della verità reale.

Oggi sembra che sia vero solo ciò che è sperimentalmente verificabile, tutto il resto riguarderebbe le convinzioni personali. Ma “le verità del singolo, che consistono nell’essere autentici davanti a quello che ognuno sente nel suo interno, sono valide solo per l’individuo e non possono essere proposte agli altri con la pretesa di servire il bene comune” (Lumen Fidei, 25). La verità soggettiva, come unica vera realtà, ha portato alla crisi strutturale dell’uomo dei nostri tempi, che annega nelle sue pretese prometeiche banalizzando la fede come “consolazione”, “fatto privato”, “innamoramento soggettivo”.

L’io centrato su se stesso, senza un criterio superiore, annega in una vita inutile e sterile. Ecco, però, che al buio dell’aridità si contrappone la luce dell’amore. E la luce che apre all’amore originario e “affidabile” è la fede in Dio, capace di “valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, di arricchire la vita comune” (Lumen Fidei, 51).

Nella prima Enciclica firmata da Papa Francesco, ma frutto di un lavoro da lui stesso definito “a quattro mani” con Papa Benedetto XVI, viene citato Nietzsche e la sua critica al cristianesimo, fondata sulla convinzione che il credere si opporrebbe alla ricerca della verità. “La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani” (Lumen Fidei, 2). La libertà: questo mito fondante della società moderna, diventato unico catalizzatore di consensi condivisi. Generalmente la libertà è percepita come un concetto astratto, soprattutto in ambito intellettuale; ma non può essere racchiusa o compresa solo come concetto.

La profondità del suo mistero si coglie nella situazione di schiavitù. Schiavitù dalle passioni, dai desideri illimitati, dall’adorazione di idoli fallaci. Tutti cercano la libertà, si tormentano, si adoperano per ottenerla in ogni modo: ma pochi sono coloro che la trovano! Una libertà isolata, divinizzata, antropocentrica, onnipotente non è vera libertà!

Essere padroni di sé educandosi a superare se stessi, a liberarsi dall’auto-adorazione del proprio ‘ego’: questa è la vera libertà. Ed è nell’amore la risposta alla nostra affannosa domanda di libertà: un amore capace di sacrificare le proprie aspettative in favore e nel rispetto dell’altro. Quando l’uomo si costituisce come assoluto, è allora che nega la sua umanità, e questa è la peggiore forma di schiavitù.

Ecco che partendo dai Dieci Comandamenti, sintesi della vita di libertà, arriviamo alla kenosis-svuotamento, modello di vera ascesi alla verità. E per conoscerla dobbiamo educarci alla liberazione dai falsi idoli e miti. La testimonianza cristiana di somma libertà e amore costituisce il più grande dono che abbiamo ricevuto in questa direzione.

Libero davvero è colui che è in grado di volere. La crescita della libertà suppone allora la crescita della coscienza morale. L’argomento ‘morale’ sembra diventato estraneo alla lingua del pensiero odierno; quest’ultimo parla molto di identità, ma non di coscienza morale. In realtà l’unico modo per essere liberi, cioè comprendere cosa si desidera veramente per il proprio bene, è nell’avere una coscienza morale matura. Non si può, infatti, maturare in libertà se non mediante una decisione a proposito di sé, a condizione di emanciparsi dalla necessità di provare per volere! Per uscire dalla sospensione è indispensabile conoscere una causa degna, per la quale dedicare la vita.

Come avverte Papa Francesco: “La coscienza è lo spazio interiore dell’ascolto della verità, del bene, dell’ascolto di Dio. È il luogo interiore della mia relazione con Lui, che parla al mio cuore e mi aiuta a discernere, a comprendere la strada che devo percorrere” (Roma, Angelus 30 giugno 2013).

La ricerca della verità, che ci rende autenticamente liberi e appagati, presuppone la volontà di formarsi al bene per sé e per gli altri. ‘Formazione’, quindi, è il concetto centrale che racchiude lo sviluppo integrale ed armonico della persona. Ed è proprio grazie al cristianesimo che l’uomo ha avuto consapevolezza di essere una persona, titolare di dignità e rispetto al pari di tutti gli altri. Formare, perciò, vuol dire modificare la forma di tutta la persona secondo il bene e la verità, cioè verso la libertà. La vera formazione, infatti, include l’istruzione fondata sui valori morali essenziali, comunicati e vissuti utilizzando tutti i mezzi di comunicazione: dall’arte alla cultura, dalla stampa alla cinematografia, dalla letteratura alla televisione, dal testo scritto al web (Inter Mirifica).

Ambire a mete alte e presentare le virtù come attraenti per una vita di senso rappresentano il percorso ideale nella interlocuzione con la coscienza. L’essere umano si differenzia dagli altri esseri viventi proprio perché ha necessità di dare un significato alle proprie azioni, con una visione globale della propria vita. “La luce della ragione autonoma non riesce ad illuminare abbastanza il futuro; così l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande” (Lumen Fidei, 3-4). La luce della fede è l’unica capace di illuminare tutta l’esistenza e svelare la verità. “Una luce così potente non può procedere da noi stessi”, può venire solo da Dio!

 

di Giuseppina Capozzi

 

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