La preghiera, grande gesto d’amore

“La preghiera non è solamente il respiro dell’anima, ma è anche l’oasi di pace in cui possiamo attingere l’acqua che alimenta la nostra vita spirituale e tra­sforma la nostra esistenza” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 13 Giugno 2012).

Pregare è la grande provocazione del cri­stiano nel mondo contemporaneo, mondo che sembra in assoluta dipendenza dal materiali­smo, dall’individualismo, dallo scientismo e dal tecnologismo. Oggi gli uomini sanno che la scienza e la tecnica non sono in grado di rispondere ai grandi interrogativi dell’esisten­za. E quando l’uomo diventa adulto si scopre incapace di trovare un senso alle tante doman­de, per tendere alla felicità. In realtà si accorge che è mancato un Maestro di vita che lo abbia aiutato nel percorso spirituale, che lo abbia responsabilizzato nel coltivare l’aspetto più interiore e personale, attraverso la preghiera.

Ma che cos’è la preghiera?

“Per me la preghiera è uno slancio del cuo­re, è un semplice sguardo gettato verso il cie­lo, è un grido di riconoscenza e di amore nel­la prova come nella gioia” (S. Teresa di Gesù Bambino).

Se, però, nessuno insegna all’altro a pre­gare, si corre il pericolo di ridurre l’orazione a semplice introspezione psicologica; ad un’ana­lisi di sentimenti ed emozioni personali che si piegano su se stessi, senza entrare in un vero dialogo con l’anima e il cuore di ognuno. Pre­gare davvero, invece, coinvolge l’uomo inte­ro, nell’anima, nello spirito, ma soprattutto nel cuore, in una relazione reale e personale con il Dio vivo e vero (Catechismo della Chie­sa Cattolica, nn. 2558 e 2562), in quanto la con­notazione primaria della preghiera è nell’es­sere una ‘relazione’, relazione di incontro con Dio che parla all’uomo!

Attenzione a questa realtà! Solo quando la persona, libera di accogliere, si rivolge a Dio, libero di rispondere, si fonda il dialogo tra due persone. Quando la libertà reciproca è assente si rischia di cadere nelle insidie te­oretiche o pratiche alla libertà (C. Fabro, La preghiera nel pensiero moderno, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1979).

La radice del pregare consiste, quindi, nel dialogo con un ‘Tu’ che parla direttamente all’uomo. In questo, la sola rivelazione natu­rale non è sufficiente! Perché sarebbe un rap­porto indiretto e mediato che rimarrebbe alla superficie del cuore umano. “Una conseguen­za: parlare per esempio di preghiera nel bud­dismo propriamente non ha senso. Non basta pensare ad un ‘impersonale divino’ per prega­re”, come chiarisce il Cardinale Carlo Caffarra (Incontro catechisti, 17 gennaio 1999).

Pregare, cioè, è sempre rispondere a Dio che parla (C.C.C. nn. 2561, 2653). Si tratta dell’intelligenza che comprende. Comprende come sia la Rivelazione il fondamentale pre­supposto di fede per praticare la preghiera: è la Parola di Dio che suscita in noi la capacità di rispondere! S. Basilio Magno dice stupen­damente: “la voce dello Spirito diventa la voce propria di coloro che l’hanno ricevuto”. Questa è la preghiera!

La tradizione ebraico-cristiana insiste sul fatto che il luogo della preghiera è il cuore. Esso “è il nostro centro nascosto, irraggiungi­bile dalla nostra ragione e dagli altri; solo lo Spirito di Dio può scrutarlo e conoscerlo. È il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. È il luogo dell’incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell’alle­anza” (C.C.C., 2563).

Purtroppo spesso non si sa pregare. Che la preghiera aiuti a riflettere su se stessi e sui pro­pri atti è cosa lodevole, ma perché diventi vera preghiera ci vuole un passaggio in più: diventa fondamentale l’abbandono a Dio che si rivela a ciascuno di noi, nella nostra intimità, e che ci trasforma e rigenera! Solo quando si mette la propria vita nella luce di Dio e sotto il Suo sguardo la preghiera diventa atto di fede!

La preghiera è il ‘vertice’ per così dire della fede cristiana. L’educazione alla preghiera im­plica anche un insegnamento completo ed or­ganico sulla preghiera stessa. Non a caso, delle quattro parti di cui si compone il Catechismo della Chiesa Cattolica, tutta la quarta parte è dedicata all’esposizione della fede della Chie­sa alla preghiera (nn. 2558-2865).

Nella Messa a Santa Marta del 30 Genna­io u.s., Papa Francesco ha proprio parlato del sensus ecclesiae, indicando umiltà, fedeltà e preghiera come i tre pilastri per sentirsi ‘con’ e ‘nella’ Chiesa.

Cosa fare, allora, per imparare a pregare? Prima di tutto aprirsi a questo evento cercan­do il tempo propizio. Ci sono momenti del­la giornata in cui rischiamo di farlo in modo meccanico; e allora anche i migliori propositi possono annullarsi. Si rende necessario, per­tanto, pensare alla preghiera come momento privilegiato di incontro con Dio; Dio che apre il nostro cuore all’amore verso di Lui, verso noi stessi e verso l’altro. Quando si ama si trova il tempo per alimentare il rapporto con l’altro. E l’esercizio, la frequenza del rapporto aiutano a far crescere l’intimità in questa preziosa re­lazione.

“L’orazione mentale è questo dialogo con Dio, cuore a cuore, in cui interviene tutta l’ani­ma: l’intelligenza e l’immaginazione, la memo­ria e la volontà. È una meditazione che contri­buisce a dar valore soprannaturale alla nostra povera vita umana, alla nostra comune vita quotidiana” (San Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, 119). Significa fortificare, quindi, la propria volontà, nel trovare il tempo adatto e il luogo adeguato per coltivare questo momento delicato e personale di relazione intima con il soprannaturale.

É importante partire dalle Sacre Scritture, deposito eterno della Sapienza divina (Dei Verbum, 25). A volte l’inizio è incerto, fretto­loso, condizionato dalla spinta alla efficienza e al materialismo quotidiani. Ma è proprio al­lora, proprio “in un mondo in cui rischiamo di confidare solamente sull’efficienza e la poten­za dei mezzi umani, in questo mondo siamo chiamati a riscoprire e testimoniare la potenza di Dio che si comunica nella preghiera, con la quale cresciamo ogni giorno nel conformare la nostra vita a quella di Cristo” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 13 Giugno 2012).

La vera preghiera è uscire da noi stessi, è un esodo da noi stessi, come asserisce Papa Fran­cesco, suggerendo cinque intenti da far diventa­re preghiera, servendosi delle cinque dita della mano. Tutti noi, sottolinea il Papa, abbiamo un pezzo di incredibilità dentro. E’ necessaria, di conseguenza, una preghiera forte e umile per chiedere un miracolo, un’azione straordinaria.

Perciò “se il cristianesimo deve distinguer­si, nel nostro tempo, soprattutto per ‘l’arte del­la preghiera’, come non sentire un rinnovato bisogno di trattenersi a lungo, in spirituale conversazione, in adorazione silenziosa, in atteggiamento di amore, davanti a Cristo pre­sente nel Santissimo Sacramento?” (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 25).

di Giuseppina Capozzi

 

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