Il distintivo di ogni cristiano Vivere la “civiltà dell’amore”

Ai nostri giorni la Chiesa italiana sta inve­stendo tutte le sue forze sull’educazione dei giovani a motivo dell’attuale emer­genza educativa, che costituisce una grande sfida per ogni comunità cristiana e per l’intera società. Gli orientamenti pasto­rali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020 insistono sul tema dell’educazione: “Educare alla vita buona del Vangelo”.

Si tratta di una educazione integrale della persona che porti a pienezza la sua umanità e contribuisca a costruire la civiltà dell’amore che implica l’attuazione del messaggio evan­gelico nella società. Paolo VI usò l’espressione “civiltà dell’amore” la mattina di Pentecoste del 1970, per riprenderla poi altre volte nel corso del suo pontificato. Per lui questa espres­sione - saldamente ancorata a motivazioni di carattere teologico, antropologico e storico - aveva una profonda valenza sia personale che sociale, come ebbe a dire nell’udienza ge­nerale del 31 dicembre 1975: “Noi guardiamo alla vicenda storica, nella quale ci troviamo; e allora, sempre osservando la vita umana, noi vorremmo aprirle vie di migliore benessere e di civiltà, animata dall’amore, intendendo per civiltà quel complesso di condizioni morali, civili, economiche, che consentono alla vita umana una sua migliore possibilità di esisten­za, una sua ragionevole pienezza, un suo feli­ce eterno destino”.

L’ideale della “civiltà dell’amore” non consi­ste tanto in un generico e astratto invito alla be­nevolenza reciproca, ma in uno sforzo concreto di vivere il vangelo, incarnandolo nell’oggi del tempo e della storia; di vivere la solidarietà che “non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tan­te persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di im­pegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo vera­mente responsabili di tutti” (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 38).

Una solidarietà che deve diventare fraterni­tà, che “ha origine da una vocazione trascen­dente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna” (Benedetto XVI, Caritas in ve­ritate, 19). Lo sviluppo se vuole essere auten­ticamente umano, deve manifestare la logica del dono e fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità.

Nel Discorso della montagna (Mt 5-7) Gesù propone Dio come modello da imitare nell’a­more: “Voi, dunque, siate perfetti come è per­fetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).

Il cristiano crede alla possibilità dell’amore, crede che il male possa essere eliminato dal cuore dell’uomo con la conversione.

Gesù pone al centro di tutto il cuore, la con­versione del cuore, l’amore senza riserve; in­teriorizza le esigenze etiche, non si preoccupa di controllare il gesto esterno, come facevano i farisei, ma controlla il cuore, cioè la radice da cui scaturisce il gesto. Con ciò egli getta le fondamenta di una nuova moralità facendo di­pendere il valore morale di un’azione dall’in­tenzione del cuore.

Nel Discorso della montagna Gesù pone come condizione per entrare nel regno di Dio una giustizia superiore che vada al di là di quella degli scribi e dei farisei. Infatti, egli afferma: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20). La giustizia su­periore di cui Gesù parla è la misericordia che, come ci ricorda l’etimologia del termine (dal latino misericors), significa avere un cuore per il misero.

La misericordia si identifica con l’àgape, con l’amore, e scaturisce da un cuore amante che ha occhi per accorgersi delle miserie proprie e altrui e si china compassionevole su chi è biso­gnoso, proprio come fece il buon Samaritano (Lc 10,30-37).

Il cristiano è chiamato ad essere e ad agire come Dio, incarnando nel proprio comporta­mento etico la santità e la perfezione del Pa­dre: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo” (Lv 19,2); “Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).

Per Heinz Schürmann “il nome di Dio sarà definitivamente santificato anche dagli uomini nel modo dovuto mediante una vita realmente morale e di lode a Dio, che renda giustizia alla santità divina” (Padre nostro la preghiera del Signore, Milano 1982, p. 50).

È nella testimonianza di vita: amore verso Dio e verso il prossimo, osservanza dei coman­damenti, accoglienza della Parola del Signore e del suo santo Spirito, partecipazione al pro­getto di salvezza che il Padre realizza nella storia, fedeltà alla coscienza, ricerca del bene e della verità, opere di bontà, testimonianza della carità… che il nome di Dio può essere santificato.

La santificazione del nome di Dio non va af­fermata soltanto con le labbra, ma deve risplen­dere in tutta la nostra vita. San Pietro Crisologo afferma: “Se viviamo con rettitudine, il Nome divino è benedetto; ma se viviamo nella diso­nestà, il Nome divino è bestemmiato” (Sermo­nes 71: PL 52, 402A). Con la bontà delle nostre azioni noi possiamo provocare la glorificazio­ne e la lode di Dio: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16); “Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, […] al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita” (1 Pt 2,12). “Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato per­ché in esse camminassimo” (Ef 2,10). Dio ci ha creati per compiere le opere buone e cammi­nare in esse.

di Salvatore Cipressa

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