Il servizio è l’unica strada Per vincere ogni tentazione

“Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”.

La famosissima invettiva di Cicerone, pronunciata nel Senato romano contro il corrotto Catilina, è quanto mai attuale, nella nostra società globalmente contaminata dalla corruzione.

A fine anno 2013, l’organismo internazionale Transparency ha pubblicato la periodica classifica sulla corruzione percepita da manager, investitori, imprenditori. In questa graduatoria l’Italia è al sessantanovesimo posto su 175 nazioni. Sembrerebbe una posizione tutto sommato ragionevole. Se non fosse che, prima di noi, ci sono nazioni come la Somalia, l’Afghanistan e la Corea del Nord, con riconosciute pessime condizioni.

La verità è che, “in una società che sempre più s’ispira solo alle ragioni del mercato, quando il mercato perde ogni regola e pudore il denaro diventa esclusivo punto di riferimento e radice di quella drammatica globalizzazione dell’indifferenza più volte denunciata da papa Francesco nelle sue esternazioni” (Mons. Vincenzo Bertolone, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, 15 giugno 2014).

Soltanto il rilancio di un’educazione basata sull’integrità morale, sulla trasparenza e sulla responsabilità sociale può innescare una dinamica virtuosa. Vivere secondo i valori del mondo: “questa è la mondanità. Ma è un po’ quell’atteggiamento della strada più breve, più comoda per guadagnarsi la vita. E l’abitudine della tangente è un’abitudine mondana e fortemente peccatrice. È un’abitudine che non viene da Dio: Dio ci ha comandato di portare il pane a casa col nostro lavoro onesto” (Papa Francesco, Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, 8 novembre 2013).

Per capire le conseguenze della corruzione, dobbiamo considerare che a pagare “i corrotti politici, i corrotti degli affari e i corrotti ecclesiastici” non è “chi porta la tangente”, ma i poveri, “gli ospedali senza medicine, gli ammalati che non hanno cura, i bambini senza educazione”. É il monito lanciato da papa Francesco durante la messa celebrata il 16 giugno 2014 a Casa Santa Marta, quando ha parlato della corruzione come di uno dei peccati più “a portata di mano” e “antichissimo”, per vincere il quale la strada è il servizio agli altri.

“L'unica strada per uscire dalla corruzione, l'unica strada per vincere la tentazione, il peccato della corruzione, è il servizio”. Perché “la corruzione viene dall'orgoglio, dalla superbia, e il servizio ti umilia”: è la “carità umile per aiutare gli altri”.

Per due giorni consecutivi, sempre durante la messa in Santa Marta, Papa Francesco ha parlato della corruzione, usando parole forti, ispirate dalle letture del giorno. “È un peccato - ha detto il Papa – che irrita e fa peccare il popolo”. Le scritture stroncano con una condanna impietosa, di maledizione gli autori di azioni che “sfruttano gli innocenti, senza sporcarsi le mani”.

“Il corrotto irrita Dio e fa peccare il popolo”, scandalizza la società e “il popolo di Dio, si vende per fare il male, per uccidere”.

Il Papa ha sottolineato che Gesù non parla di peccato, ma di scandalo. Ma che differenza c’è “tra peccare e scandalizzare?”. “La differenza è che chi pecca e si pente, chiede perdono, si sente debole, si sente figlio di Dio, si umilia, e chiede proprio la salvezza da Gesù. Ma di quell’altro che scandalizza, che cosa scandalizza? Che non si pente. Continua a peccare, ma fa finta di essere cristiano: la doppia vita. Il parlare del cristiano sia “sì, sì, no, no”, l’ipocrisia è la lingua dei corrotti”.

Come si può, allora, definire la corruzione? Nel dizionario si trova letteralmente: “Degenerazione spirituale e morale, depravazione; totale abbandono della dignità e dell’onestà”.

La dignità dell’uomo parte dal presupposto che egli abbia il dominio delle sue azioni. E ogni azione umana conduce alla dignità quando realizza il bene della persona, la sua vocazione, cioè, ad essere libero, responsabile, consapevole di essere in rapporto con l’altro secondo una dinamica di riconoscimento reciproco come essere umano, che si relaziona naturalmente con la trascendenza divina. Si tratta, quindi, della fraternità nell’ottica della relazione vitale (Dignità e diritti della persona umana, Commissione Teologica Internazionale, 1983).

La Sacra Scrittura insegna che all’inizio della storia i nostri progenitori si ribellarono a Dio disobbedendogli e cedendo alla tentazione di voler essere come Dio. In seguito alla disobbedienza nel preferire se stessi a Dio, l’uomo perse la grazia (Catechismo della Chiesa Cattolica, 398-399) e l’armonia con la creazione e con se stesso. In questo modo la sofferenza e la morte fanno il loro ingresso nella storia (C.C.C., 399-400).

“Il primo peccato ebbe il carattere di una tentazione accettata, perché dietro la disobbedienza umana c’è la voce del serpente, che rappresenta Satana, l’angelo caduto. La Rivelazione parla di un peccato precedente suo e di altri angeli, i quali, pur essendo stati creati buoni, rifiutarono Dio irrevocabilmente”(Santiago Sanz, L’elevazione soprannaturale e il peccato originale, 24 dicembre 2013, www.opusdei.it). Per la Chiesa questo è evento storico, ed è definito il ‘peccato originale’, a partire da Sant’Agostino. Peccato che, però, non è ‘originario’ dell’uomo, ma solo frutto del cattivo uso della libertà da parte delle creature (prima gli angeli, poi l’uomo).

Per san Tommaso d’Aquino: “Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata destinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande” (Summa Theologiae, III, 1, 3, ad 3). L’uomo è posto davanti alla sua responsabilità: può fare il male usando la propria libertà, e il responsabile di ciò non è altri che lui stesso (C.C.C., 387).

“Paradossalmente, il senso di colpa che induce a riconoscersi ‘naturalmente’ peccatore, porterebbe a mitigare o eliminare la responsabilità personale nel peccato, perché l’uomo non potrebbe evitare quello a cui tende spontaneamente. Più corretto, invece, è affermare che la condizione di peccato appartiene alla storicità dell’uomo e non alla sua natura” (Santiago Sanz).

Dopo il peccato, tutta la vita umana ha il carattere di una lotta: è necessario combattere per sfuggire alle tentazioni del peccato stesso (C.C.C., 409).

La via d’uscita indicata dal Papa è la richiesta di “perdono al Signore, la restituzione del maltolto” e la preghiera per la conversione del peccatore. Una preghiera che parta da una premessa fondamentale per il cristiano: il timore di Dio.

“Il timore di Dio è il dono dello Spirito che ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Dio e al suo amore e che il nostro bene sta nell’abbandonarci con umiltà, con rispetto e fiducia nelle sue mani. Questo è il timore di Dio: l’abbandono nella bontà del nostro Padre che ci vuole tanto bene (Papa Francesco, Udienza generale 11 giugno 2014). Il timore di Dio non è individuabile, però, nell’atteggiamento di rassegnazione e passività. Al contrario consiste nello stato dell’anima che genera “coraggio e forza! È un dono che fa, di noi, cristiani convinti, entusiasti, che non restano sottomessi al Signore per paura, ma perché sono commossi e conquistati dal suo amore! Essere conquistati dall’amore di Dio! E questo è una cosa bella. Lasciarci conquistare da questo amore di papà, che ci ama tanto, ci ama con tutto il suo cuore”.
 
di Giuseppina Capozzi

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