Ali e radici per volare alto. La grande alleanza scuola-famiglia

 

 

 

Le prime intuizioni, incomplete e non ancora sistematiche, di quella che più tardi sarebbe stata definita ‘educazione integrale’, ebbero come protagonista J. H. Pestalozzi.

    Educatore a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, elaborò un primo sistema educativo incentrato sull’idea di uno sviluppo armonico e graduale del cuore – cioè dell’affettività, della creatività, della relazionalità - della mente – e quindi del pensiero e dell’intelligenza – e della mano – e perciò dell’arte, della operatività, della motricità, della corporeità.

    Nello scorso mese di maggio, a Roma, parlando alla scuola italiana come ente educativo, Papa Francesco è tornato su queste tre parole, mente, cuore, mano, precisandone la necessità in termini di armonia. È importante “pensare quello che tu senti e quello che tu fai; sentire bene quello che tu pensi e quello che tu fai; e fare bene quello che tu pensi e quello che tu senti”, ha chiarito il Pontefice.

    La scuola intesa come palestra privilegiata di formazione per la giovane umanità, presente e futuro della esistenza terrena: di questo parla Papa Francesco.

    Quando si utilizza il termine ‘formazione’ si intende un’accezione più ampia del termine ‘educazione’. La formazione abbraccia la totalità dell’essere umano: tenta di coniugare le diverse componenti della personalità individuale in una unità di significato che è diversa da persona a persona. Ecco perché viene utilizzata, soprattutto in ambito scolastico, l’espressione ‘educazione personalizzata’.

    Una educazione completa, quindi, che sappia fornire una serie di grammatiche e di linguaggi che consentano di decifrare le proprie potenzialità materiali e spirituali insieme.

    La formazione spirituale della persona diventa, allora, unità di cuore, mente e mano. Una formazione che va sviluppata attraverso l'educazione morale, quella intellettuale e quella professionale, tra loro strettamente congiunte.

    Il termine ‘educazione’ ha subìto negli ultimi decenni una evoluzione di significato che fa comprendere la incertezza della sua definizione.

     La difficoltà a definire il discorso pedagogico è legata alla cultura delle scienze empiriche: sperimentare, classificare, registrare sono le cifre della verità contemporanea. In Italia, all’indomani dell’Unità, l’esigenza di scientificità della pedagogia trovava tra i primi pensatori Andrea Angiulli, il quale, figlio del suo tempo, preconizzavava una metafisica religiosa ridotta a problema morale razionale. Per Angiulli l’ideale era variabile e la perfezione morale si realizzava, perciò, nella storia attraverso una selezione naturale su base biologica. Ma educare vuol dire proiettarsi nel dover essere; la definizione a priori del suo processo, nell’ottica scientifica, rappresenta, quindi, una riduzione dell’attività pedagogica!

     La formazione, a prescindere dai modelli proposti, va verso la dimensione di un impegno responsabile dell’agente formatore, che ha il dovere di delineare una rotta precisa di comportamento. Il vecchio paradigma aristotelico vedeva nella formazione l’attuazione dell’essenza propriamente umana, principio e fine di ogni processo educativo. Da qui nasce l’urgenza di riferimenti veri e sostanziali per una formazione dei formatori, in primis, e contemporaneamente dei discenti, che guardi l’essenza umana nell’equilibrio della sua esistenza.

     La dimensione cognitiva, in particolare del giovane in crescita, non si può disgiungere da quella affettivo-emozionale e spirituale. I ragazzi “sono strutturati secondo una dimensione simbolica, estetica, relazionale, spirituale” (Michele Illiceto, www.manfredonianews.it, 13 maggio 2014). La vera educazione è quella che integra la valenza cognitiva con le altre dimensioni dell’umano. La promozione dello sviluppo armonico e unitario dell’educando deve saper guardare, di conseguenza, l’universo che comprende le sue diverse peculiarità in relazione con il mondo sociale di riferimento.

     Questo cammino, afferma il Papa, prende l’avvio nella famiglia vero luogo di prime relazioni interpersonali autentiche, di valori, di significati di senso della realtà e del mondo in cui si muovono i primi passi. La scuola ha la funzione di affiancare la famiglia dialogando con lei senza mai sostituirsi ad essa e, men che meno, contrapponendosi. Ha il compito di fornire strumenti critici di interpretazione della propria realtà di vita e anche capacità di gestione delle personali situazioni di relazioni, nell’ottica delle specificità individuali.

    Richiamando i tre termini cruciali “mente, cuore e mani”, Papa Francesco riporta ad una scuola che sia luogo del pensiero, del sentire e del fare. Intende ricordare, così, i criteri per rinvigorire il progetto pedagogico, già presente nei documenti della scuola italiana e nelle ultime ‘Indicazioni nazionali per il curricolo’, che faccia della scuola un laboratorio permanente per la formazione personale e sociale delle nuove generazioni, perché comprendano autenticamente e in profondità quale direzione dare alla propria vita.

    Si tratta di colmare le lacune delle nuove forme di analfabetismo: quello antropologico, quello affettivo e quello sociale.

    La prima forma di analfabetismo è figlia del nichilismo, che presenta l’essere umano come inutile a se stesso, privo di significato, privo di valore e di unicità. Questo conduce ad una concezione di finitezza che si riduce al godimento terreno, con la conseguenza di una fragilità e di una precarietà devastanti.

    L’analfabetismo affettivo è prevedibile effetto di una società, quella moderna, caratterizzata dalle relazioni liquide e dai legami a scadenza (come afferma Bauman). Imparare a interpretare le proprie emozioni e incanalarle in modo costruttivo in un progetto di valore è l’obiettivo di una sana formazione al vero umanesimo.

    L’ultima forma di analfabetismo è quella legata al sociale. Una visione individualistica della persona crea una assenza innaturale delle relazioni con l’altro. Solo quando l’‘io’ esce dalla chiusura e dal ripiegamento su se stesso, la persona riesce a dare un senso alla sua vita; a comprendere come dalle differenze ci si arricchisca, come l’altro-diverso-da-sè le consenta di espandere la capacità di amore e conoscenza, che ricade su se stessi come un’esondazione di significato autentico della vita.

    “Alla Chiesa”, ha affermato mons. Galantino (Roma, 11 maggio 2014, intervista su Rai Uno), “non sta a cuore la scuola come struttura ma come realtà nella quale la persona cresce. Se si mostra poca passione per la scuola, si ha poca passione per l'uomo”.

     La scuola, però, nulla può senza una famiglia che fonda e forma. Una famiglia che oggi sta vivendo un periodo di cambiamento culturale senza precedenti. Ma i cambiamenti, se troppo veloci e non meditati, possono condurre alla distruzione del passato nella sua portata di ricchezza e valore.

    L’uomo tende naturalmente a crescere e migliorare: a questo deve puntare l’evoluzione della maturità della persona.

    “Una strada che faccia crescere le tre lingue che una persona matura deve sapere parlare: la lingua della mente, la lingua del cuore e la lingua delle mani, ma armoniosamente”, renderà migliore il futuro della umanità (Francesco, Roma 10 maggio 2014). I giovani avranno, così, sia “ali” che “radici”: ali per “volare”, “sognare” e “creare”; “radici” che affondino nella saggezza degli anziani e dei più grandi (Francesco, Videoconferenza con gli studenti di Scholas Occurentes, Citta' del Vaticano 4 Settembre 2014).

di Giuseppina Capozzi

 

 

 

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