Da soli non si crede La fede in compagnia di Gesù

Il laicismo e l’individualismo del nostro tem­po hanno diversamente gravato sulla vita del credente. Il primo ha condotto a sminuire le manifestazioni pubbliche della fede perso­nale, proibendo che si manifesti attraverso se­gni riconoscibili; l’altro, sulla medesima scia, togliendo al credere la sua cittadinanza nel vi­vere sociale, lo ha ridotto ad un fatto privato, ma anche soggettivo. Il risultato? Il credente non dovrebbe manifestare in pubblico le pro­prie convinzioni, ma tenerle per sé e, ancora, ormai chiuso in se stesso, ciascuno scegliereb­be che cosa credere o no e come vivere.

Se questa è la situazione in cui tante vol­te si trova il credente oggi, si capiscono bene le parole della “Lumen fidei”, l’enciclica sul­la fede: “La fede non è un fatto privato, una concezione individualistica, un’opinione sog­gettiva, ma nasce da un ascolto e destinata a pronunciarsi e a diventare annuncio” (22). Parole che intendono ridare alla fede la sua dimensione pubblica di testimonianza per il bene del mondo e la sua dimensione comu­nionale: non si crede da soli e non si è il metro delle verità di fede. Qualcuno ha parlato del credente come di colui che si costruisce da sé il patrimonio della fede, attingendo verità e credenze un po’ ovunque, anche da altre re­ligioni. Tante volte il risultato è quello di un insieme di convinzioni personali, ritenute ori­ginali, ma poco significative in ordine all’inte­ra esistenza, specialmente al “dopo”, una fede poco influente sul vivere quotidiano.

Davanti a questo “fai da te”, la prima en­ciclica di Papa Francesco ricorda tutto un al­tro orizzonte, iniziando dall’origine. Credere è imparare a vedere se stesso nella figura di Cristo: egli è la risposta alle grandi doman­de di senso, che attraversano l’esistenza - da dove vengo? Che senso ha vivere? Che cosa c’è dopo questa vita? Chi sono? - ed è lo specchio in cui scoprire la propria immagine, l’imma­gine dell’uomo in pienezza. Infatti, chi segue Cristo l’uomo vero, diviene pure lui più uomo. “E come Cristo abbraccia in sé tutti i credenti, che formano il suo corpo, il cristiano compren­de se stesso in questo corpo, in relazione origi­naria a Cristo e ai fratelli nella fede”. Il primo passo è dunque quello di riconoscere una rela­zione originaria a partire da cui si può credere e questo legame è contemporaneamente con Cristo e con i fratelli.

I credenti sono uniti in modo vitale a Cri­sto: “La fede cristiana è centrata in Cristo, è confessione che Gesù è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti (cf. Rom. 10,9)” (15). Nel Figlio unigenito si manifesta pienamente l’affidabilità di Dio. La sua vita appare come il luogo dell’intervento definitivo di Dio e la suprema manifestazione del suo amore per noi. In Cristo il Padre ha dato tutto se stesso e ha rivolto la Parola definitiva, che rassicura l’uomo. Così “la fede coglie nell’amore di Dio, manifestato in Gesù il fondamento su cui pog­gia la realtà e la sua destinazione ultima”. Ma c’è ancora qualcosa: Cristo non è solo Colui in cui crediamo, perché manifestazione massima dell’amore di Dio, ma anche “Colui al quale ci uniamo per poter credere” (18). Egli conosce le cose meglio di noi, pertanto è affidabile: è come l’architetto che ha costruito la nostra casa e che ci rassicura quando vi entriamo e vi di­moriamo. Sì abbiamo bisogno di qualcuno che sia affidabile ed esperto nelle cose di Dio: Gesù ci spiega i misteri del Padre e ci indica come vivere la relazione filiale.

La relazione originaria si vive poi nei con­fronti degli altri, con i quali si forma un unico corpo. Anche l’unione con i fratelli è vitale per la fede, che possiede così, oltre la dimensio­ne cristologica, quella ecclesiale: si confessa all’interno del corpo di Cristo, come comunio­ne concreta dei credenti e si vive insieme agli altri.

di Marco Doldi

 

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