Il disprezzo verso il bene comune Il pane falso che illude e corrompe

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“Viviamo da figli o da schiavi? Viviamo da persone battezzate in Cristo, unte dallo Spirito, riscattate, libere? Oppure viviamo secondo la logica mondana, corrotta, facendo quello che il diavolo ci fa credere sia il nostro interesse?” Papa Francesco (Celebrazioni per il Te Deum, Città del Vaticano 31 Dicembre 2014) ha sottolineato la paradossale “tendenza a resistere alla liberazione” e la consequenziale “paura della libertà”, alla quale “preferiamo più o meno inconsapevolmente la schiavitù” che riduce il tempo al ‘momento’ e ci svincola da nostro passato e dal nostro futuro, facendoci “credere che non possiamo sognare, volare, sperare”.

La chiarezza e la profondità comunicativa del Santo Padre non lasciano spazio all’incomprensione dell’uomo! Alludendo agli scandali della Chiesa, esclama: “Povera gente! Povera gente! Non diamo da mangiare il pane della vita; non diamo da mangiare - in quei casi - la verità! E persino diamo da mangiare cibo avvelenato, tante volte! Svegliati, perché dormi Signore! Questa sia la nostra preghiera! Destati!” (Omelia mattutina, durante la Messa presieduta a Santa Marta, 16 gennaio 2014).

Il pane della vita: questa è la centralità dell’esistenza umana! Una esistenza che, oggi, sembra essere senza coordinate. L’uomo è afflitto da una tristezza infinita e da un penetrante sentimento di angoscia, soprattutto perché non ricorda più la sua origine e la sua mèta; ha dimenticato il fine della sua venuta sulla terra; ha perso di vista la sua identità, per che cosa vive, ma soprattutto per ‘chi’vive!

La fame di senso e di amore è connaturata all’essere umano.

“Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame, una fame che non può essere saziata con il cibo ordinario. È fame di vita, fame di amore, fame di eternità; Gesù ci dona questo cibo, anzi, è Lui stesso il pane vivo che dà la vita al mondo (cfr. Gv 6,51). Il suo Corpo è il vero cibo sotto la specie del pane; il suo Sangue è la vera bevanda sotto la specie del vino. Non è un semplice alimento con cui saziare i nostri corpi, come la manna; il Corpo di Cristo è il pane degli ultimi tempi, capace di dare vita e vita eterna, perché la sostanza di questo pane è l’Amore. Impariamo a riconoscere il pane falso che illude e corrompe, perché frutto dell’egoismo, dell’autosufficienza e del peccato” (Omelia Del Santo Padre Francesco, San Giovanni in Laterano 19 giugno 2014).

Quando il Papa parla di ‘pane falso che illude e corrompe’ fa riferimento a quei fenomeni che allontanano da Dio e da Suo Figlio, come la corruzione, che “ti dà qualche felicità, ti dà potere e anche ti fa sentire soddisfatto di te stesso, e non lascia spazio per il Signore, per la conversione” (Città del Vaticano, 27 Novembre 2014).

Le profonde riflessioni fatte, dall’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, sul tema della corruzione e pubblicate con il titolo originale: Corrupción y pecado. Algunas reflexiones en torno al tema de la corrupción, Editorial Claretiana, Buenos Aires 2005, mettono in evidenza come nelle pieghe della corruzione si nasconda il disprezzo verso il bene comune, anteponendo esclusivamente il proprio interesse all’interesse generale.

La corruzione è un male antico che ha sempre inquinato la natura umana. Nel 70 a. C. il senatore romano Cicerone, nelle sue famose orazioni per sostenere l’accusa contro il pretore della Sicilia Gaio Licinio Verre, scriveva: “Così muore uno Stato. Il sottrarre ad altri per sé e per la propria fazione è più contrario alla salute dello Stato che la guerra e la carestia”.

Le riflessioni di Francesco si soffermano sulla differenza tra peccatore e corrotto. La perentorietà nell’elencare le caratteristiche del corrotto sembrano precludere qualsiasi prospettiva di comprensione.

“La corruzione è un processo di morte: quando la vita muore, c’è corruzione. Non bisogna confondere peccato con corruzione. Situazione di peccato e stato di corruzione sono due realtà distinte, anche se intimamente legate tra loro”.

Il cuore umano, chiarisce Bergoglio, è naturalmente codificato per conoscere Dio che è chiaramente manifesto in tutto ciò che ci circonda. Ed essendo amore assoluto, è fondamentalmente relazione. I corrotti “sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie”. Il processo “che porta dal peccato alla corruzione, comporta in termini di cecità”, la sostituzione di Dio con l’autosufficienza umana.

“Potremmo dire che il peccato si perdona, la corruzione non può essere perdonata. Semplicemente per il fatto che alla radice di qualunque atteggiamento corrotto c’è una stanchezza della trascendenza”.

La differenza con il peccatore è tutta qui: l’immanenza. Il corrotto è inizialmente inconsapevole della sua autosufficienza, per poi considerarla la cosa più naturale. Né si deve confondere la corruzione con i ‘vizi’: “Il corrotto fa sempre in modo di salvare le apparenze. Il corrotto ha sottomesso il suo vizio a un corso accelerato di buona Educazione, rielaborando la verità perché risulti socialmente accettabile”.

La vera contraddizione è nel fatto che l’autosufficiente diventa schiavo di se stesso e della convinzione di essere superiore a tutto e a tutti. Il corrotto, autoreferenziale nel deposito della verità e della onnipotenza, “nel confrontarsi si erge a giudice degli altri: è lui la misura del comportamento morale”. Ecco che “la corruzione si situa prima della trascendenza, andando necessariamente più in là nella sua pretesa e nella sua condiscendenza”.

Il cammino progressivo dal peccato alla corruzione, trasforma la corruzione da ‘atto’ a ‘stato’ personale e sociale, nel quale il corrotto “si abitua a vivere. I valori (o i non-valori) della corruzione integrano una vera cultura, con capacità dottrinale, linguaggio proprio, maniera di procedere peculiare. Lo sbilanciamento tra la convinzione di bastare a sé stessi e la realtà di essere schiavi di quel tesoro non può essere arginato”.

L’opportunità di salvezza è, però, possibile. Quando il corrotto si confronta con difficili e a volte dolorose situazioni che sfuggono al suo controllo, continua Bergoglio, allora il Signore gli “permette l’accesso alla Grazia. Solo allora potrà essere curato. Da ciò segue che la corruzione, più che perdonata, deve essere guarita (perdonata, curata: le parole non sono né esatte né adeguate, perché il perdono è sempre curativo. In questo caso le contrappongo come strumento per poter capire meglio)”.
Ricordiamo, allora, il messaggio di speranza di Benedetto XVI all’udienza generale del 22 febbraio 2012 in Vaticano. Il Pontefice parlava della Quaresima come “un tempo di cambiamento, di conversione”, un tempo che spinge “ad assumersi le proprie responsabilità; è il tempo delle decisioni mature”. Anche la Chiesa conosce la tentazione del diavolo che propose a Cristo una via lontana dal progetto di Dio. Nelle parole di Benedetto XVI c’era il riferimento alla “condizione della Chiesa in cammino nel deserto del mondo e della storia”, per la quale, come per Gesù, c’è la “tentazione del Maligno”, che propose a Cristo “una via messianica lontana dal progetto di Dio”, una via che “passa attraverso il successo, il potere, il dominio”. Ma anche se “il cielo sopra di noi è oscuro, perché coperto dalle nubi dell’egoismo, dell’inganno” il tempo del deserto “può trasformarsi in tempo di Grazia, perché anche dalla roccia più dura Dio può far sgorgare l’acqua che disseta!”.

di Giuseppina Capozzi

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