La carità frutto di una fede autentica Senza le opere non è credibile

Quando si parla di fede non ci si riferisce a una filosofia, a una ideologia, o a una divinità senza volto e senza qualificazio­ni. Per una persona che dice di credere, non è sufficiente dire: “io sono convinto che esiste un essere superiore, un essere supre­mo”. Quando si parla di fede, ci si riferisce a un’esperienza di Dio che coinvolge la persona nella sua totalità, in tutte le sue dimensioni e in tutte le sue relazioni, e incide sulle scelte quotidiane della vita.

“Nel ‘credere’ indichiamo innanzitutto un affidarsi a Colui nel quale crediamo (pisteuein eis, credere in) e all’interno di questo affer­miamo pure delle verità di fede (pisteuein hoti, credere che), le quali in tanto sono ‘di fede’, in quanto appartengono a quel medesimo af­fidarsi, e in forza di esso hanno il loro pro­prio rilievo per il credente” (S. Bastianel, La preghiera nella vita morale cristiana, Piemme, Casale Monferrato 1986, pp. 12-13).

Credere è dire a Dio “io credo in Te”. Cre­dere è fidarsi e affidarsi a Dio, è lasciarsi gui­dare da Lui. È sperimentare il suo amore, la sua grazia e la sua fedeltà che non vengono mai meno e donano salvezza e vita. Chi crede prega e dialoga con il Signore presentandogli tutto ciò che appartiene al suo vivere, alle sue scelte. Chi crede testimonia la sua fede nella vita. Il “sì” della fede, infatti, ha bisogno di essere detto e incarnato nelle scelte quotidiane.

Per Papa Francesco “la chiave che apre la porta alla fede è la preghiera. Quando un cri­stiano non prega, la sua testimonianza è super­ba” (Meditazione mattutina, Discepoli di Cristo non dell’ideologia, Domus Sanctae Marthae, 17.10.2013). Gesù è tenerezza, amore, mitez­za, mentre le ideologie chiudono la porta alla misericordia divina. “Quando un cristiano di­venta discepolo dell’ideologia, perde la fede e non è più discepolo di Gesù. E l’unico antidoto contro tale pericolo è la preghiera” (idem).

Fede e preghiera sono realtà inscindibili, intimamente connesse: chi tralascia la preghie­ra non alimenta e perde anche una parte della sua fede. Tra ambedue esiste una costitutiva circolarità e reciprocità. “Se è vero infatti che per pregare bisogna credere, è anche vero che per credere bisogna pregare” (G. Piana, Pregare e fare giustizia, Qiqajon, Magnano 2006, pp. 41-42). La preghiera è l’olio che alimenta la fiam­ma della fede. Il motivo di questa interdipen­denza tra fede e preghiera si trova nella natura stessa della fede, la quale per poter crescere e maturare ha bisogno di essere detta e fatta, ossia di trovare delle forme espressive che la manifestino all’esterno.

Qualsiasi rapporto interpersonale per poter sussistere e crescere ha bisogno di esprimersi, ossia di trovare delle forme espressive che lo fanno essere: senza “espressione” non c’è in­contro interpersonale. Anche se non si riduce alla parola e al gesto, tuttavia l’incontro in­terpersonale non si costruisce senza la parola e senza il gesto. Così pure il momento della preghiera non è tutto, ma è la manifestazione di un vivere la fede. La preghiera è necessaria alla fede, essa è uno strumento che aiuta il cri­stiano a vivere il nucleo centrale della sua fede che è amore incondizionato verso Dio e verso il prossimo.

La preghiera è la più alta espressione della fede. È fede che parla, è dialogo, è risposta a un appello, a una chiamata di Dio e in quan­to tale fa prendere coscienza al credente che è fatto per il Signore ed è legato a lui. In altri ter­mini la preghiera gli rivela che egli è figlio di Dio e la sua filiazione si esprime esteriormente nel suo stesso atteggiamento di preghiera che è espressione di aver consegnato, offerto e affi­dato la propria vita a Dio che è Padre buono e misericordioso.

La vita del cristiano è in relazione con il Signore. In qualunque situazione il cristiano si trovi si noterà che le sue risoluzioni e i suoi comportamenti provengono dal mondo della preghiera, ossia dall’incontro con Dio in Cristo Gesù. Il non aver cura di mantenere vivo e di coltivare con la preghiera questo rapporto personale con il Signore ha nel credente come conseguenza il venire meno di ciò che regge la sua stessa moralità, la quale è interamente se­gnata e qualificata dall’incontro con il Signore.

È l’incontro con il Signore che converte e trasforma la vita. Da quest’incontro nasce una vita nuova, una storia nuova. Così è stato per Zaccheo, per la samaritana, per gli apostoli, per l’adultera, per il buon ladrone, per Paolo di Tarso…

La nostra vita è fatta di incontri. Padre Alex Zanotelli afferma: “Noi siamo le persone che incontriamo”. Più ci incontriamo con Cristo, più diventiamo come lui. “Ogni cristianesimo – afferma il Servo di Dio don Tonino Bello - è sospetto se non cambia, se non modifica colui che lo pratica”.

La fede, se è autentica, “si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 5,6) e trasforma la vita. La fede per essere credibile deve trasfor­marsi in amore, servizio, disponibilità, solida­rietà, fraternità, perdono.

L’apostolo Giacomo afferma: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere la fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse sal­varlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscalda­tevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, a che serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta” (Gc 2,14-17). La fede è presenza viva di Cristo in me. La fede, quindi, non è un’ideologia ed è morta se non diventa operosa per mezzo della carità. “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26). Solo una fede che è seguita dalle opere è credibile, solo una fede che agisce insieme alle opere è bella e perfetta, solo una fede ope­rosa trasfigura e rende bella la vita e consente all’uomo di vivere veramente.

di Salvatore Cipressa

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