Sperare è... La più grande ragione di vita Liberarsi dalla schiavitù della paura

“Attraverso le piaghe di Cristo risorto pos­siamo vedere questi mali che affliggono l’umanità con occhi di speranza; la Ri­surrezione di Gesù è motivo di speran­za in un mondo afflitto da tragedie umanita­rie, spesso provocate dalla violenza umana” (Benedetto XVI, Messaggio pasquale, 8 Aprile 2007).

Camminare con speranza la stagione del dolore e della prova è il mistero della passio­ne, morte e risurrezione di Cristo. Ma la risur­rezione di Gesù è fede o storia?

Mons. Giuseppe Fiorini-Morosini, Vesco­vo di Locri-Gerace (Roma, 20 Aprile 2012) sottolinea con estremo realismo che “nessuno ha assistito alla risurrezione. Quella mattina di Pasqua chi va al luogo della sepoltura trova un sepolcro vuoto; poi successivamente vedono il Risorto, che cerca di convincerli che non è un fantasma: si fa toccare, mangia e parla con loro, come quando era in vita. Ma i dubbi re­stano e con difficoltà vengono sciolti”.

Mons. Morosini, facendo poi riferimento a quanto S. Tommaso ha scritto, evidenzia che “le apparizioni, avendo offerto agli Apostoli tutti gli elementi necessari per provare l’iden­tità perfetta di Gesù risorto con Gesù storico, eliminano la loro incredulità e preparano un ambiente spirituale adatto per la fede pasqua­le”. Tommaso ha dubitato più degli altri. E allora il Signore è apparso ancora una volta: Tommaso, alla vista delle ferite del corpo di Gesù, si è convinto che Colui che gli stava par­lando era il Salvatore vero e risorto.

L’evento della Incarnazione in un tempo preciso della storia umana, fatto realmente ac­caduto e testimoniato da uomini e donne che hanno visto il Dio-umano, viene rinarrato da uomini che scrivono all’interno di altri scritti su quella vita umanissima del Figlio.

Ma cur Deus homo? Perché Dio si è fatto uomo? “Se vogliamo sapere chi è Dio, dobbia­mo inginocchiarci ai piedi della croce” (Jur­gen Moltmann).

Dio si fa uomo per incontrare l’uomo nella storia, per raggiungerlo nella situazione in cui si trova, per incontrarlo nelle sue debolezze e nelle sue fragilità e indicargli la strada per salvarsi.

Gesù Cristo ci ha salvati dalla schiavitù del demonio, il quale ci dominava per la pau­ra che avevamo della morte. E la croce rap­presenta il momento culminante del percorso del Dio che si fa uomo per incontrare l’uomo nella storia. La croce è il luogo che indica l’eli­minazione assoluta dell’odio e dell’inimicizia; è l’evento dell’estensione universale della co­munione di Dio a tutti gli uomini; è l’evento che indica la scelta incondizionata di Dio di accogliere, di amare tutti gli uomini, prima ancora di ogni gesto di pentimento o conver­sione dell’uomo stesso.

L’Incarnazione, quindi, è funzionale alla Passione, ma la Passione, senza Resurrezione, non esprime niente.

La Chiesa ha da sempre avuto coscienza che la Resurrezione di Cristo è fondamentale: da un lato essa l’ha sempre intesa come una realtà oggettiva, dall’altro sa che questa affer­mazione è possibile solo nella fede. Infatti se Cristo non fosse risorto non ci sarebbero né Chiesa né fede.

La vita eterna, essenzialmente, è l’oggetto principale della speranza cristiana.

Gli uomini vengono su questa Terra, se­condo l’espressione dell’Abbè Pierre, “per imparare ad amare”, avendo la straordinaria opportunità, in piena libertà, di poter conosce­re quell’amore umano di Gesù che ha voluto spiegare meglio, rispetto alla religione del suo tempo, il Dio che lo ha inviato. Un racconto che per i cristiani è quello definitivo!

L’uomo ha cercato di razionalizzare la cro­ce, costruendo diverse categorie filosofiche e teologiche.

Ma il cristiano deve resistere alla tentazione di ridurre la croce alle sue categorie. Egli è in grado di riconoscere naturalmente che la cro­ce ha un logos che può provenire soltanto da Dio: solamente Dio ci svela il perché della sua morte, non la ragione umana (Cfr. Mysterium Paschale di Hans Urs von Balthasar). Solo il lo­gos di Dio può giustificare la sua vita eterna nonostante la sua morte terrena. Solo Dio può rivelare la dinamica interna della sua mor­te, che appare così un “paradosso assoluto” (Kierkegaard).

Cristo muore della morte del peccato dell’uomo, mentre egli raggiunge nella sua morte la vita dell’amore di Dio. Ciò vuol dire che il cristiano è crocifisso con Cristo e vive la fede nella vita da lui comunicatagli, amandolo e donandosi completamente per lui. Diventare cristiani significa, quindi, ‘pervenire alla cro­ce’, identificandosi con Cristo. Nel cristiano, allora, non soffre più l’uomo, ma Cristo: egli diventa strumento per la redenzione. Noi por­tiamo nel nostro corpo la sofferenza della morte di Cristo e non la nostra sofferenza.

Questo legame tra sofferenza del cristiano e sofferenza di Cristo fa assumere al dolore umano e alla morte un valore salvifico per il sofferente e per l’umanità intera.

La morte di Cristo, oltre ad essere una di­mostrazione esteriore del suo amore, racchiu­de il senso che modifica la condizione dell’u­manità: la croce libera dai vincoli del peccato e dalla schiavitù della paura.

La priorità dell’uomo di oggi sembra esse­re quella di allontanare il più possibile il tema della morte, minaccia permanente e ineludibi­le. Ma proprio questo fuggire la morte deter­mina, per un verso, l’annientamento della vita, e dall’altro l’aspirazione ad una vita che non può finire su questa Terra. Solamente quando scopre di ‘essere chiamato alla speranza’, l’uo­mo ritrova il significato della sua esistenza. La speranza, quindi, è una ‘categoria trascenden­tale’ che costituisce l’uomo nella sua essenza radicandosi nel suo ‘io’ più profondo.

La speranza è di conseguenza legata al de­stino dell’umanità tutta. Il futuro dell’umanità è quello di ciascuno di noi, poiché il futuro di ogni uomo è intimamente e strutturalmente dipendente dal futuro di tutti gli altri. Solo nella relazione con gli altri, donandosi e rice­vendosi scambievolmente l’uomo percepisce il progredire nella pienezza personale (Cfr. ‘Speranza Cristiana e Liberazione dell’uomo’ di Juan Alfaro).

Attraverso la costruzione utopica del re­gnum humanum, l’uomo ha creduto di tro­vare la piena realizzazione di sé in una realtà immanente, convinto che, con le sue sole forze, avesse la capacità di darsi la felicità definitiva.

La realtà storica ha dimostrato il contrario: l’intera comunità umana ha acquistato consa­pevolezza del suo imprescindibile desiderio di felicità ed al tempo stesso di trovarsi nell’im­possibilità di soddisfarlo completamente nella solitudine dell’‘io’.

L’umanità è chiamata a decidersi per un avvenire assoluto e trascendente che restitu­isca la giusta dimensione alla realtà terrena, oppure chiudersi nell’immanenza destinata alla fine certa. Tertium non datur.

L’uomo senza una speranza non può vi­vere! La speranza ‘naturale’ dell’uomo, nella prospettiva soprannaturale, costituisce lo sve­larsi della connotazione specifica del cristiano. La liberazione dell’umanità, dal suo regno di morte, è nella potenza obbedienziale dell’affi­damento a Dio.

Dalla morte ontologica l’umanità è liberata proprio nel giorno di Pasqua, con la Risurre­zione di Gesù Cristo.

 

di Giuseppina Capozzi

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