Sì, sì. No, no Così parlano i bambini Così parlano i figli di Dio

Sarebbe sufficiente approfondire l’esame di coscienza del Quinto Comandamento (Non uccidere) per comprendere quanti modi ci sono per togliere la dignità della vita ad una persona.

Quanto male, ad esempio, è possibile fare con la lingua! La lingua, le chiacchiere, il pettegolezzo sono armi che ogni giorno insidiano la comunità umana, seminando invidia, gelosia e bramosia del potere. Con la parola si può arrivare ad uccidere una persona!

Si può affermare che la parola, mezzo espressivo privilegiato nel dialogo con l’altro, è la più importante forma comunicativa della persona. È proprio il linguaggio verbale che distingue l’uomo dalle altre specie animali. Tuttavia la superiorità del linguaggio verbale non è dovuta all’uso della voce (pensiamo alla Lis – Lingua italiana dei segni); bensì al significato sotteso alla parola che utilizziamo per comunicare. La comunicazione, cioè, non è solo un trasferimento di informazioni, ma diventa scambio e condivisione di vissuti e di significati.

Nella parola si comunica se stessi: quando parliamo, non ci limitiamo a emettere un messaggio, arrivando all’orecchio dell’altro, ma soprattutto arriviamo al cuore dell’altro. Ecco perché il Signore ha utilizzato in prevalenza la parola, oltre ai gesti e ai segni, per comunicare con l’uomo.

Nessuna parola scivola sull’uomo. Tutte hanno in un certo senso una conseguenza nella risposta dell’altro. L’uso corretto della parola edifica l’altro, il suo uso scorretto maltratta e corrompe all’interno. Mai uccidere il prossimo con la nostra lingua, e stare con il Signore: diventa questo il principale impegno suggerito da Papa Francesco (Omelia, 2 settembre 2013).

“La ragione più alta della dignità umana consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio” (Gaudium et Spes, 19). Dove c’è Dio non ci sono odio, invidia e gelosia e non ci devono essere quelle chiacchiere che uccidono i fratelli. Le comunità, come quella della famiglia, vengono distrutte dall’invidia, la quale non può che generare maldicenza (Omelia, 2 settembre 2013). Ogni comunità deve vivere invece con il Signore ed essere “come il Cielo”: “Perché ci sia pace in una comunità, in una famiglia, in un Paese, nel mondo, dobbiamo incominciare così: essere con il Signore. E dov’è il Signore …c’è fratellanza”.

Per Papa Francesco, “la mitezza che Gesù vuole da noi non ha niente, non ha niente di …adulazione, con questo modo zuccherato di andare avanti. Niente! La mitezza è semplice; è come quella di un bambino. E un bambino non è ipocrita, perché non è corrotto”. “Quando Gesù ci dice: «Il vostro parlare sia ‘Sì, sì! No, no!» con anima di bambini, chiede che il nostro parlare sia il parlare dei semplici, quello dei bambini; parlare da figli di Dio, parlare nella verità dell’amore” (Papa Francesco, Omelia, 4 giugno 2013).

Questa purezza cristiana nella parola, d’altra parte, non è conseguenza di una semplice intenzione generica: la coerenza tra verità espressa e verità interiore è tensione verso Dio per tutta la vita. L’allontanamento da Dio determina “la perdita del senso del peccato, frutto del volontario oscuramento della coscienza che porta l’uomo – per la sua superbia – a negare che i peccati personali siano tali e persino a negare che esista il peccato” (Giovanni Paolo II, Reconciliatio et paenitentia, 17; Veritatis splendor, 18).

È bene chiarire che il peccato personale è «una parola, un atto o un desiderio contrario alla legge eterna» (Sant’Agostino, Contra Faustum manichoeum , 22, 27: PL 42, 418. Cfr. Catechismo Chiesa Cattolica, n. 1849). Quindi il peccato è un atto umano libero (Agulles Simó, Il peccato personale, Articolo www.opusdei.it), che si manifesta in atti esterni, in parole o in atti interni contrari alla legge eterna di Dio, cioè alla retta ragione illuminata dalla fede.

Di conseguenza per ottenere comportamenti buoni e onesti “non bastano le norme giuridiche, bensì occorrono delle motivazioni profonde, espressione di una sapienza nascosta, la Sapienza di Dio, che può essere accolta grazie allo Spirito Santo. Il Signore non guarda solo all’osservanza delle norme, ma al cuore dei fedeli. Anche le parole possono uccidere! Le chiacchiere devono finire, perché possono avvelenare anche il cuore di chi le pronuncia” (Papa Francesco, 16 febbraio 2014).

Nessuno di noi si dovrebbe permettere di diffondere notizie o dicerie senza sapere esattamente se sono vere. Di più: anche quando abbiamo una informazione certa sugli altri, dobbiamo trattarla con prudenza e discrezione, per non diffamare né scandalizzare o provocare ulteriori danni (cfr. Catechismo Chiesa Cattolica, nn. 2477 e 2479).

È importante anche considerare che non basta che una cosa sia o sembri vera perché possa essere tranquillamente divulgata. “Il diritto alla comunicazione della verità non è incondizionato. Ognuno deve conformare la propria vita al precetto evangelico dell’amore fraterno. Questo richiede, nelle situazioni concrete, che si vagli se sia opportuno o no rivelare la verità” (C. C. C., n. 2488).

La mormorazione e l’insulto non si riducono a un parlare innocente: uccidono il fratello. “Lo sai che danno puoi causare scagliando una pietra con gli occhi bendati? Nemmeno sai quale danno, a volte grave, puoi causare lanciando maldicenze che ti sembrano lievissime perché i tuoi occhi sono bendati dalla leggerezza e dalla passione” (Josemaría Escrivá, Cammino, n. 455). L’effetto devastante della maldicenza corrompe e corrode l’unità.

Il cristiano, soprattutto, deve domandarsi se contribuisce alla crescita dell’unità in ogni ambiente del sociale, anziché ferire e dividere (Papa Francesco, Omelia 25 settembre 2013).

Riparare al danno della diffamazione è, perciò, dovere di coscienza.

Il Catechismo lo ricorda in questi termini: “Ogni colpa commessa contro la giustizia e la verità impone il dovere di riparazione, anche se il colpevole è stato perdonato. Quando è impossibile riparare un torto pubblicamente, bisogna farlo in privato; a colui che ha subito un danno, qualora non possa essere risarcito direttamente, va data soddisfazione moralmente, in nome della carità. Tale dovere di riparazione riguarda anche le colpe commesse contro la reputazione altrui” (n. 2487).

“Vale la pena, pertanto, rivedere il nostro atteggiamento nei confronti della leggerezza con cui siamo soliti trattare nelle conversazioni e nei commenti – anche tra cristiani – l’intimità e la fama degli altri, magari adducendo come giustificazione di limitarsi a ripetere notizie o dicerie dette da altri!” (R. Valdés e C. Ayxelà, Articolo 9 aprile 2015, www.opusdei.it).

“Oggi, quando l’ambiente è pieno di disobbedienza, di mormorazione, di intrighi, di inganni, dobbiamo amare più che mai l’obbedienza, la sincerità, la lealtà, la semplicità: il tutto, con senso soprannaturale, che ci renderà più umani” (Josemaría Escrivá, Forgia n. 530).

La verità che libera, che porta la pace, sta nella massima espressione di amore di Dio sulla Croce. “Come vorrei che per un momento tutti gli uomini e le donne di buona volontà guardassero la Croce! Lì si può leggere la risposta di Dio: lì, alla violenza non si è risposto con la violenza, alla morte non si è risposto con il linguaggio della morte. Nel silenzio della Croce tace il fragore delle armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono, del dialogo, della pace” (Papa Francesco, Omelia 7 novembre 2014).

“La soluzione, la via di uscita sarebbe quella di un «ricominciare da capo», come una sorta di rinascita e di rigenerazione” (Cardinale Carlo Caffarra, Incontro “L’ultima parola non è il peccato. È la misericordia!”, Tempi 16 novembre 2010).

di Giuseppina Capozzi

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