L’architrave che sorregge la vita della Chiesa Isole di pace nel mare dell’indifferenza

“Un uomo che resta in collera verso un al­tro uomo, come può chiedere la guari­gione al Signore? Lui che non ha miseri­cordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?” (Siracide, 28, 4). Per molto tempo si è pensato che nel Vecchio Testamento sia preminente la conce­zione di un Dio giusto che punisce i trasgres­sori della legge. In realtà, però, in esso prevale un’idea di fondo: l’Amore di Dio verso il suo popolo anche quando esso gli è infedele. La vera identità del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe è l’amore misericordioso che trova la sua piena realizzazione nel Nuovo Testa­mento, con l’Incarnazione del suo Figlio Uni­genito che trasforma la primitiva alleanza tra Dio e il popolo d’Israele in una nuova allean­za: la comunità ecclesiale, “popolo di Dio in cammino”.

Il tema della misericordia è al centro della rivelazione divina, pur se dobbiamo riconosce­re che, nel passato, la catechesi ha piuttosto messo l’accento sulle pene relative al pecca­to, nella convinzione che il timore del castigo potesse costituire un freno alla trasgressione della legge morale.

Forse ciò va attribuito alla mancanza di una riflessione teologica seria, per cui la mi­sericordia “si è spesso ridotta ad una pastora­le e spiritualità dolciastra” (W. Kasper, Mise­ricordia. Concetto fondamentale del Vangelo. Chiave della vita cristiana, Brescia, Querinia­na, 2013, p. 22).

Con Giovanni XXIII si è avuta una svolta. Egli, nel discorso di apertura del Concilio Va­ticano II, disse che “ora la Sposa di Cristo pre­ferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore (Ma­ter Ecclesia, § 7, n. 2, 11 ottobre 1962). Paolo VI, nel discorso di chiusura del Vaticano II, (7 dicembre 1965) sottolineò come “la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità”. Infine, lo stesso Giovanni Paolo II, nell’enciclica Dives in misericordia, ha svilup­pato ampiamente il concetto di misericordia. (Cfr. nn. 13-15).

Papa Francesco, nel primo Angelus (do­menica 17 marzo 2013) dopo la sua elezione, prendendo spunto dal libro del Cardinale Kasper sulla Misericordia, ai fedeli convenuti in piazza S. Pietro disse: “Un po’ di misericor­dia rende il mondo meno freddo e più giusto. Abbiamo bisogno di capire bene questa mise­ricordia, questo Padre misericordioso che ha tanta pazienza”. Successivamente, nella Esor­tazione Apostolica Evangelii gaudium (24 no­vembre 2013), sottolineò che “la Chiesa vive un desiderio inesauribile di offrire misericor­dia” (n. 24).

Annunciando l’indizione del Giubileo del­la Misericordia (13 marzo 2015), Papa Fran­cesco ha inteso orientare ulteriormente il suo pontificato verso l’apertura della Chiesa agli esclusi e agli emarginati.

Nel messaggio per la Quaresima del 2015 ha esortato i sacerdoti della sua diocesi, Roma, a fare in modo che “i luoghi in cui si manifesta la Chiesa […] diventino delle isole di misericordia, in mezzo al mare dell’indif­ferenza”. Infatti la misericordia stabilisce un punto d’incontro tra ogni uomo e ogni cristia­no, accomunati dalla dolorosa esperienza del peccato e dal desiderio di esserne liberati.

La Bolla di indizione dell’Anno Santo, il cui titolo, “Il volto della misericordia”, è già un programma, è un piccolo trattato teologico-pa­storale sulla misericordia che Francesco con­sidera “l’architrave che sorregge la vita della Chiesa” (n. 10) che è “autentica e credibile quando fa della misericordia il suo annuncio convinto” (n. 25).

La Chiesa per Francesco non è un castello coi ponti levati per cui chi è dentro decide chi far entrare e chi lasciare fuori, ma deve esse­re invece la famiglia di Dio che ha per vocazio­ne divina “di attrarre tutti gli uomini, nessuno escluso, compresi i peccatori più incalliti, come i corrotti” (n. 19).

Questo messaggio di accoglienza, espres­sione della infinita misericordia divina, Fran­cesco lo indirizza anche ai difensori ad oltranza della Dottrina e della Tradizione ecclesiastica, i quali non riescono a comprendere che “non è la miseria del popolo cristiano a richiedere sconti ma è la natura stessa di Dio a chiedere misericordia” (A. Melloni, Giubileo la risposta di Francesco ai fautori del rigore, in “Corriere della Sera”, 15 marzo 2015).

Perciò l’Anno Santo deve essere, nota il Cardinale Kasper in una intervista a “La Re­pubblica” (14 marzo 2015), un anno di medi­tazione, di riflessione sul senso del peccato e del perdono alla luce della misericordia di Dio che “è come un Padre che non si dà mai per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto con la compassione e la mise­ricordia” (Misericordiae vultus, n. 9). In questo contesto va visto il gesto compiuto dal Papa, dopo l’annuncio dell’indizione dell’Anno San­to, di inginocchiarsi davanti ad un sacerdote per confessarsi ed esprimere concretamente il bisogno che ognuno di noi ha di rivolgersi a Dio misericordioso, nella certezza che egli per­dona il peccatore pentito.

La Misericordia, etimologicamente guar­dare con amore la miseria umana, è il gesto che Dio compie verso ogni uomo per portarlo fuori dalla miseria del peccato, “è la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono” (n. 9).

Essa è l’atto ultimo e supremo col quale Dio ci viene incontro” (n. 2) e ci guida nel cammino penitenziale verso la conversione, instaurando un rapporto di grande fiducia verso il Padre ce­leste che è “colmo di gioia soprattutto quando perdona” (n. 9).

Francesco invita tutti a vivere “questo anno giubilare alla luce della parola del Signore: Mi­sericordiosi come il Padre” (n.13) e a tradurre la misericordia in “un programma di vita tan­to impegnativo quanto ricco di gioia e di pace” (13).

La misericordia, quindi, non è un gesto una tantum ma un habitus che il credente deve as­sumere, un modo di pensare e di essere che fa dell’essere misericordiosi un compito quoti­diano e perciò permanente della propria vita.

Se è vero però che Dio è misericordioso con noi è anche vero che noi dobbiamo essere mise­ricordiosi nei confronti dei nostri fratelli.

Il comandamento del perdono è un obbli­go morale per tutti, tant’è che nel Padre nostro preghiamo: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e l’Aposto­lo S. Giacomo ci ammonisce che “il giudizio sarà senza misericordi contro chi non avrà avuto misericordia” (Gc., 2,13). Gesù infatti ha detto che saremo giudicati sulle opere di misericordia poiché tutto ciò che abbiamo fatto nei confronti dei sofferenti, dei poveri, e degli ultimi è come se l’avessimo fatto a lui (Cfr. Mt. 25, 31-46).

La misericordia è il fondamento della con­versione cristiana e ci dona il perdono attraver­so la confessione sacramentale. Dio apprezza sempre il cuore pentito ed umiliato. Forse la confessione è il più scomodo tra i sacramenti, ma è anche quello più necessario all’uomo pro­prio per la fragilità della condizione umana. In esso si manifesta la misericordia divina e nello stesso tempo si sperimenta l’infinita miseria dell’uomo.

Purtroppo la mentalità contemporanea sembra rifiutare l’idea della misericordia e preferire quella della giustizia “che - nota il Papa - è il primo passo, necessario e indispen­sabile, ma la Chiesa ha bisogno di andare oltre per raggiungere una meta più alta e più signi­ficativa” (Misericordiae Vultus, n. 10) in quan­to la misericordia è il punto culminante della giustizia.

Papa Francesco, col suo stile semplice e di­retto, ha ricordato ai credenti che l’Anno Santo è il momento favorevole per cambiare vita e per impegnarsi nella pratica delle opere di mi­sericordia in favore dei fratelli e, a quanti non hanno fede, di adoperarsi per ricevere il dono di “Colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita” (Evangelii Gaudium, n.16).

di Pantaleo Dell’Anna

 

 

 

 

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