Figli amati La maternità e la paternità Esperienze della comunità cristiana

Nel suo discorso al Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma del 16 giugno 2014, Papa Francesco ha individuato nell’orfananza la sofferenza principale dei bambini e dei ragazzi di questo tempo. I giovani sono orfani di una strada sicura da percorrere, di un maestro di cui fidarsi, di ideali che riscaldino il cuore, di speranze che sostengano la fatica del vivere quotidiano!

È vero, sono orfani, ma avvertono fortemente l’esigenza di ricevere una guida sicura. È necessario, però, considerare che se non trovano nella comunità familiare ed ecclesiale una direzione al loro cammino e il senso del dono gratuito, com’è quello divino, sarà molto difficile per loro affrontare la vita, e quindi anche comprendere il valore della esistenza e del fondamento nella fede.

Il Santo Padre ha tracciato il profilo della Chiesa che lui ha in mente: una Chiesa che sappia accogliere con tenerezza, recuperando la memoria di popolo di Dio, nella esperienza comunitaria; una Chiesa che sappia guardare al futuro con speranza, una Chiesa che abbia un cuore senza confini e la dolcezza dello sguardo di Gesù, con la porta sempre aperta, capace di parlare i linguaggi dei ragazzi, nelle variegate possibilità di annunciare il Vangelo (anche attraverso lo sport e le nuove tecnologie). Una Chiesa, quindi, vicina ai ragazzi che soffrono di orfananza e che non hanno un modello di famiglia significativamente autentico per la persona.

La trasformazione storico-culturale dell’epoca moderna si può far risalire al ‘secolo dei lumi’: l’uomo si è sentito finalmente libero di essere padrone e protagonista del proprio domani, attraverso la mera comprensione razionale del tutto. Un uomo emancipato da qualsiasi dipendenza. Si tratta della presunzione della ragione assoluta di poter dominare il mondo: un mondo che diventa il regno dell’uomo! L’equazione ideale=reale ne concretizza la sintesi. “La realtà viene piegata alla forza del concetto: la “volontà di potenza” (F. Nietzsche) della ragione vuol dominare la vita e la storia per adeguarle al proprio progetto. Il sogno di totalità si fa inesorabilmente totalitario: il tutto - così come è compreso dalla ragione - produce totalitarismo” (Arcivescovo Chieti-Vasto Bruno Forte, Fondamenti teologici del dialogo nell’ambito delle culture segnate dalla non-credenza e dall’indifferenza religiosa, 15 febbraio 2006).

Il XXI secolo si apre con il vuoto di speranza: la ragione ha evidenziato tutti i suoi limiti generando la condizione moderna di inquietudine e di crisi assoluta di senso.

La ‘notte del mondo’ di cui parla Martin Heidegger mostra il volto dell’indifferenza, della perdita di passione per la vita. Tutto appare senza un perché, senza un fine per cui valga la pena di vivere: è il nichilismo. Si tende a vivere il presente come l’unica strada possibile, rifuggendo dal dolore e dalla morte (che non hanno un senso per l’uomo contemporaneo).

Non avendo orizzonti ed esempi di grande verità, il giovane affoga nella solitudine egoistica: sorge, allora, l’emergenza dell’orizzonte di speranza e amore che sono nel volto del padre e della madre, nella prospettiva del passato, del presente e del futuro. Lo aveva intuito con singolare profondità il Concilio Vaticano II nell’affermare: “Legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che saranno capaci di trasmettere alle generazioni future ragioni di vita e di speranza” (Gaudium et Spes, 31). Si coglie in queste parole la paternità-maternità del senso! La relazione con Dio, con l’Altro, svela l’offerta di un amore gratuito ed incondizionato, attraverso la mediazione genitoriale.

Nel modello cristiano, il segreto della grandezza dell’uomo sta nella qualità della relazione. Quanto più l’uomo si relaziona con gli altri uomini, tanto più cresce in umanità; quando però si relaziona con Dio, l’uomo raggiunge l’apice.

Ora, l’essere umano nasce nel rapporto-relazione con la madre, la quale sempre si adopera al fine di creare condizioni più favorevoli per i propri figli.

Sempre nel medesimo convegno del 16 giugno 2014, Papa Francesco così ha chiarito: “A me piace sognare una Chiesa che viva la compassione di Gesù; compassione è patire con, sentire quello che sentono gli altri, accompagnarli nei sentimenti, come una madre che accarezza i suoi figli”. “Se la Chiesa non è Madre, diventa una zitella! Non è feconda. Non solo fa figli la Chiesa, la sua identità è fare figli!”.

L’aspetto materno di una Chiesa feconda richiama l’espressione di Benedetto XVI (Omelia nella Santa Messa di inaugurazione della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi presso il Santuario ‘La Aparecida’, 13 maggio 2007) relativa ad una Chiesa che non cresce per proselitismo, ma cresce per attrazione! Per attrazione materna!

Partiamo da un evidente dato della realtà sull’identità specifica della donna: la sua capacità di dare la vita, considerando che lo specifico della donna non si risolve nell’atto generativo materiale, ma si sviluppa naturalmente in quello naturale di custode della vita.

Per ogni essere umano il rapporto fondamentale e primario resta quello con la madre. Un rapporto prioritario che comincia nella vita prenatale, che è determinante al momento del parto, e che rimane fondamentale nei primi attimi, nelle prime settimane e nei primi anni di vita. Talmente importante che non può essere sostituito da nessun altro.

Una delle principali caratteristiche femminili è l’apertura alla relazionalità, che si manifesta primariamente nella maternità, struttura ontologica della donna, iscritta nel suo sesso; a lei è affidato il compito innato di ‘prendersi cura della vita’. La sua attitudine naturale alla maternità, nella relazione con il figlio, svela pienamente alla donna la sua capacità di donarsi completamente, nella sua disposizione ad accogliere e proteggere. Nella sua propensione privilegiata alla relazionalità si rivela l’alterità di ogni essere umano, la fecondità della reciprocità, il mistero del limite che richiama il mistero della diversità.

La donna, perciò, riesce ad essere più immediatamente in sintonia con il significato essenziale e profondo di ‘relazione’, caratterizzandosi per la forza morale e spirituale capace di superare ogni forma di discriminazione, nella vera libertà.

“La Bibbia ci convince del fatto che non si può avere un’adeguata ermeneutica dell’uomo, ossia di ciò che è umano, senza un adeguato ricorso a ciò che è femminile” (Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Mulieris dignitatem, Roma 15 agosto 1988, n. 22). È naturale per la madre accompagnare nelle diverse stagioni della vita i propri figli; “esiste, infatti, una maternità fisica, ma esiste anche una maternità psicologica, affettiva ed anche spirituale” (Vescovo di Sora-Aquino- Pontecorvo Gerardo Antonazzo, Convegno Pastorale Diocesano Isola di Liri, 18-20 giugno 2014).

L’appartenenza ad una comunità ci fa sentire figli amati, la condivisione di esperienze e significati esprime legami di fratellanza, la responsabilità verso gli altri ci fa sperimentare maternità e paternità educative.

È, allora, la relazione personale il luogo di produzione e condivisione di significati; il luogo in cui si conosce e vive la verità, e la relazione materna ne esprime in pieno il significato. “Essere nella Chiesa è essere a casa, con mamma, a casa di mamma”: questo, allora, il messaggio di Papa Francesco.


di Giuseppina Capozzi

 

 

 

 

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