Il Consolatore trasforma il discepolo in testimone. E lo rende coraggioso anche nella sofferenza

 “Il tempo della Chiesa - afferma Giovanni Paolo II - ha avuto inizio con la ‘venuta’, cioè con la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli riuniti nel Cenacolo di Gerusalemme” (Dominum et vivificantem di Giovanni Paolo II, 18 Maggio 1986, n. 25).

Una espressione altissima dello Spirito della Chiesa la troviamo nel Concilio Vaticano II: “L’insegnamento di questo Concilio è essenzialmente ‘pneumatologico’, permeato della verità sullo Spirito Santo, come anima della Chiesa.... Seguendo la guida dello Spirito di verità e rendendo testimonianza insieme con lui, il Concilio ha dato una speciale conferma della presenza dello Spirito Santo consolatore” (Dominum et vivificantem, n. 25).

Per Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto (Convegno sullo Spirito Santo, Pontificia Università Gregoriana, Roma 25 ottobre 2012) la forza dello Spirito consolatore non investe solo la Chiesa in quanto soggetto, ma soprattutto i suoi destinatari. La Chiesa è, quindi, l’espressione del dinamismo più profondo dell’amore assoluto, effuso dallo Spirito Santo ai suoi discepoli.

I discepoli di Gesù soffrivano al pensiero della sua morte. Egli li confortò con la promessa di un altro Consolatore, che sarebbe stato loro difensore, sostegno e maestro durante la sua assenza. Lo Spirito Santo fu chiamato ‘un altro’ Consolatore perché invisibilmente sarebbe stato per i discepoli ciò che Gesù era stato visibilmente.

La parola Consolatore (‘paracletos’ in greco) significa letteralmente: persona chiamata al fianco di un’altra allo scopo di aiutarla in tutti i modi, particolarmente nei procedimenti legali. Negli antichi tribunali si usava, infatti, che le parti si presentassero ai processi assistiti da uno o più di uno dei loro amici influenti, che venivano chiamati in greco ‘paracletes’ e in latino ‘advocati’. Questi davano ai loro amici l’appoggio della loro presenza personale e l’aiuto del loro saggio consiglio, senza chiedere nulla in cambio; li consigliavano circa ciò che dovevano fare o dire, parlavano per loro, agivano per loro, facevano della loro causa la propria causa, stavano al loro fianco nel giudizio, nelle difficoltà e nei pericoli della situazione.

Se riflettiamo, era la medesima relazione che Gesù aveva con i suoi discepoli.

La parola ‘un altro’ distingue lo Spirito Santo da Gesù, ma, nello stesso tempo, è Gesù stesso che viene spiritualmente ai discepoli attraverso lo Spirito: lo Spirito Santo rende possibile la continua e reale presenza di Cristo nella Chiesa. Se prima era nella carne e poteva essere solo in un luogo alla volta, nella sua vita successiva all’ascensione è onnipresente per lo Spirito Santo.

Attraverso lo Spirito, Cristo abita nell’uomo, lo plasma alla sua natura, gli comunica la sua vita nelle sue virtù e nei suoi sentimenti.

Il modello di Cristo penetra, così, nel cuore del credente. E solo questa può essere l’azione dello Spirito Santo che converte e trasforma.

L’opera primaria dello Spirito Santo è espressa proprio nella sua funzione consolatoria. La vita di ogni cristiano, che è dotato di libero arbitrio, è un confronto e uno scontro continuo col mondo secolare; a volte in questa battaglia tutti noi ci sentiamo angosciati, tristi e scoraggiati.

Quante volte ci si mette alla ricerca di qualcuno che ci consoli, si prenda cura di noi, ci mostri affetto e attenzione!

Essere consolati è un’esperienza bellissima, che tutti noi desideriamo provare e abbiamo bisogno di fare, soprattutto nella sofferenza.

Esistono, in realtà, vari modi di vivere la sofferenza, alcuni dei quali non sono propri del cristiano: così, ad esempio, sopportare passivamente il dolore, come gli stoici, non è cristiano! Neppure vivere il dolore ribellandosi a questo e non accettandolo è proprio del cristiano.

Ha affermato Papa Francesco che Gesù non ha vissuto il dolore “in maniera passiva, lasciandosi andare con inerzia e rassegnandosi” né tanto meno ha risposto al dolore con “la reazione della ribellione e del rifiuto“. “Gesù ci insegna a vivere il dolore accettando la realtà della vita con fiducia e speranza” ha precisato il Papa “mettendo l’amore di Dio e del prossimo anche nella sofferenza” (Roma 17 maggio 2014, Incontro con l’Associazione Silenziosi Operai della Croce). La sofferenza non è un valore in sé, ma una realtà che possiamo vivere nel modo giusto, dandole un significato sublime: “I motivi della sofferenza sono tanti!” ma includendo nelle beatitudini il “beati quelli che sono nel pianto” ha ulteriormente chiarito il Santo Padre “Gesù non intende dichiarare felice una condizione sfavorevole e gravosa della vita”.

Il dono del Consolatore non è solo di lenire le sofferenze fisiche o spirituali dei credenti, ma anche di trasformare il discepolo in testimone. Nel grande processo tra Cristo e il mondo lo Spirito testimonia nel cuore del discepolo. La testimonianza dei discepoli e dello Spirito non sono indipendenti, i primi danno voce allo Spirito: “Lo Spirito parla al cuore, voi in parole; egli attraverso l’ispirazione, voi mediante dei suoni” (S. Agostino).

Ma chi è il testimone? Il testimone, soprattutto se parliamo dal punto di vista giuridico, è la persona che ha visto, ricorda e racconta un fatto avvenuto.

“Ogni cristiano può diventare testimone di Gesù risorto. E la sua testimonianza è tanto più credibile quanto più traspare da un modo di vivere evangelico, gioioso, coraggioso, mite, pacifico, misericordioso” (Papa Francesco, Regina Coeli, Roma19 aprile 2015).

Ciò che distingue il cristiano dal non cristiano è nel fatto che, pur cercando entrambi Dio, il non cristiano non ha ancora sperimentato le vie adeguate perché ciò avvenga. Non basta il desiderio, né lo studio della sua rivelazione storica. La condizione per questa conoscenza o esperienza di Dio è la nostra docilità e, quindi, corrispondenza all’ascolto intimo.

Vita cristiana, allora, è sì Parola di Dio, ma anche preghiera, sacramenti, docilità e attenzione allo Spirito Santo che consola, dando gioia e sollievo.

“La pienezza della realtà salvifica, che è il Cristo nella storia, si diffonde in modo sacramentale nella potenza dello Spirito Paraclito. In questo modo lo Spirito Santo è l’altro consolatore, o nuovo consolatore, perché mediante la sua azione la Buona Novella prende corpo nelle coscienze e nei cuori umani e si espande nella storia. In tutto ciò è lo Spirito Santo che dà la vita” (Ad Diognetum VI,1-7: Funk I, 318s).


di Giuseppina Capozzi

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto