Il vero dialogo: trasmettere sempre il meglio di sé. Un gesto concreto di accoglienza

“E Dio disse…”: tutto è iniziato da una parola. Dalla Parola, Dio trasse tutte le cose, uscendo da se stesso per comunicare con l’uomo.

Ma cosa si intende con il termine ‘comunicare’? Dal latino cum munis il suo significato è ‘mettere in comune’, stessa radice della parola ‘comunione’.

L’uomo è nato per comunicare; è una sua peculiarità irrinunciabile. Anche quando l’uomo si dovesse chiudere in una fortezza per rimanere da solo, comunicherebbe …di non voler comunicare.

Essendo la comunicazione una sua connotazione naturale, l’uomo è, quindi, pienamente se stesso solo quando comunica e condivide con gli altri.

Ma un’autentica comunicazione nasce dalla capacità di ascoltare l’altro!

Conoscere, farsi carico dell’interlocutore e delle sue effettive capacità di interpretazione del messaggio che gli inviamo, capacità di ascoltare se stessi e chi comunica con noi, impegno a modulare la propria comunicazione sulle capacità di comprensione di chi sta ascoltando: questi gli elementi fondamentali per essere responsabili del buon esito della comunicazione. L’ascolto, quindi, come primo passo.

“L’ascolto ci aiuta ad individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori” (Evangelii Gaudium, 171).

Ascoltarenon significa subire passivamente, non prendere iniziative, non esprimere una propria opinione. L’ascolto è già in sé un atto che esige impegno. Infatti richiede concentrazione, intuizione, discernimento, lettura dei messaggi verbali e fisici che si ricevono e loro valutazione. Ascoltare è spogliarsi dei problemi personali, liberandosi dai propri schemi e non preoccupandosi delle risposte da dare e delle soluzioni da trovare. L’ascolto non è fine a se stesso, ma porta al dialogo.

Dobbiamo considerare, però, che difficilmente il dialogo, quando è vero, è gradevole e lineare. A volte è scambio vivace e anche aspro, purché sia sempre nel rispetto. Il dialogo è vero quando, nel confronto, si riesce a trasmettere una parte di sé. L’atteggiamento interiore ed esteriore sono determinanti nel dialogo, soprattutto se si intende accogliere la domanda di aiuto che arriva dall’altro. Dialogare non è interrogare, non è confessare, non è intervistare: è atto di accoglienza come gesto concreto che sintetizza e perfeziona l’incontro tra me e l’interlocutore. Gesto che, se permeato dall’amore, diventa positivo ed efficace nei risultati.

L’ascolto presuppone una conoscenza profonda di noi stessi e quella pace interiore che porta alla libertà dai nostri condizionamenti per rapportarci come persone vere.

Accoglienza e ascolto, quindi, raggiungono l’obiettivo dello scambio comunicativo se fondati sul rispetto dell’altro. Il rispetto esige attenzione anche nelle piccole cose, che fanno da mediazione nella comunicazione: il luogo dell’ascolto, il modo di porsi e di porgere, la serietà e la discrezione, la concretezza nelle promesse e nelle proposte.

L’impegno è quello di aprirsi a prospettive diverse della realtà, oltre a quelle a noi già note.

La nostra capacità di ascolto spesso è selettiva, perché preferiamo ascoltare chi la pensa come noi.

Il presupposto per imparare ad ascoltare consiste, invece, nell’esercitarci a lasciare al nostro prossimo lo spazio di cui ha bisogno per potersi esprimere. Quando, per esempio, in una conversazione ci si ruba la parola a vicenda significa che non si ha la pazienza di stare a sentire, perché ognuno è orientato soltanto a dire la sua opinione, senza voler ascoltare le ragioni dell’altro.

La propensione all’ascolto non è connaturata in noi, ma ad ascoltare s’impara gradatamente. Ci sono infatti vari livelli di ascolto: il primo livello è quello conoscitivo che si basa semplicemente sul ricevere le informazioni che vengono dall’altro. Il secondo livello è quello emotivo, in base al quale noi non ci limitiamo soltanto ad ascoltare le parole di chi ci è di fronte ma riusciamo anche a sentire le emozioni, gli stati d’animo e i sentimenti che l’altro ci trasmette mentre sta comunicando con noi. L’ultimo livello è quello esistenziale, in base al quale dovremmo riuscire a compenetrarci con la condizione esistenziale dell’altro.

Normalmente il nostro ascolto si ferma al primo livello, quello conoscitivo, in base al quale avviene semplicemente uno scambio di informazioni. Nella migliore delle ipotesi, raggiungiamo il secondo livello, quello emotivo, con i nostri cari o con gli amici più intimi. Per raggiungere il secondo livello è necessario dedicarsi soltanto all’ascolto: non possiamo cioè riuscire a sentire dentro di noi qual è lo stato d’animo di chi ci sta parlando se, per esempio, mentre lo ascoltiamo siamo distratti da altro.

Per poter ascoltare davvero il nostro interlocutore, a livello emotivo, bisogna infatti prestare attenzione non solo alle sue parole ma anche al suo tono di voce, ai suoi sguardi e alle espressioni del suo volto. Si deve, quindi farsi coinvolgere non solo dal ‘detto’ ma anche dal ‘non detto’.

Il tema dell’ascolto è tema centrale nella vita del cristiano, perché è il primo passo dell’accoglienza, e la condizione necessaria per stabilire relazioni significative, cordiali e rispettose con le persone.

All’origine della nostra vita cristiana, nel Battesimo, ci sono quel gesto e quella parola di Gesù, “Effatà! - Apriti!”, che è il miracolo per il quale possiamo ascoltare Dio che ci parla e comunica la sua Parola.

“Spesso noi siamo ripiegati e chiusi in noi stessi, e creiamo tante isole inaccessibili e inospitali. Persino i rapporti umani più elementari a volte creano delle realtà incapaci di apertura reciproca: la coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa… E questo non è di Dio! Questo è il nostro peccato” (Papa Francesco, Angelus, Roma 6 settembre 2015).

Il primo capitolo dell’Evangelii Gaudiumsi sviluppa alla luce della riforma in chiave missionaria della Chiesa, chiamata ad ‘uscire’ da se stessa per incontrare gli altri: è la “dinamica dell’esodo e del dono dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre” (21) nell’incontro inteso come ascolto dell’altro (154, 166).

È un ascolto che si svolge lungo due strade che tra loro si incrociano e si illuminano a vicenda: la strada dell’ascolto delle parole, cioè della vita delle famiglie, e la strada dell’ascolto della parola di Dio. In evidenza c’è uno stile dell’ascolto che è sull’esempio di Gesù: Lui ha ascoltato tutti perché è venuto per amare tutti, diffondendo la gioia che può promanare solo da una fede profonda.

Nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium il ‘gaudio’ di cui parla papa Francesco non è un generico sentimento psicologico, è la gioia frutto dello Spirito Santo; è la «consolazione spirituale» di cui parla Sant’Ignazio, la «gioia interiore che stimola e attrae alle realtà celesti e alla salvezza dell’anima, dandole tranquillità e pace nel suo Creatore e Signore» (Esercizi spirituali, 316).

L’ascolto, allora, è coerenza della fede che accoglie, che partecipa profondamente alle sofferenze e speranze dell’altro, specchio di un amore disinteressato alla sequela di Cristo.


di Giuseppina Capozzi

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