La Chiesa povera Il sogno di Papa Francesco Agli ultimi spetta il primo posto

“Non ti dimenticare dei poveri!”: fu que­sto l’invito che un amico fraterno, il car­dinale francescano Claudio Hummes, fece a Jorge Mario Bergoglio al mo­mento della sua elezione a Vescovo di Roma e successore di Pietro. Bergoglio ha rivelato di aver deciso in quel momento che si sarebbe chiamato Francesco, come il Santo di Assisi, grande innamorato della povertà evangelica.

L’espressione “Chiesa povera e dei poveri” non è nuova ed ha una sua precisa colloca­zione ecclesiale. Giovanni XXIII, un mese pri­ma dell’inizio del Concilio Vaticano II, con un radiomessaggio indirizzato “ai fedeli di tutto il mondo”, rivolgendosi ai paesi sottosviluppati disse: “la Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti e particolarmen­te la Chiesa dei poveri”.

Il cardinal Lercaro, arcivescovo di Bolo­gna, il 6 dicembre 1962, durante la 35° congre­gazione generale del Vaticano II, affrontò con vigore “il problema della povertà della Chie­sa” proponendo una visione essenzialmente biblica della comunità ecclesiale. Secondo il Cardinale la Chiesa, chiamata a testimoniare l’Evangelo agli uomini del nostro tempo, per essere credibile, deve riflettere e rappresenta­re il volto del Cristo povero, assumendo lo sti­le evangelico e lo spirito delle prime comunità dei cristiani.

Le istanze avanzate da Lercaro in buona parte furono recepite dalla costituzione con­ciliare Lumen gentium che afferma: “Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre a dare la buona novella ai poveri (Lc. 4, 18) […] così pure la Chiesa […] riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, po­vero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cri­sto” (n. 8).

Il discorso sulla povertà, dunque, è una prospettiva ecclesiologica essenziale che co­stituisce il nerbo della visione conciliare della Chiesa. L’affermazione che la Chiesa non può essere che povera e per i poveri, significa, scrive Mons. Vincenzo Paglia, “legarsi con­temporaneamente al Vangelo, fonte della vita cristiana, e al Vaticano II, interpretazione alta del Vangelo per l’oggi” (Storia della povertà. La rivoluzione della carità dalle radici del cri­stianesimo alla Chiesa di Papa Francesco, Riz­zoli, Milano, p. 553).

Papa Francesco non ha dimenticato l’invito del Cardinale Hummes, facendone anzi una delle priorità del suo magistero. La povertà per il cristiano è un valore, una scelta di vita che, per essere vera ed efficace, deve tradursi in solidarietà e attenzione verso i poveri. Nel corso dei primi mesi del suo ministero più volte egli ha ribadito la necessità di ascoltare il grido dei poveri. Infatti, nella visita ad As­sisi del 4 ottobre 2013, il solo incontro avuto è stato con i bambini disabili dell’Istituto Se­raphicum, mentre ha pranzato con i poveri che ogni giorno consumano un pasto caldo alla Caritas di S. Maria degli Angeli. Visitando la “Sala della Spoliazione del Vescovado”, luogo simbolo di una cristianità che Bergoglio sta ri­mettendo al centro del suo ministero, ha ricor­dato che “se vogliamo salvarci dal naufragio, è necessario seguire la via della povertà, che - precisa - non è la miseria, questa è da combat­tere, ma è il saper condividere, l’essere più so­lidali con chi è bisognoso, il fidarci più di Dio e meno delle nostre forze umane”. Alcuni giorni prima, visitando a Roma il “Centro Astalli” di accoglienza per rifugiati, gestito dai Padri Gesuiti, dopo aver chiaramente precisato che non basta dare un panino, ma che bisogna ac­compagnare queste persone a reinserirsi nella società perché “la carità che lascia il povero così com’è non è sufficiente”, rivolgendosi ai religiosi e alle religiose ha aggiunto: “I conven­ti vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi, i conventi vuoti non son vostri”, e li ha invitati ad utilizzarli per accogliere poveri e bisognosi (Discorso per la visita al “Centro Astalli” di Roma per il servizio ai rifugiati, 10 settembre 2013).

Nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gau­dium egli conferma l’opzione preferenziale per i poveri che sono i ”destinatari privilegiati del Vangelo”, come scrive Sergio Quinzio, (La te­nerezza di Dio, Castelvecchi, Roma, 2013, p. 2 di copertina). Si tratta di una opzione “teologi­ca prima che culturale, sociologica, politica o filosofica” (Evangelii Gaudium n. 198) perché Gesù si è identificato con loro quando ha det­to: “nella misura in cui lo avete fatto ad uno di questi piccoli dei mei fratelli è a me che lo avete fatto” (Ibidem). Perciò, continua il Papa, “ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri [...]. Questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo” (n.187) perché “esi­ste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri” (n.48). Secondo Papa Bergoglio dob­biamo meditare spesso il capitolo 25 del Vange­lo di San Matteo dove Cristo, parlando del giudi­zio universale, dice: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi [...] In verità vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,35-40). Nel Messaggio per la quaresima 2014 (Una povertà che arricchisce, 4 febbraio 2014), incentrato sul tema della povertà, egli chiarisce che “Dio non si rivela con i mezzi della potenza […] ma con quelli [...] della po­vertà […] e continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo”.

Papa Francesco non si limita solo alle enun­ciazioni, ma compie gesti conseguenti che van­no, solo per citarne alcuni, dall’allestimento di una barberia, di docce e dormitori per i clo­chard nel colonnato di S. Pietro, alle visite ad una casa di riposo per anziani ed ai malati in stato vegetativo della casa Iride del 15 gennaio scorso, visite che egli intende fare ogni vener­dì dell’Anno santo per compiere un’opera di misericordia.

Purtroppo ci stiamo abituando a vedere la grande povertà accanto alla ricchezza sfrenata, senza indignazione. Francesco, col suo parlare schietto e incisivo, ci invita ad abbattere ogni barriera che ci separa dai poveri senza timori o pregiudizi. Ci spinge ad andare loro incon­tro, a guardarli come fratelli che ci tendono la mano, a condividere i loro dolori e le loro an­sie. Sull’aereo in volo da Manila per Roma (19 gennaio 2015) a chi gli ha chiesto qual era il messaggio che ha portato nelle Filippine, egli ha risposto senza esitare: “i poveri che sono le vittime di questa cultura dello scarto!”

A Cuba, nella Plaza de la Revolutiòn (Ange­lus, domenica 20 settembre 2015), ha insistito nel dire che occorre “imparare a vedere Gesù in ogni uomo sfinito sulla strada della vita, in ogni fratello affamato o assetato, che è spoglia­to o in carcere o malato”.

Purtroppo, oggi, le dinamiche dell’economia senza regole aggiungono, oltre alle forme tradi­zionali di sfruttamento e di oppressione, un’al­tra forma di oppressione, quella di rendere gli esseri umani superflui, o meglio, scarti, ecce­denze. Questa è “la cultura dello scarto” che, secondo Francesco, “tende a diventare menta­lità comune” (Udienza generale, mercoledì 5 giugno 2015), segno di inaridimento dell’ani­mo umano.

Dobbiamo tutti imparare, invece, ad incon­trare i poveri, dice il Papa, perché nei poveri “tocchiamo il Corpo sofferente di Cristo” e conclude: “La cosa importante non è guardarli da lontano o aiutarli da lontano. No, no! È an­dare loro incontro” (La cultura dell’incontro, in “L’Osservatore Romano”, 8 agosto 2013).

 


di Pantaleo Dell’Anna

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