La sfida del Millennio Una nuova via per l’integrazione

Fin dall'inizio dei tempi l'uomo ha sentito il bisogno di lasciare il proprio paese d'origine per varie cause; a partire dall'uomo primitivo, che sentiva il bisogno di spostarsi da un posto ad un altro per cacciare e procurarsi del cibo. Gli spostamenti hanno interessato non solo singoli individui, ma intere popolazioni: pensiamo alla migrazione del popolo ebraico dall'Egitto alla Terra promessa, o alle imponenti invasioni barbariche che hanno caratterizzato l'Europa sino al V sec. D.C.
Il 22° Dossier di Caritas e Migrantes, presentato nel 2012, ha rilevato che, alla fine del 2011, gli immigrati regolari presenti in Italia erano 5 milioni e 11mila, 43mila in più rispetto alla stima fatta per il 2010. Il quadro generale che emerge è quello di regolarità e stabilizzazione dei flussi migratori: la presenza degli immigrati, cioè, diventa una costante irreversibile della società italiana. È quindi il momento di passare da una logica emergenziale a quella di una concreta integrazione.

L’Italia ha conosciuto l’immigrazione come fenomeno sociale da poco più di trent’anni e, a differenza di altri Paesi, non ha una consolidata esperienza in rapporto a questo fenomeno. Per questo motivo non ha mai avuto nella sua memoria collettiva riferimenti che si rifacessero alle relazioni interetniche. Dopo essere stato un importante paese di emigrazione, con 24 milioni di espatri dal 1876 al 1976, l’Italia si è trovata di colpo con uno status invertito ed ha iniziato a ricevere flussi di immigrati.

Questo dato storico è un elemento fondamentale per capire l’approccio italiano all’evento-immigrazione, approccio che sembra ragionare più su un criterio tradizionale di assimilazionismo e multiculturalismo, che di mediazione culturale e interculturale.

Allo stesso tempo il popolo italiano, meno condizionato rispetto ad altri Paesi dalle influenze del passato, risveglia in sé naturalmente la sua cultura cristiana dell’accoglienza.

La Chiesa, attenta a promuovere quell’“umanesimo planetario”, espresso già da Paolo VI

nell’Enciclica Populorum progressio, induce ad una “visione integrale dell’uomo, contemplata con lo sguardo purificato dalla carità” (Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 32). Con il Concilio Vaticano II, la “prospettiva ecclesiologica” di una Chiesa pellegrinante pone la comunità in una relazione nuova con il mondo; assumendo su di sé le aspettative dell’altro, soprattutto del povero, ognuno riconsidera con occhi nuovi anche la mobilità umana e le migrazioni. All’interno di questa visione tutti siamo coinvolti, come società e come singole persone.

La vera integrazione racchiude un itinerario semantico di singolare valore. Per valore si intende: ciò che è assoluto, non negoziabile, non relativo, non contingente per temporalità, cultura, condizioni di qualsiasi natura. Ora, una integrazione di valore è da intendersi come equilibrio tra i contributi del popolo ospitante e quelli del ‘forestiero’.

L’integrazione, si badi bene, è cosa diversa dall’assimilazione: quest’ultima, infatti, è annullamento del patrimonio complessivo individuale in favore dell’assorbimento esclusivo della cultura ospitante. Il riferimento al termine ‘integrazione’, peraltro, richiama intimamente quello di ‘identità’. L’identità è quella imprescindibile necessità che l’uomo avverte di sapere chi è e che cosa è; necessità psicologica, l’una, cognitiva, l’altra. Il riconoscimento del sé autentico si realizza dall’incontro di quelle parti di noi che G.H. Mead chiamava: l’io e il me. L’io rappresenta la coscienza spontanea, il me quella parte dell’Io che è stata formata o plasmata dalla società.

Le singole identità culturali si formano mediante processi di interscambio e osmosi nel procedere storico e la società civile contemporanea ha necessità di un più alto livello di consapevolezza sulle realtà migratorie.

Ogni essere umano tende naturalmente a migliorare, relazionandosi con l’altro. Oggi l’altro è nel diverso culturale: nuove generazioni di immigrati che Giovanni Paolo II definiva ‘migranti’. Il termine immigrato, infatti, fa riferimento ai problemi del forestiero che deve essere accolto. Il migrante, invece, è colui che si sposta, anche a distanze ravvicinate, con l’esigenza doverosa e legittima di integrarsi nella cultura della popolazione ospitante.

La declinazione del rapporto è da leggersi nella dimensione di ‘persona in dialogo’. Dal greco dia (due) logos (parola, pensiero, ragionamento, teoria, voce, argomento), dia-logare vuol dire quindi confrontarsi per giungere alla autentica conoscenza dell’altro. Normalmente si ha timore di ciò che è sconosciuto, ma conoscere consente di arricchirsi e maturare come persona; ecco allora che l’esigenza naturale di arricchimento interiore induce al desiderio di conoscenza. Per conoscere è, però, necessario ascoltare e dialogare.

Poiché la persona umana non è un’isola, ma è costitutivamente sociale, non può vivere se non in relazione con le altre persone. Si diventa pienamente se stessi, di conseguenza, solamente nell’incontro con l’altro diverso da sé.

Una personalità autentica che non sia isolazionista ma complementare, come sostiene S. Settis, deve puntare allo scambio fra culture. Intesa in questo modo, l’identità si rafforza e si consolida incentrandosi sul principio di reciproca inclusione e non esclusione.

Il mondo, e perciò soprattutto il cristiano, vanno verso l’unità della famiglia umana.

Il cardinale Vegliò, intervenendo sui fenomeni di migrazione e integrazione durante l'Incontro Internazionale per la Pace a Sarajevo promosso dalla Comunità di Sant'Egidio l’11 settembre 2012, ha affermato che la Chiesa, da parte sua, non intende “colmare semplicemente un vuoto e supplire all’assenza delle istituzioni pubbliche”. E, ha continuato il Cardinale Sarah, gli stranieri e gli extracomunitari devono “essere accompagnati spiritualmente per uscire dalla logica della violenza, del risentimento e del dolore e per poter tornare a sentirsi parte della famiglia umana”.

La sfida diventa, allora, elaborare una nuova via per l’integrazione nella misura in cui sapremo far maturare la consapevolezza che la presenza dei migranti (Benedetto XVI, Angelus del 14 gennaio 2007) è “una grande risorsa per il cammino dell’umanità”.

Quello dei migranti, ed in particolar modo dei rifugiati, presenta dinamiche in continua evoluzione. Dinamiche sempre più complesse che hanno indotto la Chiesa Cattolica, sempre all’avanguardia in questo ambito, ad aggiornare la sua pastorale in materia.

Oggi le migrazioni impongono un cambiamento di mentalità, di approcci strutturali e di pensiero sociale. E il documento di quest’anno ‘Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate. Orientamenti pastorali’ a cura dei Pontifici Consigli della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e Cor Unum,è soltanto l’ultima di una lunga serie di fonti magisteriali sul tema delle migrazioni forzate.

Tragedie senza precedenti si stanno consumando davanti ai nostri occhi, e quando accadono stragi di immigrati come quelle dei nostri giorni, è l'umanità di ogni persona che viene umiliata. Ecco dove portano la follia delle guerre, sostiene con veemenza il Cardinale Caffarra, e la barbarie della “globalizzazione dell'egoismo”.

L'immigrazione irregolare va senz’altro condannata, ma la soluzione a questo fenomeno non consiste nella “chiusura ermetica delle frontiere” e nell'”inasprimento delle sanzioni contro gli irregolari”. Lo dichiara papa Benedetto XVI nel messaggio ‘Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza’ per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (13 gennaio 2013).
“Non possiamo dimenticare la questione dell'immigrazione irregolare, tema tanto più scottante nei casi in cui essa si configura come traffico e sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini. Tali misfatti vanno decisamente condannati e puniti; una gestione regolata dei flussi migratori potrebbe almeno limitare per molti migranti i pericoli di cadere vittime dei citati traffici”.

Per Benedetto XVI, sono “quanto mai opportuni interventi organici e multilaterali per lo sviluppo dei Paesi di partenza, contromisure efficaci per debellare il traffico di persone, programmi organici dei flussi di ingresso legale, maggiore disponibilità a considerare singoli casi che richiedono interventi di protezione umanitaria oltre che di asilo politico”. 

“Migranti e rifugiati non sono pedine sullo scacchiere dell'umanità”, ammonisce Bergoglio che, a cinquant’anni dall'enciclica di Giovanni XXIII Pacem in terris, invoca “un reciproco aiuto tra i Paesi” per superare le difficoltà legate al fenomeno, tra cui i pregiudizi e le paure delle popolazioni nei confronti del diverso. Di fronte all’ennesimo tragico naufragio a largo di Lampedusa: “Mi viene la parola vergogna: è una vergogna!”.

Ricordiamo, allora, le parole dell’Abbè Pierre: “Io ho tentato nella mia vita di mettere la mia mano nella mano di chi soffriva di più. Per ricompensa mi sono sempre ritrovata nell’altra mia mano la mano di Dio”.

di Giuseppina Capozzi

 

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