Misericordia Dio ti vuole bene sempre Il suo perdono più grande del peccato

“L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vi­vente. Quando verrò e vedrò il volto di Dio”? (Sal, 41, 3). È il lamento dell’e­sule israelita pervaso dalla struggente nostalgia per la sua terra.

Nell’Antico Testamento la misericordia di Dio si concretizza nella sua ”instancabile fe­deltà all’Alleanza con il suo popolo che Egli ama e perdona in eterno” (Messaggio del Santo Padre Francesco per la XXXI giornata mondiale della gioventù 2016), fedeltà che il profeta Osea paragona all’amore di un padre verso il figlio dicendo: “Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chia­mato mio figlio” (Os 11, 1).

La misericordia del Padre si è rivelata in Cristo che ai suoi discepoli ha raccomandato: “siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6, 36). L’evangelizzazione è la manifestazione al mondo, da parte della Chiesa, dell’amore viscerale di Dio per gli uo­mini. Ciò costituisce la novità dell’annuncio della salvezza, sottolineata ripetutamente da Papa Bergoglio sin dal primo momento del suo ministero petrino. Tutti siamo chiamati a fare esperienza, in prima persona, della mise­ricordia divina, che è un atteggiamento richie­sto al credente per vivere pienamente la sua relazione con Dio. Nel nostro mondo, scrive il Priore di Bose Enzo Bianchi, “l’annuncio del Vangelo nella mitezza, nel rispetto di tutti, nell’affermazione del primato dell’amore mi­sericordioso di Dio, che ci ama senza che noi dobbiamo meritarlo, di fatto raggiunge e tocca molti uomini e donne finora indifferenti alla fede” (Quando il Papa ritornò solo uomo, in “La Stampa”, 11 febbraio 2014).

L’Anno Santo straordinario della Misericor­dia è la risposta al grido di aiuto della umanità sofferente, che anela di vedere il volto di Dio mi­sericordioso e nello stesso tempo è lo strumen­to attraverso il quale “la Chiesa - dice il Papa - rende più evidente la sua missione di esse­re testimone della misericordia” (Omelia della Messa, Basilica di San Pietro, 13 marzo 2015). La Misericordia divina non va però confusa con il buonismo e non è uno sfoggio di buoni sentimenti o un sussulto emotivo. Tanto meno significa l’abolizione del peccato, ma piuttosto che “la Chiesa non è al mondo per condanna­re, ma per permettere l’incontro con quell’a­more viscerale che è la misericordia di Dio” (Francesco, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con A. Tornielli, Piemme, Mi­lano, 2016, p. 67). Anche se si è grandi pecca­tori, purché non si sia caduti nella corruzione, Dio perdona sempre. Perdonò Zaccheo, che si convertì quando Gesù scelse di andare a casa sua, scandalizzando i tradizionalisti di allora. Zaccheo, la samaritana, Nicodemo, il buon la­drone “erano aperti al perdono, il loro cuore avvertiva la propria debolezza e questo è sta­to lo spiraglio che ha fatto entrare la forza di Dio” (Ibidem, p. 94).

Con il Giubileo della Misericordia Papa Francesco vuole richiamare l’attenzione dei credenti e non credenti sul Dio misericordio­so che “mai si stanca di perdonare mentre noi, a volte, ci stanchiamo di chiedergli perdono” (Angelus, domenica, 17 marzo 2013) e favorire cioè la riscoperta del sacramento della ricon­ciliazione.

La Chiesa, scrive Papa Francesco, “condan­na il peccato perché deve dire la verità: questo è un peccato. Ma allo stesso tempo abbraccia il peccatore che si riconosce tale, lo avvicina, gli parla della misericordia infinita di Dio“ (Il nome di Dio cit, p. 66). Nel sacramento della riconciliazione si incontrano l’infinita misericor­dia di Dio e l’infinita miseria dell’uomo. La ricon­ciliazione sacramentale è una autentica espe­rienza di comunione, perché riconcilia con Dio, con i fratelli e con noi stessi e, vissuta nello spirito evangelico, genera la fiducia che aiuta a credere in qualcosa, che ci dà la certezza di es­sere amati da Qualcuno che è sopra di noi che, pur non togliendoci i pesi della vita, ci aiuta ad accettarli in un mondo in cui dilagano il so­spetto, lo scetticismo, la diffidenza che avvele­nano i rapporti umani. Solo Gesù, l’uomo-Dio, è credibile, suscita fiducia e ci rivela il volto mi­sericordioso di Dio soprattutto nel sacramento della penitenza quando il confessore, in nome di Cristo, ci assolve dai peccati. Ai confessori, il Papa raccomanda di ascoltare con pazienza i penitenti e dire anzitutto “che Dio vuole loro bene” (Il nome di Dio cit., p.32) ricordando che sono chiamati ad essere sempre e dovunque il segno del primato della misericordia.

Ai Frati Cappuccini, convenuti a Roma per la presenza delle spoglie dei Santi Pio da Pietralcina e Leopoldo Mandic, nell’Omelia della Messa (9 febbraio 2016) il Papa ha preci­sato che “Il confessionale è per perdonare. E se tu non puoi dare l’assoluzione - faccio questa ipotesi - per favore, non bastonare. Chi viene, viene a cercare conforto, perdono, pace nella sua anima; che trovi un padre che lo abbracci e gli dica: ma Dio ti vuole bene”.

Ai Missionari della misericordia, nell’af­fidare loro il mandato di recarsi in tutte le parrocchie del mondo, ha ricordato che sono chiamati “ad esprimere la maternità della Chiesa […] che accoglie il penitente e lo ama” e pertanto qualunque sia il peccato che viene confessato - o che la persona non osa dire, ma lo fa capire, è sufficiente - il missionario […] deve porsi come canale della misericordia di Dio e saper guardare al desiderio di perdono presente nel cuore del penitente” (Discorso ai Missionari della Misericordia, 9 febbraio 2016).

La misericordia divina, che si manifesta in noi col sacramento della riconciliazione, ci edu­ca a vedere, in una società distratta ed indiffe­rente, i fratelli che sono accanto a noi, donando loro almeno un po’ del nostro tempo. Oggi le persone cercano soprattutto qualcuno dispo­sto ad “ascoltare i loro drammi e le loro dif­ficoltà”. È ciò che io chiamo, dice il Papa, “l’a­postolato dell’orecchio” (Il nome di Dio cit., p. 32). Ascoltare il fratello, aiutarlo ad uscire dal dubbio, correggerlo se sbaglia purché ciò sia fatto ”con amore, con carità, nella verità e con umiltà, [...] riconoscendo che tu sei più pec­catore dell’altro” (Omelia della Messa nell’a­pertura della Porta Santa, 8 dicembre 2015) è un’opera di misericordia. La misericordia, puntualizza il Papa, “è sempre più grande di ogni peccato, perché nessuno può porre un limite all’amore di Dio” (Il nome di Dio, cit., p. 97) ed è la sola che può “vincere la globa­lizzazione dell’indifferenza” (Ibidem, p. 102). Il Figlio di Dio che si fa uomo “si lascia com­muovere dalla miseria umana, dal nostro biso­gno, dalla nostra sofferenza” (Ibidem) crea una autentica “fratellanza tra gli uomini”, per il cui mantenimento, rafforzamento e solidità, però, la sola giustizia non basta. “Con la misericordia e il perdono, Dio va oltre la giustizia, la inglo­ba e la supera” (Ibidem, p. 89). Per raggiungere questo obiettivo occorre rilanciare la passione per il bene comune, adoperarsi per la costru­zione di una rete di solidarietà autentica che è l’espressione più significativa delle opere di misericordia e specialmente promuovere la di­gnità della persona umana che viene prima di ogni altra sua specificazione.

Un esempio di come ciò sia possibile ce lo offre Bergoglio parroco. Un giorno, egli racconta, una donna abbandonata dal mari­to con bambini piccoli che la Caritas aiutava con qualche pacco di generi alimentari andò a trovarlo. Egli pensava che volesse ringraziarlo per il pacco ricevuto, ma la donna invece gli disse: “sono venuta qui a ringraziarla soprat­tutto perché lei non ha mai smesso di chiamar­mi signora” nonostante sapesse che “quando non trovavo lavoro per dare da mangiare ai mei figli facevo la prostituta”.

Sono questi i gesti che insegnano, molto più dei dotti discorsi, “quanto sia importante accogliere con delicatezza chi si ha di fronte senza ferire la sua dignità” (Ibidem, p. 74).

di Pantaleo Dell’Anna

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