Stile sinodale Papa Francesco sempre aperto. Chiamati a camminare insieme

Lo “stile di Dio non è lo stile dell’uomo”, perché “Dio vince” con l’umiltà, come dimostra la fine del più grande dei profeti, Giovanni Battista, che preparò la strada a Cristo per poi farsi da parte. È, questo, un commento fatto da Papa Francesco (Omelia della Messa celebrata a Casa Santa Marta, 05/02/2016).
Il “più grande” degli uomini, il “giusto e santo” che aveva preparato la gente all’arrivo del Messia, finisce decapitato nel buio di una cella, solo, condannato dall’odio vendicativo di una regina e dalla viltà di un re succube. Eppure così “Dio vince”!
Riferendosi, poi, al Cardinale Carlo Maria Martini (Prefazione, Le Cattedre dei non credenti, Bompiani 2015) Papa Francesco afferma che è stato un uomo e un Vescovo che con il suo “stile sinodale”, aperto al dialogo e fondato sull’amore per la ­Sacra Scrittura, può “ispirare una vita più ricca di senso e una convivenza più fraterna” anche alla civiltà odierna.
Sono passati tre anni dall’elezione di Jorge Mario Bergoglio a Vescovo di Roma e sono ormai innumerevoli i gesti e le parole con cui Papa Francesco caratterizza il suo ministero di successore di Pietro e di “servo dei servi di Dio”.
Discorsi e documenti ufficiali, insieme alla divulgazione delle omelie quotidiane durante la Messa a Santa Marta, aprono ad una visione più ampia dello ‘stile’ di un pontificato che non cessa di sorprendere per vitalità ed energia pastorale.
Un aspetto dello stile di Papa Francesco è stato il suo continuare a vivere come prima: dedicando ogni giorno spazio alla preghiera e all’ascolto della Parola, con la celebrazione eucaristica in mezzo al popolo di Dio; quotidianamente accogliendo, abbracciando, ascoltando quelli dei quali ha la responsabilità di pastore, e governando la Chiesa chinandosi in mezzo agli altri, ammonendo ma non disprezzando, richiamando ma non condannando.
Il Vescovo di Roma vuole stare e sta in medio ecclesiae: nessuna separazione tra il Papa ‘solo con Dio’, e il popolo di Dio. La sua cifra stilistica è nella prossimità all’umanità verso la quale Dio stesso si è abbassato in Cristo, fino a lavarne i piedi.
Uno stile che si esprime in un dialogo sempre aperto all’interno della Chiesa, che è emerso fin dal suo primo apparire dalla loggia di San Pietro. Quell’invito a “camminare insieme, Vescovo e popolo” e, più ancora, quel caratterizzare persino la benedizione papale con una dimensione dialogica (con la richiesta di essere benedetto prima di benedire) hanno inaugurato uno stile che è stato poi mantenuto in tutti gli impegni pastorali e di governo, anche nei confronti delle altre Chiese cristiane.
Così recita la Gaudium et spes: “Il rispetto e l’amore deve estendersi pure a coloro che pensano od operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo” (GS, 28). Il dialogo è la via umana, condivisa dunque da tutti, per costruire insieme un senso; è uno stile di vita che diventa cammino fatto insieme, ricerca condivisa della verità che si fa storia. Questo atteggiamento, che per i cristiani deriva dal credere che ogni essere umano in quanto tale é a immagine e somiglianza di Dio, crea relazioni ispirate a quella mitezza che per Paolo VI “è carattere proprio del dialogo” (Ecclesiam suam).
Il dialogo è spazio sostitutivo della violenza, elaborato mediante quella facoltà specificamente umana che è la parola e di cui, a partire da Socrate, non mancano certo esempi nelle tradizioni culturali anche lontane dal cristianesimo. Il dialogo dunque va praticato come via di costruzione di un mondo che crede alla forza della parola e rifiuta di affidarsi alla forza della violenza.
La società che viviamo è sempre più multiculturale e multireligiosa. La comunicazione senza pregiudizi e la cultura dell’incontro costituiscono le basi per costruire un mondo nuovo, in cui il linguaggio da parlare sia sempre più quello dell’accoglienza e del rispetto dell’altro. Il dialogo è molto importante, inoltre, per la propria maturità, perché nel confronto con l’altro (persone, culture, religioni), si cresce e si matura. L’atteggiamento più convinto che dobbiamo avere per dialogare è quello della mitezza, della capacità di incontrarci con le persone e le culture diverse; la capacità di fare domande intelligenti: ‘Ma perché tu pensi così? Perché questa cultura fa così?’. Sentire gli altri e poi parlare. Spesso la conversazione non nasce in modo spontaneo. Sarà nostro impegno, allora, avviarla. Evitando la tendenza a mostrare continuamente la propria intelligenza o le proprie conoscenze, ci si deve mostrare disponibili e ricettivi. Inizialmente potremo ascoltare con disattenzione, ma con uno sforzo sincero per andare oltre il proprio criterio, apprenderemo in modo inaspettato e costruttivo. Per saper conversare occorrono audacia e prudenza, interesse e discrezione, rischio e opportunità. È necessario non cedere alla superficialità, controllando affermazioni e parole precipitose o inopportune. Le buone conversazioni lasciano sempre un segno: vengono introitate ed elaborate, depositando concetti e pensieri dai quali nasce il desiderio di continuare questo scambio.
“La chiave della nostra capacità di far cambiare gli altri dipende in qualche modo dalla nostra capacità di cambiare noi stessi. Chi sa dire con chiarezza le cose a se stesso, sa come e quando dirle agli altri, ed è anche capace di ascoltarli con una disposizione positiva” (Cfr. www.opusdei.it., Testi di vita cristiana 30 settembre 2015, Alfonso Aguiló). Ma il dialogo esiste realmente solo lì dove sia ispirato da un’iniziativa gratuita. Nulla si oppone di più all’autenticità del dialogo che la manipolazione: dove il dialogo è strumento per dominare l’altro o per usarlo ai propri fini, lì cessa di esistere. Il dialogo ha la dignità del fine e non del mezzo: esso vive di gratuità. Chi pensa di non aver bisogno degli altri resterà nella solitudine di una vita senza amore. Chi si mette alla scuola dell’altro e si fa servo per amore, offrendo se stesso in dono, costruisce legami di pace e fa crescere intorno a sé la comunione. Riceverà, infine, più di quello che darà! La gratitudine di chi si lascia amare è essenziale all’amore, almeno quanto la gratuità che ne è la sorgente (Cfr.: CEI, Lettera ai cercatori di Dio, 2009).
Viviamo, oggi, nel contesto di una comunicazione che è momento costitutivo di una promozione della cultura dell’incontro (Messaggio della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 Gennaio 2016).
Andare incontro all’altro animati da una profonda dimensione di accoglienza, di disponibilità e di perdono è il tema odierno della Misericordia. Si tratta di linguaggi e gesti della buona comunicazione che animano il dialogo come spazio per la comprensione reciproca e la riconciliazione, permettendo che in tal modo fioriscano incontri umani fecondi.
Ricordiamo che al cuore della comunicazione vi è soprattutto una profonda dimensione umana, l’unica che realizza l’autentica e profonda relazione interpersonale.

 

 

di Giuseppina Capozzi

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