Il dono di Dio. Dall’Amore tutti chiamati all’amore. Ma il potere dell’uomo resta il servizio

“Chi pensa che la santità sia un impegno esclusivo di sacerdoti e di religiosi? A tutti, senza eccezione, il Signore ha detto: ‘Siate perfetti, com’è perfetto il Padre mio che è nei cieli’” (S. Josemaría Escrivá, Cammino 291). Quando il Santo spagnolo, negli anni Trenta, parlava di vocazione universale alla santità, intendeva che tutti, nessuno escluso, sono chiamati alla santità. Si trattava di una universalità soggettiva, già presente, ad esempio, in San Francesco di Sales e nel magistero di Pio XI.

Eravamo più di trent’anni prima del Concilio Vaticano II, che avrebbe delineato chiaramente questo aspetto relativo ai laici.

Ma negli anni Trenta la ‘vocazione alla santità’ era un termine utilizzato soltanto per i religiosi e il ministero sacro. Affermare che i laici potevano essere santi come i grandi santi della Chiesa, che allora erano quasi tutti pastori, religiosi o martiri, rendeva difficile comprendere che anche i laici potevano raggiungere la medesima santità senza dover adattare la loro vita a uno schema o a una regola, in quanto era loro sufficiente la grazia divina e la risposta eroica di ogni giorno nella loro vita ordinaria. La vocazione, affermava il santo, avviene in mezzo al mondo: è lì che Dio chiama il cristiano, senza necessità di uscirne fuori per incontrarlo.

“Al di là delle vocazioni di speciale consacrazione, quindi, vi è la vocazione propria di ogni battezzato: anch’essa è vocazione a quella ‘misura alta’ della vita cristiana ordinaria che s’esprime nella santità” (Messaggio di Papa Giovanni Paolo II per la XX Giornata Mondiale dei Giovani, 2005).

La vocazione è anzitutto dono di Dio: non è scegliere, ma essere scelti. La risposta a questa chiamata trasforma il bene ricevuto in offerta e dono. La chiamata di Dio, infatti, avviene attraverso la mediazione comunitaria: nella relazione con gli altri scopriamo che la comunione vince l’indifferenza e l’individualismo, si tratta di una ‘con-vocazione’ che spinge ad uscire da se stessi ponendosi al servizio di Dio e, quindi, degli altri (Cfr. Messaggio per la LIII Giornata Mondiale di Preghiera per le vocazioni, 2015).  

Dio, che è amore, crea l’uomo a sua immagine e somiglianza iscrivendo nell’umanità la vocazione, e di conseguenza la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione (Cfr. Gaudium et Spes, 12). L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano. L’uomo è chiamato all’amore nella sua totalità unificata: corpo e spirito.

La Rivelazione cristiana conosce essenzialmente due modi di realizzare la vocazione della persona umana all’amore: il Matrimonio e la Verginità. Entrambe hanno una forma specifica che realizza l’uomo nella sua vocazione più profonda.

Dal greco καλέω (chiamare per nome), la vocazione è la percezione intuitiva e profonda di ciò che è bene ‘per me’. L’uomo, pur condizionato dalla sua corporeità, cultura, educazione, poiché è essere spirituale può distaccarsi da se stesso, essendo libero di determinare in qualsiasi momento la destinazione di sé. É naturale per l’uomo trascendere se stesso per amare l’altro. E la sessualità non è l’unico modo di realizzare pienamente se stessi nel dono di sé: il dono mantiene, nella stessa misura, il suo valore autentico se realizza la sua dimensione di scambio e fusione nella vocazione a Cristo. Si badi bene, non solo a Gesù. Questo potrebbe rappresentare una riduzione del dono, perché non abbraccerebbe la pienezza di vocazione. Cristo vuol dire amore terreno, ma anche soprannaturale: umano e divino insieme. Qui le dimensioni sono sempre due, come nell’amore sessuale per l’altro sesso, ma cambia il codice spirituale.

La corporeità diventa distacco dal sé materiale, per fondersi con il soprannaturale!

Ma, a cinquantadue anni dal Concilio Vaticano II, non sono pochi ancora quelli che, parlando di vocazione, intendono solo quella al presbiterato e alla vita consacrata, lasciando in secondo ordine tutte le altre, a cominciare da quella matrimoniale. Il Vaticano II, nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium (21 novembre 1964), intitola il Capitolo V: “Universale vocazione alla santità”. E spiega: “Tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia, sia che siano retti da essa, sono chiamati alla santità”.

La santità è, perciò, la meta verso cui tendere continuamente da parte di tutti. Il cristiano autentico è sempre in tensione (è l’inquietudine agostiniana) e non percepisce la religione come una costrizione morale: si tratta di un atteggiamento radicale e vitale, come l’amore di una madre per il proprio figlio. Naturalmente la fragilità umana può determinare discontinuità nella vita ordinaria, ma la certezza di un padre misericordioso è il fulcro e la direzione di ogni operato. La misericordia, che il Signore ha per noi, ci induce a fare altrettanto. E questo si concretizza nel servizio all’altro.

“A Dio è gradita ogni opera di misericordia, perché nel fratello che aiutiamo riconosciamo il volto di Dio che nessuno può vedere” (Giubileo degli Operatori e dei Volontari della Misericordia, Omelia di Papa Francesco, Piazza San Pietro 4 Settembre 2016).

Grazie al Concilio Vaticano II, abbiamo recuperato una visione di Chiesa fondata sulla comunione, con il principio dell’autorità e della gerarchia in questa prospettiva. L’esempio di Cristo illumina sul significato dell’autorità e del potere: il vero potere è il servizio!

Benedetto XVI ha più volte evidenziato che, se per l’uomo spesso autorità è sinonimo di possesso, di dominio, di successo, per Dio autorità è sempre sinonimo di servizio, di umiltà, di amore (Cfr. Angelus, 29 gennaio 2012).

Se pensiamo alle persone di Chiesa carrieriste, arrampicatrici, a coloro i quali dovrebbero servire e invece mirano solo a soddisfare i propri interessi e le proprie ambizioni, ci rendiamo conto del danno che fanno a tutti i cristiani. “Non è la logica del dominio, del potere secondo i criteri umani, ma la logica del chinarsi per lavare i piedi, la logica del servizio, la logica della Croce che è alla base di ogni esercizio dell’autorità” (Benedetto XVI, Omelia 20 novembre 2010).

L’unica vocazione del cristiano, allora, è nell’essere conforme a Cristo (Benedetto XVI, Udienza generale 13 aprile 2011). Il termine vocazione, però, è spesso associato a realtà molto distanti dalla spiritualità di fede: si parla di vocazione teatrale, calcistica, per gli affari, per la danza, ecc.

Invece la vera vocazione è quella che, partendo dalla logica del dono, opera una rivoluzione sociale. Papa Benedetto XVI ha introdotto la categoria del dono per cui il ricevere, il dono, la vocazione, precedono il fare come naturale conseguenza di una chiamata alla responsabilità per il bene comune (Cfr. Caritas in Veritate).

In un tempo caratterizzato dal fenomeno della globalizzazione, che avvicina ma non affratella, Benedetto XVI, invita a ribaltare la logica dell’individualismo e dell’egoismo attraverso il principio di gratuità e la logica del dono, come espressione della fraternità, che possono trovare posto in ogni attività umana.

Ecco quindi che i laici hanno un ruolo impegnativo da compiere; un ruolo che, nella relazione con l’altro, si fa servizio. Il servizio deve, a sua volta, trovare la strada di una sintesi, seppure difficile nel mondo attuale, fra la vita spirituale e l’attività apostolica. Difficile, ma non impossibile, se fatta alla luce di Cristo!

di Giuseppina Capozzi

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