Presbiteri. Scelti per essere santi. Attraverso la Parola e i Sacramenti

 

 

 

Quando si parla di vocazione sacerdotale, non si allude ad una semplice professione o mestiere di tipo ‘profano’. Il riferimento è al ‘sacro’, come missione ed ufficio, ma soprattutto come stato di vita che si abbraccia. “È un legame semantico, nel quale si riflette non solo la tradizione terminologica cristiana, ma anche l’istituzione del sacerdozio conferito da Gesù agli Apostoli e, per essi, ai loro successori, cooperatori e continuatori nei secoli” (Giovanni Paolo II, Udienza Generale 29 settembre 1993).

Nella vocazione del sacerdozio, cambiano la logica e la prospettiva! E al ‘sacro’ si accede per una chiamata vocazionale, che è dono di Grazia, mistero divino per eccellenza, ma anche per una risposta a questa chiamata.

Tutto, insomma, ruota intorno al concetto di sacro.

In senso stretto, si definisce sacro ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa. Più in generale, che riguarda la divinità, la sua religione e i suoi misteri, e che per ciò stesso impone un particolare atteggiamento di riverenza e di venerazione” (www.treccani.it/vocabolario).

L’etimologia della parola sacro è da ricondursi a radici latine e indoeuropee, col significato, da un lato, di unione con l’ambito del divino, dall’altro della separazione del sacro dal profano. Il simbolo della Croce, infatti, è formato “dall’intersezione della sfera del sacro (linea verticale) con quella del profano (linea orizzontale) che si incontrano in un unico punto che per noi cristiani è Gesù Cristo” (www.etimoitaliano.it).

Il sacro, quindi, come valore trascendente del reale concretamente percepito, cifra spirituale, mistero separato e nascosto, che viene rivelato intimamente all’uomo nell’incontro fra il sé e il fuori di sé.

L’Esortazione Apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis, prima di soffermarsi sulla dimensione spirituale, “elemento di massima importanza nell’educazione sacerdotale” (7), evidenzia che la dimensione umana è il fondamento dell’intera formazione. Vengono indicate una serie di virtù umane e di capacità relazionali richieste al sacerdote affinché la sua personalità sia “ponte e non ostacolo per gli altri nell’incontro con Gesù Cristo Redentore dell’uomo” (8). Esse vanno dall’equilibrio generale della personalità alla capacità di portare il peso delle responsabilità pastorali, dalla conoscenza profonda dell’animo umano al senso della giustizia e della lealtà (9).

Nel percorso evolutivo assume un’importanza speciale la maturità affettiva, un ambito dello sviluppo che oggi è particolarmente messo alla prova da quella che Bauman ha definito la ‘società liquida’, cioè con valori decisamente fluidi.

E l’ambito per eccellenza della formazione personale è la famiglia. È nella famiglia che si acquisiscono, soprattutto nell’infanzia che è l’età in cui più si apprende, i fondamenti delle rette relazioni. Nella famiglia si verifica come il suo bene sia superiore a quello individuale; non si tratta di sommare singole peculiarità, ma di donarsi nella propria specificità per ottenere in cambio molto più di una semplice addizione di intenti!

“I coniugi cristiani sono cooperatori della grazia e testimoni della fede l’uno per l’altro, nei confronti dei figli e di tutti gli altri familiari. Sono essi i primi araldi della fede ed educatori dei loro figli” (Apostolicam Actuositatem, 11).

Diventa importante chiarire ai genitori e ai figli che la vocazione è veramente tale se incondizionata e profonda, assunta in piena libertà, con discernimento e tempo adeguato (J. Escrivá, È Gesù che passa, 33). Aiutare i genitori a comprendere il valore della vocazione dei figli (nella autentica accezione spirituale), va di pari passo con l’educazione dei ragazzi al rispetto degli insegnamenti e della posizione dei genitori, ma soprattutto all’amore immutabile nei loro confronti. D’altra parte quale amore dei genitori è più vero, di quello che consente al figlio di realizzarsi come ‘persona’ nella sua totalità?

I figli non sono di nostra proprietà e la funzione educativa ha come fine essenziale la loro crescita nella piena consapevolezza del sé. Ma appena nasce un bambino, i genitori scrivono la sua biografia! E quando il figlio rivela il desiderio di donarsi al Signore, spesso nascono interrogativi e dubbi. È solo il senso soprannaturale che consentirà di cogliere il significato di dono che rappresenta tale evento: la vocazione non guarda i meriti o altro. È sempre e solo Dio che suscita, in ciascuno di noi, l’amore con il quale corrispondergli.

D’altra parte la più alta percentuale di vocazioni si deve proprio alla educazione familiare! “Se (la madre) avesse educato i figli come canaglie, difficilmente il Signore avrebbe trovato in queste anime il terreno adatto a ricevere il seme della vocazione” (J. Escrivá, Incontro pubblico a Brafa - Barcellona, 23 Novembre1972).

È anche per questo che, nella crescita del futuro sacerdote, l’educazione va affidata in primis agli adulti, in accordo con il sacerdote. Il confronto e la guida consentono ai formatori dei futuri sacerdoti di comprendere meglio l’autenticità della vocazione; e ai genitori di essere rassicurati.

I genitori non perdono la vicinanza del figlio nei momenti di pena e nei momenti felici, ma si trovano vicini non solo uno ma più figli. E il figlio, che cresce in spiritualità e responsabilità nei confronti dell’altro, vede rafforzato il suo amore per la famiglia.

Il futuro sacerdote, per altra parte, va incoraggiato a seguire la sua strada se è vocazione vera, cercando di comprendere la differenza tra la dimensione umana, con la quale la famiglia e il contesto sociale potrebbero rapportarsi, e la dimensione soprannaturale della sua chiamata!

La maturità affettiva e relazionale, richiesta in particolare nella vocazione sacerdotale, impone, allora, esercizio nella pratica delle virtù e nella comprensione del soprannaturale: l’obiettivo è quello di saper dominare e incanalare i propri istinti e debolezze umane nella relazione di Grazia e nel cammino di santità.

“La vocazione sacerdotale reca con sé l’esigenza della santità” (Monsignor Javier Echevarría, Roma 26 Maggio 2009). Il sacerdozio richiede “non una santità qualunque, una santità comune, e nemmeno una santità straordinaria. Esige una santità eroica”.

In fondo è percepibile a chiunque quanto sia indispensabile l’esempio di chi ha già detto il proprio ‘sì’ per incoraggiare altri a seguire le orme sacerdotali!

Tutti noi cristiani, con il Battesimo, siamo chiamati a vivere conformandoci a Cristo.

Ma, ha chiarito Monsignor Echevarría, “con l’ordinazione presbiterale, Gesù chiama i sacerdoti a essere santi in un modo nuovo, specifico dello stato sacerdotale: cioè attraverso l’esercizio del ministero della Parola e dei sacramenti, curando la personale vita interiore. È questa la straordinaria grandezza della chiamata” al sacerdozio!

 

di Giuseppina Capozzi

 

 

 

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