La speranza. Il desiderio che conduce alla felicità. Solo l’infinito può “bastare” all’uomo

“L’uomo è come un viandante che, attraversando i deserti della vita, ha sete di un’acqua viva, capace di dissetare in profondità il suo desiderio profondo di luce, di amore, di bellezza e di pace” (Papa Francesco, Udienza Generale 8 maggio 2013).

La vocazione del cristiano è proprio quella di essere un viandante in una società statica, in cammino verso l’autentico appagamento. Essere per strada, intesa come luogo della speranza, non è una situazione contingente, ma la condizione permanente dell’uomo sulla terra. Viandante o pellegrino, forestiero, straniero, passante: tutti sinonimi cari da sempre alla tradizione cristiana.

Non sono mancati coloro che, come nomadi, hanno imitato Cristo con una vita errante e senza fissa dimora. Ma il nomade non è come il pellegrino o il viandante.

A differenza del nomade, che si muove lungo coordinate terrestri, il viandante è proiettato verso una meta che è al di là degli orizzonti umanamente percepiti e appartiene alla meta–storia. Si tratta del viaggio come immagine della vita.

Certo partire è un po’ morire, ‘partir c’est un peu mourir’ recita un vecchio adagio francese. Se il viaggio, allora, è l’immagine della vita, la partenza diventa un po’ l’immagine della morte. Ma è il destino di ogni essere vivente, cosciente nella mente e nell’anima di essere anche una creatura razionale.

L’uomo è essenzialmente homo viator, come ha scritto il filosofo cristiano Gabriel Marcel.

Se la strada, allora, è intesa come luogo della speranza, il viandante è l’uomo della speranza.

Tutto è legato alla speranza! La quale risponde all’aspirazione alla felicità, che è insita nel cuore di ogni essere umano.

La speranza è la risposta alle domande più profonde della vita: come si può vivere? Com’è possibile affrontare la quotidianità spesso segnata dallo smarrimento, dal dolore, dalla fatica del vivere? Cosa rimane mentre tutto passa? Quand’anche alcune o tutte le speranze si concretizzano, nessuno è pienamente soddisfatto. Cosa si desidera davvero?

L’uomo intuisce che “può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere” (Spe Salvi, 30).

La speranza, in senso cristiano, è la virtù teologale che conduce al desiderio della felicità eterna dopo la morte terrena (Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1817 e segg.); non è qualcosa ma Qualcuno. È Dio stesso, fondamento di quella speranza che da soli non potremmo mai raggiungere! (Spe Salvi, 31). Essa non è solo informativa, ma anche performativa, in quanto non si traduce soltanto in una comunicazione di saperi, ma in una trasformazione dell’esistenza, che vede sublimati limiti e sofferenze!

Quali sono, di conseguenza, i luoghi di apprendimento della speranza? Senz’altro la preghiera, che parla all’anima guidandola e illuminandola verso la destinazione naturale del sé; l’agire, che è consapevolezza di quanto l’impegno personale aiuti ad aprirsi alla verità; la sofferenza, che è giusto mitigare ma che è anche luogo di esercizio della speranza; la fede nella grazia e nella giustizia finali, che porteranno il viandante ad accogliere, con tutta la sua persona, le realtà ultime della fede cristiana!

Infatti “l’attuale crisi della fede è soprattutto una crisi della speranza cristiana” (Spe Salvi, 17).

Nei nostri tempi contemporanei, il mito del progresso, con l’illusoria padronanza dell’uomo sul mondo, ha confinato sempre più la fede e la speranza nella sfera privata e individuale. Ma se al progresso tecnico non corrisponde una crescita interiore dell’umanità, il rischio è che il progresso stesso diventi una minaccia per l’uomo.

La scienza, la tecnica e la visione riduttiva dell’uomo possono essere una forza distruttiva, se non vengono orientate da ciò che è al di fuori e al di sopra di esse!

L’angoscia e la disperazione della contemporaneità sono conseguenze di una felicità che l’uomo cerca, senza trovarla. È l’annichilimento della ragione che non si apre alla realtà della fede, sconfitta dall’irrazionale ripiegamento dell’uomo su se stesso.

La ragione, “grande dono di Dio all’uomo”, si apra alla fede. Non si può infatti dimenticare che “la vittoria della ragione sull’irrazionale è anche uno scopo della fede cristiana” (Spe Salvi, 22-23).

Oggi sembra essersi realizzato il regno dell’uomo. Un uomo che ritiene, grazie alle sue conoscenze, di poter trovare da solo la felicità.

Ma, come aveva già evidenziato negli anni ’70 Edgar Morin, instancabile viandante dei saperi tra il ventesimo e il ventunesimo secolo, l’elaborazione di conoscenze chiuse, isolate in ciascuna disciplina o specialità, risultano impenetrabili e inaccessibili anche alle discipline affini. Nonostante i progressi di questo approccio alla conoscenza, oggi ne sono sempre più evidenti i limiti.

Questo rischia di mutilare, più che esprimere, le realtà di cui vorrebbe rendere conto, impedisce di cogliere la complessità del reale, intessuto di aspetti diversi, inscindibili, intrecciati, complementari e, a volte, anche apparentemente contraddittori. Solo con procedimenti di pensiero differenti si può accedere alla conoscenza della realtà dell’homo complexus.

Morin, definibile il filosofo della ‘complessità’, ci conduce a comprendere come, per la prima volta, l’uomo può riflettere sulla sua storia globale e sulla sua storia profonda grazie alle scienze, che consentono di ricostruire anche cronologicamente il racconto dell’universo, della terra, della vita, nel quale contestualizzare l’ominizzazione e la storia umana.

Dopo la nascita delle società storiche dell’agricoltura, dei villaggi, delle milizie, delle città, dello Stato, della sovranità, della guerra, della schiavitù, delle grandi religioni, della filosofia, dell’intelligenza, tutte cose assolutamente ambivalenti, oggi ci si aspetta la nascita di una nuova umanità, in cui gruppi e società sappiano “confederarsi pacificamente sulla Terra” (B. Cyrulnik, E. Morin, Dialogue sur la nature humaine, Éditions sur l’Aube 2010).

La meta è ancora incerta per il non credente, certa per il cristiano!  

Centrale diventa, per Morin, il principio dialogico. C’è una dialogica fondamentale che caratterizza l’uomo: l’uomo non è solo sapiens, razionale, ma anche spirituale. Si tratta di capire se si realizzerà l’ultima tappa dell’ominizzazione: il passaggio dall’ominizzazione all’umanizzazione. Per lo studioso, la complessità dell’uomo interpella una speranza che sappia superare le contraddizioni umane, fino ad innalzarsi ad una visione antropo-etica, realmente universalista. Queste le conclusioni di un intellettuale.

Benedetto XVI, nella Enciclica Spe Salvi, ha affermato la necessità di un’autocritica dell’età moderna, in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza, ma anche un’autocritica del cristianesimo moderno, che deve rinnovare la comprensione delle proprie radici. 

In questa doppia ‘autocritica’ della cultura moderna e del cristianesimo, “ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione” (Spe Salvi, 23). 

Riguardo la famosa lettera di Papa Francesco dell’11 settembre 2013, pubblicata sul Quotidiano La Repubblica e rivolta a Eugenio Scalfari, si è scritto moltissimo. Per il Pontefice “è venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro” tra fede e ragione. E, richiamando la Enciclica Lumen Fidei 34, evidenzia come la fede, che non è intransigenza e arroganza ma umiltà e rispetto, ci consente di metterci in cammino alla ricerca della verità “e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”.

Precisando che la verità della fede cristiana è una relazione, il Papa chiarisce anche come non sia una semplice idea, frutto del pensiero dell’uomo. E come non scomparirà mai, qualora anche scomparisse l’universo intero!

di Giuseppina Capozzi

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