La fede senza la verità Non può che essere una bella fiaba

“La verità è una relazione”, ha scritto Papa Francesco al fondatore de ‘La Repubbli­ca’ Eugenio Scalfari l’11 settembre 2013. Non esistendo una verità ‘assoluta’, per­ché “assoluto è ciò che è slegato”, la verità della fede cristiana si identifica con la relazio­ne per antonomasia: “l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo”, il quale è realtà storica.

La relazione è tra due realtà, continua il Papa: Dio, che non è un’idea, ma esperienza reale per chiunque la viva, e l’uomo, che non finirà mai di esistere come l’universo creato con lui. Essendo la verità tutt’uno con l’amo­re, implica una ricerca nell’umiltà, apertura e accoglienza.

Ricerca della verità che è la questione cen­trale per la scienza, la filosofia e la teologia. In questi tre grandi ambiti del sapere umano la ricerca della verità parte dall’asserzione che sia possibile conoscere la realtà con le no­stre idee, come afferma Vittorio Possenti (La questione della verità, Armando Ed., 2003). Ciascuna branca della conoscenza, però, po­trà fornire solo una parziale cognizione della realtà delle cose.

La stessa Enciclica Fides et Ratio (n. 1), pur sostenendo l’unità della verità, dice che “due sono le ali con cui lo spirito umano si eleva alla contemplazione della verità”: la fede e la ra­gione. La verità, allora, “non si impone che in forza della stessa verità” (Dignitatis Humanae, 1). Ma riflettiamo su cosa si intenda per ve­rità. E possiamo rifletterci solo utilizzando le connotazioni tipicamente umane che coinvol­gono tutta la persona: l’intelligenza, la libertà, la consapevolezza, la volontà. Nulla, infatti, sollecita maggiormente le facoltà dell’uomo come la ricerca della verità e del bene. E la conoscenza della verità è l’unica che illumini sul significato della propria esistenza. Perché a questo anela ognuno di noi; questo è il fine di ogni atto o evento della nostra vita (gioio­so o doloroso), che in definitiva conduce alla vera felicità.

Termine ricorrente sul quale si basa l’orien­tamento di tutta l’umanità, ‘vero’ è, per defi­nizione ciò “che possiede in misura totale e in modo incontestabile le caratteristiche proprie del suo essere, della sua natura” (Lo Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana). La verità si può cogliere in una economia di disvelamento che deriva dal confronto costante con gli av­venimenti del mondo, grazie al contributo di tutta la scienza e la tecnica. Nessuna branca di studio, tuttavia, per quanto scientifica sia, può ignorare che lo scollamento dalla natura ontolo­gica dell’essere umano conduce al fallimento di senso della ricerca.

E la natura dell’uomo supera la compo­nente visibile, includendo la realtà dell’inte­ra persona. Quando l’uomo diventa schiavo delle cose, dei sistemi economici e dei sistemi produttivi, si crea una civiltà materialistica che “subordina l’uomo alle sue esigenze parziali, lo soffoca e disgrega la società” (Redemptor Ho­minis, 16).

Cercare disinteressatamente la verità vuol dire servire “la dignità dell’uomo e la causa della Chiesa”, la quale ha “l’intima convinzio­ne che la verità è la sua vera alleata, e che la conoscenza e la ragione sono fedeli ministre della fede” (Card. Newman, Ex Corde Eccle­siae, 4). Il rischio di un mondo delle cose è che l’uomo sia sottomesso ad esso, “ed egli stesso divenga oggetto di multiforme manipolazio­ne, mediante tutta l’organizzazione della vita comunitaria” (Redemptor Hominis, 16).

La verità del primato dell’uomo, vero fonda­mento dell’umanesimo, ristabilisce la priorità dell’etica sulla tecnica, il primato delle persone sulle cose, la superiorità dello spirito sulla ma­teria (Sollicitudo Rei Socialis, 27-34).

Pensiamo alla nostra nascita, partendo da un elemento ovvio: nessuno di noi si è dato la vita da solo. Ciascuno di noi, allora, pensa ai suoi genitori, che lo hanno generato. Indubbia­mente dobbiamo la vita a loro; ma questo, pur essendo vero, non include tutta la verità. Il de­siderio dei nostri genitori di avere un bambino non poteva prevedere quale bambino avrebbe­ro generato. Lo hanno percepito solo quando lo hanno visto la prima volta. A chi è dovuta questa unicità? Questa irripetibilità? Se si pen­sa al caso, vuol dire che non vi è alcuna spie­gazione alla mia nascita; la quale risulterebbe una casuale combinazione di elementi fisici e biologici. La conseguenza immediata di que­sta concezione sarebbe che l’uomo non ha una sua dignità precisa nella società. Diventa una combinazione genetica come tutte le altre. Qui si innesterebbe la teoria dell’evoluzionismo, per la quale si presuppone qualcosa che può essere soggetto di sviluppo, ma che non dice nulla sulla provenienza di questo ‘qualcosa’. “La verità della creazione”, afferma il Card. Carlo Caffarra (21 ottobre 2011), “risponde precisamente all’esigenza della ragione di tro­vare risposta alla seguente domanda: perché esiste qualcosa o non piuttosto il niente? Come ha avuto origine? La professione della fede si pone a questo livello, dove le scienze non pos­sono dirci nulla”.

Ecco che “il senso della nostra vita”, asse­risce Caffarra, “noi non dobbiamo inventarlo: dobbiamo scoprirlo. Si capisce la grandezza e la bellezza della nostra libertà. Essa è chiamata a realizzare nella nostra vita un’opera, un pro­getto divino”.

Per il Cardinale Newman, “io sono stato creato per fare qualcosa o per essere qualcosa per la quale non è stato creato nessun altro; oc­cupo un posto nei piani di Dio, nel mondo di Dio, un posto che non occupa nessun altro … Dio mi conosce e mi chiama per nome” (Medi­tazioni e preghiere, Jaca Book, 2002).

La verità della vita non è una semplice te­oria scientifica. Essa presuppone l’impegno della ragione ad abbracciare tutta la realtà esi­stente, e non solo una parte di essa. A chiedersi qual è l’origine non solo di qualche fenomeno, ma della realtà intera.

Una realtà, quella dell’universo, in cui vi è una gerarchia di esseri viventi che va dalle cre­ature più umili alla persona umana. Quest’ul­tima, in quanto dotata di intelligenza e libertà, è il vertice della creazione ed è capace di com­prendere la verità delle cose.

Per San Tommaso d’Aquino: “omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est”. È quin­di l’azione dello Spirito Santo che avvicinerà i cuori alla verità. La fede è dono di Dio, ma è anche atto profondamente libero e umano

Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo dice con chiarezza: “È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all’intelligenza dell’uomo” (n. 154). La fede, senza la verità, resta una bella fiaba. Si riduce ad una proiezione dei nostri de­sideri di felicità, un’illusione (Lumen Fidei, 24).

Allora, se l’uomo nega la sua naturale ca­pacità della verità, se dubita della sua facoltà di conoscere realmente, rischia di perdere l’au­tentica felicità per la sua intelligenza ed il suo cuore!

di Giuseppina Capozzi

 

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