La famiglia Luogo privilegiato della relazione Autentica scuola di solidarietà

“La perdita dei legami che ci uniscono, tipica della nostra cultura frammentata e divisa, fa sì che cresca questo senso di orfanezza e perciò di grande vuoto e solitudine”: così si è espresso Papa Francesco (Città del Vaticano, 1 Gennaio 2017).

Il paradosso della vita contemporanea è rappresentato da un mondo globalizzato nel quale condizioni di vita anche agiate fanno da contraltare al vuoto della famiglia naturale e del senso della esistenza. La schiavitù dell’individualismo, del piacere e del denaro sviluppano egoismo, malinconia e profonda solitudine.

La solitudine crea una condizione di mancanza, di malessere. Pensiamo al periodo della primissima infanzia: quando la madre depone il bambino, che tiene in braccio, nella culla per qualsiasi necessità, il figlio sperimenta la perdita dell’abbraccio materno, sentendosi solo. 

Ma “l’uomo non costruisce da se stesso la sua esistenza” dice Ratzinger. “L’uomo non fonda se stesso, può vivere solo al plurale in relazione alle cose e agli uomini” (Ratzinger J., Il fondamento sacramentale dell’esistenza cristiana, II edizione, trad. dal tedesco, Brescia, Queriniana 2005, p. 23). L’originario legame madre-figlio funziona come una prima cellula destinata a crescere e ad evolvere fino a includere via via il padre, i fratelli, le sorelle, i nonni, per andare a creare un tessuto di relazione e sociale.

È nella natura dell’uomo cercare l’altro nella comunicazione relazionale.

Di fronte all’esperienza della solitudine, l’uomo può avere reazioni di depressione, di fuga, di aggressività, ma anche di ricerca, speranza e forza conquistate nel riconoscimento della propria identità.

Nella lingua inglese esistono parole diverse per esprimere due aspetti: loneliness, il sentirsi soli, e solitude, lo stare soli in modo positivo.

Oltre alla solitudine in cui l’uomo si sente abbandonato ad un’esistenza priva di riferimenti vitali, esiste anche quella che favorisce momenti di riflessione, di elaborazione personale. Il Concilio Vaticano II raccomanda che nella santa liturgia si osservi il “sacro silenzio” davanti a Dio (Sacrosanctum Concilium, 30): occorrono tempi di silenzio interiore (Cfr. San Josemaría Escrivá, Cammino, 447, 645, 672).

In un tempo in cui sembra che dobbiamo riempire tutta la nostra giornata di iniziative, di attività, di rumore, è bene fare silenzio fuori e dentro di noi per poter ascoltare la voce di Dio e quella del prossimo. Il Vangelo richiede, come ricorda papa Francesco, “un perenne esercizio di empatia, di ascolto della sofferenza e della speranza dell’altro” (Messaggio per la celebrazione della XLVII Giornata Mondiale della Pace, 2014).

Nel silenzio l’uomo impara a conoscere se stesso; il silenzio, allora, diventa soglia del mistero liberante, in quanto fa scoprire la verità più autentica dell’io interiore.

Si può affermare che l’uomo di oggi, teso nel ricercare all’esterno i significati delle cose, non si rende conto che s’allontana sempre più dalla sua fonte originaria più intima, la cui natura è nella relazione. E il luogo privilegiato della relazione umana è la famiglia!

Nel mondo antico la famiglia era l’elemento aggregante e di riferimento primario. Il suo ruolo è sempre stato di aiuto all’uomo nella sua crescita valoriale. La sicurezza, il rispetto, la solidarietà, la condivisione, l’accettazione dell’altro nell’amore e nel dono di sé sono l’alternativa alla confusione, all’incertezza dominante, alla solitudine. Attualmente le giovani famiglie non riescono più a superare da sole le difficoltà e si rivolgono ai parenti diretti o agli amici. Si ricostituisce così una rete di rapporti, in parte per necessità, in parte sulla base di modelli tradizionali preesistenti.

La crisi della famiglia, a partire del XX secolo, traduce l’incertezza, la fragilità, le problematiche esistenziali sia a livello individuale che comunitario. Secondo Francesco D’Agostino (D’Agostino F., Per una antropologia della famiglia, in “Nuova Secondaria”, XXV anno, 2008, n. 5, pp. 30 – 33), il carattere naturale della famiglia ne fa il luogo privilegiato per l’apprendimento del vincolo universale di familiarità fra tutti gli esseri umani; egli ritiene che sia la dimensione strettamente istituzionale che quella individualistica, considerate separatamente, snaturino e riducano la struttura antropologica della famiglia. Questa si può recuperare solo con riferimento a valori più alti.

I modelli offerti nell’epoca moderna ci hanno consegnato una realtà fatta di verità parziali, incapaci di fornire risposte certe e durature. La quantità di nuovi modelli familiari va a scapito della qualità: mobilità delle pulsioni e principio del piacere ne sono i fondamenti. La costante del pensiero odierno è nella modalità dello svincolamento da princìpi etici.

Il concetto di famiglia, oggi in uso, accentua il primato del piacere temporaneo ed immediato, a scapito di una responsabilità che superi la soddisfazione fine a se stessa per realizzare l’obiettivo della libertà autentica ‘per me’.

La moderna pedagogia della famiglia deve individuare gli elementi costitutivi di una nuova stabilità, dove, per nuova, si intenda passato e presente nella prospettiva di un umanesimo integrale.

Benedetto XVI richiama la prospettiva di fondo della legge naturale (Messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale della Pace, 1 gennaio 2007).

Questo richiamo dimostra quanto questa idea sia più che mai attuale; l’evoluzione storica di questo concetto ha visto sviluppare dottrine diverse riguardo sia il contenuto che le origini. Due aspetti rimangono, però, invariati: la indiscutibile esistenza di leggi universali e immutabili, e il dibattito tra quali siano queste leggi e quali quelle soggette alla mutazione dei tempi e dei contesti. Il Papa pone l’attenzione sull’“indifferenza per ciò che costituisce la vera natura dell’uomo”: una visione debole della specifica natura umana lascia spazio ad imposizioni ideologiche autoritarie. È nella coscienza che troviamo le regole delle relazioni interpersonali secondo giustizia e solidarietà.

La famiglia, nel suo essere esperienza di reciprocità e di comunione interpersonale, pone dentro la società quel modo di essere co-umanità che è il solo adeguato alla dignità della persona umana (Cfr. Caffarra C., Perché la Chiesa parla di bioetica? Senso e competenze del Magistero, Relazione al convegno La medicina resta fedele all’uomo? Istituto Veritatis Splendor, 11 febbraio 2006).

L’etica contemporanea si gioca sul terreno della valorizzazione di stili di vita relazionali, ispirati a criteri di solidarietà e piena reciprocità, fondati sui diritti non dell’individuo, ma sui diritti relazionali della persona umana. La cultura della libertà assoluta, creatrice di ogni felicità, porta l’uomo a negare ogni trascendenza nell’ottica soggettiva di utilizzare tutti gli strumenti possibili per la rimozione personale del dolore, dell’impegno, della fatica, della rinuncia, del disagio. L’uomo ritiene di bastare a se stesso quando elimina la verità oggettiva e il diritto naturale, inteso già dall’antichità come quel complesso di conoscenze e valori universali substrato del genere umano.

L’evoluzione storica della famiglia può condurre ad una riflessione: nella misura in cui l’uomo procede nella storia, sempre più arricchita di elementi materiali e culturali, vede la necessità di ancorarsi ad elementi certi, alla verità autentica e profonda del suo essere in relazione.

di Giuseppina Capozzi

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