PROCESSI DI CRESCITA. LIBERTÀ E COSCIENZA MORALE

La società contemporanea sembra caratterizzata da quella che viene definita la cultura della morte. Nella nostra epoca, in particolare i giovani, nel pieno di un’apparente energia, avvertono un senso di solitudine e smarrimento, e sono soprattutto i mezzi di comunicazione quelli che diffondono la cultura del bisogno e della soddisfazione immediati: ogni momento sembra che sia l’ultimo, l’unica vita esistente sembra quella presente, l’assenza di progettualità per il futuro rende obsoleto e ridicolo l’impegno di prospettiva.

Oggi i nuovi poveri possiamo incontrarli tra i giovani che hanno smarrito il senso autentico della vita e sono privi di qualsiasi slancio vitale; giovani cui non vengono proposti valori duraturi che diano una corretta visione dell’esistenza (Cfr. Gaudium et Spes, 4).

“Si tratta, allora, di comunicare l’apprezzamento per il valore positivo della vita, suscitando in loro il desiderio di spenderla al servizio del bene” (Messaggio per la XLV Giornata Mondiale della Pace, 2012).

Viviamo una società complessa, caratterizzata da una crescita a dismisura della libertà.

Troppe situazioni inedite e spesso impensate stanno coinvolgendo le nuove generazioni, che sono poste davanti a innumerevoli possibilità di scelta. Questo determina la difficoltà di discernere e valutare in modo appropriato.

La deformazione del concetto di libertà, inoltre, porta a credere che la misura della libertà sia proporzionata all’ampiezza del ventaglio di scelte possibili.

Ogni scelta fatta sembra restringere ineluttabilmente il ventaglio delle possibilità. Le scelte definitive vengono rinviate il più possibile, poiché ogni scelta viene vista come una perdita di libertà. Il risultato è che non si osa più decidere, rinunciando a vivere e lasciando che sia la vita a scegliere per noi.

In realtà la crescita della libertà presuppone la giusta crescita della coscienza morale.

Sino a non molti anni fa, le convinzioni morali non avevano bisogno di essere argomentate, erano condivise da tutti e apparivano automaticamente convincenti. Oggi l’argomento ‘morale’ sembra diventato estraneo alla lingua del pensiero contemporaneo: esso parla molto di identità, ma non di coscienza del bene. E l’unico modo per pervenire ad un’identità adulta è appunto quello di avere una coscienza morale matura!

Non si diventa adulti se non mediante una decisione a proposito di sé. Se non a condizione, dunque, di emanciparsi dalla necessità di provare per volere, di cercarsi sempre e continuamente attraverso le forme del proprio agire.

Ora, per uscire da questa sospensione è indispensabile conoscere una causa degna, per la quale valga la pena vivere. Arriviamo, così, alla figura della coscienza morale matura: la figura di una coscienza che conosce ciò che è incondizionatamente buono e merita il personale impegno.

In questo senso diciamo che sussiste un legame stretto tra la crescita della libertà e la maturazione della coscienza morale. Libero davvero è colui che è in grado di volere; libero davvero è chi trova, per propria volontà, un significato che gli consenta la decisione, la dedizione incondizionata, addirittura la promessa, l’impegno per sempre.

Non può, invece, volere davvero colui che, come fa un adolescente, cerca e prova da capo in tutto quello che fa.

Ecco che la formazione ad una crescita adeguata del sé diventa l’obiettivo primario di ogni adulto nei confronti del giovane.

L’adulto è oggettivamente responsabile nei confronti dei giovani (Convegno nazionale di pastorale universitaria, 16-17 marzo 2017). Nel caso del figlio, deve più precisamente rispondere della promessa che gli ha fatto nel momento del concepimento. Responsabilità che è di tutta la generazione adulta. L’adulto è per il minore un testimone, un testimone del senso della vita, della promessa che illumina, della legge che la governa.

Pensiamo agli insegnanti. Essi misurano il carattere arduo della formazione attraverso il difetto di interesse dei minori per il sapere da essi proposto.

Diceva Heidegger che il significato della scienza non è argomento di competenza della scienza stessa. La scienza sospende ogni interrogativo sul suo significato. Occorrerebbe che la scuola fosse in grado di mostrare come la scienza concorre a configurare gli stili di vita dell’uomo di oggi (Cfr. Congregazione per l’Educazione cattolica, Educare oggi e domani. Una passione che si rinnova, Instrumentum laboris 2014).

L’insegnamento scolastico delle scienze, per diventare momento educativo-formativo, dovrebbe dire del significato della scienza stessa e anche del suo difetto di significato: significato relativo al bene, non solo all’utile!

Non a caso la Conferenza Episcopale Italiana, nel momento in cui ha progettato dieci anni di riflessione sul tema ‘educazione’, usa espressioni come ‘sfida educativa’ ed ‘emergenza educativa’ (Cfr. Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell'Episcopato italiano per il primo decennio del 2000, Maggio 2001).

Perché di questo si tratta: dell’educazione. Tema oggi tendenzialmente rimosso a livello del pensiero: finisce la pedagogia a vantaggio delle scienze dell’educazione. Questi nuovi modelli di pensiero si occupano di processi di crescita del minore, di volta in volta qualificati come processi di identificazione psicologica (psicologia dell’età evolutiva) oppure come processi di socializzazione (sociologia): di apprendimento, dunque, dei saperi e delle abilità indispensabili al rapporto sociale.

Psicologi ed esperti si occupano appunto di processi e magari anche di difficoltà di quei processi. Non si occupano, però, dell’educazione intesa come compito morale. Dunque come responsabilità che l’adulto ha nei confronti del minore, nella sua crescita etica e umana.

L’essere umano, a differenza di quello animale, non ha capacità di emanciparsi senza apprendimento. 

L’essere umano, poiché è dotato di ragione e volontà, elabora per potersi sviluppare. Non è sufficiente una semplice trasmissione di strumenti tecnici, ma ha necessità di dare un senso alla propria vita, di elaborare il significato delle sue azioni, di dare una direzione al proprio pensare e operare; di scoprire, cioè, la personale identità. Essendo ogni essere umano dotato di una complessa identità, per formarsi nella giusta direzione ha necessità di normative di base. E qui si innesta la morale. Questa è, per definizione, conformità al bene. Il modello per eccellenza è quello della morale cristiana che non è confessionale, cioè vincolante solo per i credenti; ma una morale per tutti, in quanto basata sulla legge naturale, caposaldo della tradizione cattolica.

La legge morale, sulla quale ci ha instradato il cristianesimo, è connotata dall’esercizio delle virtù nella piena libertà (Cfr. Gravissimum Educationis, 2).

Allora, per rendere il giovane veramente libero, è necessario fortificarlo nella lotta contro le debolezze e contro l’inclinazione al male, mettendolo in condizione di dominare se stesso.

Proporre, poi, retti comportamenti e virtù come la abnegazione, la laboriosità, la lealtà e la sincerità, presentandole in modo attraente, incoraggia i giovani ad ambire a mete nobili; li rende avvezzi a cavarsela con libertà e responsabilità nella relazione con gli altri (Papa Francesco, Vaticano, Omelia 9 febbraio 2017). Abituati ad affrontare le difficoltà, senza che alcuno si sostituisca a loro, i ragazzi diventano capaci di scegliere e decidere per il loro bene. Solo così potranno liberarsi dalle dipendenze come il consumismo, la droga, il sesso, l’alcol e le ideologie di moda.

 

di Giuseppina Capozzi

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