DAVVERO FELICE CHI SCAVA IN PROFONDITÀ

“È nella ricerca del suo fine ultimo che l’uomo trova il senso della vita e, quindi, la ragione della felicità. E il fine ultimo è nella vita eterna che si scopre alla luce di Dio” (Cfr. Veritatis Splendor, 72).

Ma, che cosa si intende per felicità? La felicità è, per molti versi, inafferrabile, persino indicibile. Ciononostante molti studiosi hanno tentato di definirla.

Se per Platone la parte razionale dell’anima deve guidare le altre due componenti, quella concupiscibile e quella irascibile, in modo che l’anima tenda verso i valori spirituali più alti e possa raggiungere la felicità, per Aristotele la felicità sarà nel vivere secondo ragione: l’uomo non sceglie di essere felice o infelice, ma soltanto i mezzi per raggiungere questo fine. In questa scelta, quindi, l’uomo è libero. Per Epicuro, invece, per possedere la felicità, l’uomo deve liberarsi dalle paure “per affrontare con coraggio l’avvenire”.

Per Moravia, addirittura, la felicità non esisterebbe (Cfr. S. Moravia, L’enigma dell’esistenza, Feltrinelli, Milano 1996): non sarebbe un oggetto o un fatto reale, da poter indicare, vedere, toccare. E non sarebbe neppure uno ‘stato’; tuttalpiù si tratterebbe di una figura simbolica, culturale. Questo, secondo Moravia, sarebbe confermato dal fatto che, quando ci troviamo davanti alla domanda ‘sei felice?’ tendiamo a rispondere non spontaneamente, ma utilizzando schemi e categorie largamente precostituiti.

Il sociologo Z. Bauman (Cfr. La società sotto assedio, Laterza, Roma-Bari 2003) propone quattro definizioni di felicità. Esiste innanzitutto un significato ‘oggettivo’ del termine: si tratta di quello riferito ad un’altra persona, quando riconosciamo per lei situazioni o stati positivi che associamo alla felicità. Il secondo senso è quello soggettivo, relativo al vissuto personale di emozioni, sensazioni, stati mentali. La terza definizione o concetto è relativa alle visioni storiche della felicità, in particolare dei greci e dei romani, secondo i quali è felice colui che non è indigente e non cade negli eccessi, trovando in questo la sua misura. La beatitudo dei romani e l’eudemonia dei greci ben rappresentano quest’idea.

‘Felicità’ traduce la parola greca eudaimonia (gr. εὐδαιμονία), una delle parole centrali della filosofia greca antica e poi di quella cui attinsero i Padri e Dottori cristiani.

L’ultima definizione, quella più moderna, considera che una esistenza felice sia nella totalità del vissuto: questo dà la misura della felicità, o infelicità, nella persona in un “ponderato raffronto tra gioie e dolori, entrambi indispensabili per una vita ben temperata” (La società sotto assedio, op. cit., pg. 127).

Possiamo affermare che nel pensiero della felicità vi è la convinzione che la realtà non sia solo quella che ci appare, per lo meno non sia l’unica possibile. Alla luce di quest’idea possiamo considerare che sia proprio la tensione verso la felicità a renderci tollerabili l’esistenza del limite, del dolore, della violenza e dei tanti mali che possono affliggere l’esistenza.

L’idea di felicità consiste, allora, in una visione di attese, progetti e speranze verso un compimento ancora da venire; intende esprimere e significare la continua proiezione verso il futuro dell’idea stessa di umanità (da compiere, da anticipare o da superare). Infatti l’uomo, al di là della diversità, cerca sempre la pienezza del suo essere, una vocazione naturale a permanere nella propria condizione di dignità e libertà.

Una prima conseguenza che deriva da quest’idea è che la condizione di felicità sia una cosa che fa bene; quindi, in questo senso, è una cosa buona. Un’altra conseguenza è l’intuizione che il male sia una deficienza d’essere, una infelicità dell’essere umano. Da questo ne deriva che chi è felice è buono, in quanto la felicità è l’origine stessa dell’agire bene (Cfr. De Monticelli R., Che cos’è la felicità, in Reset, 2001).

Al contrario, l’opposto della felicità non è la tristezza, la sofferenza, il dolore o l’angoscia. Per De Monticelli il contrario è l’apatia, l’indifferenza, l’analgesia, l’aridità. L’infelicità è il non essere affettivo, il vuoto degli affetti e del senso personale in cui ci si sente vivi.

    Ora, la odierna mentalità edonista promette la felicità, senza riuscire a spiegare cosa sia; incita alla negazione della fatica e dell’impegno, appiattendo le potenzialità individuali. Conduce semplicemente alla banalità dell’agire umano, al quale non viene consentito di esprimere le differenze in un’ottica di valori assoluti. Soltanto il superamento di sé, invece, consente all’uomo di sviluppare le sue piene facoltà, elevando la soglia del valore umano della persona.

È felice, di conseguenza, chi riesce a realizzare la propria umanità, non da solo, ma con gli altri.

Secondo Pasquale Ionata (Cfr. Nati per amare, Città Nuova, Roma 2006) se proviamo a ricordare quali sono stati nella vita i momenti di vera felicità, ci accorgiamo che sono stati quelli in cui abbiamo ‘dimenticato’ noi stessi per gli altri. 

Superando l’ottica pragmatica di studi filosofici e psicologici, troviamo che, per A. Damasio (Cfr. Emozione e coscienza, Adelphi, Milano 2000; Alla ricerca di Spinoza, Adelphi 2003; Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente, Adelphi 2012), la dimensione spirituale della vita psichica si può assimilare ad un’intensa esperienza di armonia, alla sensazione di una perfezione che si sviluppa nel desiderio di agire gentilmente e generosamente con gli altri.

Il tutto riconduce ad un’azione morale che affonda nelle sue radici religiose: riconoscimento di Dio come unica fonte di bontà e di felicità perfetta. “La risposta agli oscuri enigmi della condizione umana che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo” trovano in Dio “la sorgente della felicità” (Veritatis Splendor, 9, 30).

La complessità del vissuto storico contemporaneo riduce le prospettive e le azioni individuali entro ambiti ristretti e a breve termine, influenzati da un insieme di processi e di dinamiche che si manifestano per il semplice motivo che siamo animali sociali.

Oggi le persone si trovano a fronteggiare un mondo in cui prevalgono la quantità, la varietà e mobilità dei riferimenti culturali, come delle occasioni e situazioni di vita. La ‘cultura’ è oggi intesa come l’insieme di tradizioni e visioni del mondo che non possono essere condivise e replicate. Attualmente si parla, infatti, di ‘deculturalizzazione’.  

“Quanto è facile accontentarsi dei piaceri superficiali; (...) vivere solo per se stessi, apparentemente godendosi la vita! Ma prima o poi ci si rende conto che non si tratta di vera felicità, perché questa sta molto più in profondità: la troviamo soltanto in Gesù” (Benedetto XVI, 28 Novembre 2005, Messaggio del Santo Padre ai giovani d’Olanda).

Per Papa Francesco (Svezia, Malmo Santa Messa, Omelia 1 novembre 2016) “i santi hanno scoperto il segreto della felicità autentica, che dimora in fondo all’anima ed ha la sua sorgente nell’amore di Dio. Perciò i santi sono chiamati beati”.

La cultura della libertà assoluta, creatrice di ogni felicità, porta l’uomo a negare ogni trascendenza nell’ottica soggettiva del piacere immediato. L’uomo ritiene di bastare a se stesso quando elimina la verità oggettiva e il diritto naturale, inteso già dall’antichità come quel complesso di conoscenze e valori universali substrato del genere umano.

Ma “il desiderio di felicità è di origine divina; Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1718).

di Giuseppina Capozzi

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