“IL BUON VOLERE DI DIO PER L’UOMO NON CONOSCE LIMITI”

Un’antica consuetudine prevede per la festa di Natale tre Messe, dette rispettivamente della notte, dell’aurora e del giorno.

In ognuna, attraverso le letture che variano, viene presentato un aspetto diverso del mistero.

Il vangelo della Messa della notte si concentra sull’evento, sul fatto storico. Questo, con semplicità di poche righe e parole umili descrive l’avvenimento, in assoluto, più importante nella storia del mondo: la venuta di Dio sulla terra.

Il compito di mettere in luce il significato e la portata di questo avvenimento è affidato, dall’evangelista, al canto che gli angeli intonano, dopo aver dato l’annuncio ai pastori: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama.

In passato quest’ultima espressione veniva tradotta diversamente, e cioè ‘Pace in terra agli uomini di buona volontà’. Con questo significato l’espressione è entrata nel canto del Gloria ed è diventata corrente nel linguaggio cristiano (Cfr. Gloria a Dio e pace agli uomini - Natale del Signore. Messa della notte, Padre Raniero Cantalamessa, www.cantalamessa.org).

Subito dopo il Concilio Vaticano II si sono indicati con questa espressione tutti gli uomini onesti, che ricercano il vero e il bene comune, siano essi credenti o non credenti. Ma è una interpretazione considerata oggi inesatta.

La più recente traduzione della C.E.I. riporta ‘agli uomini che egli ama’, e questa traduzione è usata anche nella liturgia della Messa, nelle occasioni in cui la lettura del Vangelo prevede questo brano di Luca.

Ma la discussioni sull’esatta interpretazione di questo tratto sono numerosissime.

Le parole ‘agli uomini di buona volontà’ seguono la traduzione latina corrente (la cosiddetta Vulgata), ma le più recenti traduzioni sia cattoliche che protestanti, condotte direttamente sul testo greco originale, rendono diversamente.

Il bonae voluntatis delle versione latina è la traduzione letterale della parola greca eudokía, formata da eu ’bene’ e da dokía. Si tratta di una parola estranea al greco classico, che appare a partire dalla versione greca dell’Antico Testamento e viene creata per tradurre una parola ebraica che indica in genere la benevolenza divina nei confronti degli uomini.

La versione latina, con due parole per l’unica parola greca, è pressoché obbligata, ma in italiano potrebbe tradursi semplicemente ‘benevolenza’.

C’è, però, un’ambiguità che è presente già nel testo originale: se si tratta della benevolenza di Dio verso gli uomini o della benevolenza umana nei confronti di Dio. Nel Nuovo Testamento la parola viene impiegata prevalentemente per indicare il benvolere di Dio (nella lettera di Paolo agli Efesini1,5 si dice che Dio ci ha resi figli adottivi secondo il beneplacito ‘eudokía’ del suo volere); in altri passaggi il termine pare da intendersi nel senso di ‘buona disposizione dell’uomo’ (Romani 10,1: “il desiderio ‘eudokía’ del mio cuore e la mia preghiera a Dio”).

Più che gli aspetti semantici, però, sarebbe da prendere in considerazione anche la costruzione dell’espressione di Luca. Ai due estremi della frase, che rappresentano i due passaggi più determinanti, ci sono due parole collegate fra di loro: la Gloria riservata alla Maestà di Dio che risiede nell’alto dei cielo si riflette sulla terra nel benessere (‘pace’ nel senso biblico, benessere spirituale e materiale) che raggiunge gli uomini toccati dalla Sua grazia (Cfr. La Gloria di Dio e la buona volontà degli uomini, 25 Settembre 2017, Moreno Morani www.ilsussidiario.it).

Come afferma Padre Raniero Cantalamessa, se la pace fosse accordata agli uomini per la loro buona volontà, allora sarebbe limitata a pochi, a quelli che la meritano; ma sic¬come è accordata per la buona volontà di Dio, per Grazia, essa è offerta a tutti.

Anziché riferirsi ad un impegno moralistico che nasce dall’interiorità dell’uomo, il testo biblico sembra fare appello a un messaggio universale di salvezza che viene annunciato attraverso gli uomini che Dio sceglie come tramite: la buona volontà è dunque il traboccare della gloria che scaturisce dall’altissimo dei cieli e si riversa sul creato. “Egli sceglie, attraverso una elezione: Dio non è legato a nulla e proprio nel fenomeno di questa preferenza elettiva si manifesta” (L. Giussani, Perché la Chiesa, Milano 2003, pp. 106 ss.).

Nella seconda metà del secolo, l’Enciclica Pacem in Terris si rivolgeva a tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non credenti, per superare i muri della divisione e della guerra. Per Don Tonino Bello, che con questa enciclica ha vissuto in grande empatia, camminare accanto a tutti gli uomini di buona volontà significa vivere il Vangelo senza confini, come compagni dell’uomo e nella testimonianza di comunione di vita nello Spirito (Cfr. G. Piccinni, L’empatia del vescovo di Molfetta con l’enciclica Pacem in terris. La pace di don Tonino Bello e di ogni uomo di buona volontà, 2 Ottobre 2013, www.avvenire.it).

Nell’ethos cristiano non sarebbe ammissibile un operare esclusivo di Dio, che escludesse la risposta libera dell’uomo. Dio si presenta in una mangiatoia, bambino povero e in fasce: Lui si rapporta ad ogni uomo non come tiranno, ma come libero appello all’amore.

A fronte di un abbandono solo fideistico, di sola fede professata e celebrata, oggi abbiamo una cultura secolarizzata in cui Dio rimane escluso da tutti gli ambiti.

L’uomo, considerato un semplice prodotto della natura e quindi schiavo della natura stessa, viene trattato come ogni altro animale escludendo ogni principio morale che sembrerebbe togliergli la libertà! Niente sarebbe in se stesso bene o male. Tutto dipenderebbe dalle circostanze, dal fine e dagli scopi. Il bene o il male perdono i loro confini e la morale viene sostituita da un calcolo delle conseguenze, con ciò cessando di esistere! Nel 1993 Giovanni Paolo II vi ha risposto profeticamente con la Veritatis Splendor, fornendo criteri di vera umanità.

Sarebbe però sbagliata anche una interpretazione secondo cui l’uomo, con la sua sola buona volontà, potrebbe redimere se stesso.

La venuta del Figlio di Dio ci aiuta a distinguere il bene dal male nella nostra vita secolare. Pur arrivando, noi, con difficoltà a perseguire sempre il bene, è Lui che ci viene incontro continuamente. Sino all’ultimo momento di vita, come singolo e come storia dell’umanità, ci apre alla consapevolezza, al pentimento, alla possibilità di ricominciare. Da soli non possiamo farcela, rischiamo di fallire continuamente. Solo il Suo perdono e la riconciliazione con la Sua venuta ci riconducono sul cammino di costruzione di pace con gli altri uomini e la Terra intera (Cfr. Oloisi Don Gino, Uomini di buona volontà, a cura di Mangiarotti Don Gabriele, 28 dicembre 2010, www.culturacattolica.it).

Ed ecco allora il messaggio del Natale: “il buon volere di Dio verso gli uomini non conosce limiti. Con la nascita di Gesù, Dio ha manifestato il suo buon volere verso tutti” (Benedetto XVI, Udienza Generale, Aula Paolo VI, 27 dicembre 2006).

Il canto degli angeli, quindi, può diventare una preghiera da ripetere spesso, non soltanto in questo tempo natalizio: è un inno e una invocazione di pace sulla terra, da costruire ogni giorno con il concreto impegno della nostra vita. Questo è il compito che il Natale ci affida!

di Giuseppina Capozzi

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