IL COMPITO DI OGNI LAVORATORE MIGLIORARE SE STESSI E IL MONDO

Paolo VI insegnava che ogni lavoratore è un creatore (Cfr. Populorum Progressio, 27): il lavoro è atto della persona e permette a ogni uomo di esprimere se stesso, il proprio talento, le proprie capacità, cioè di realizzare il suo pieno sviluppo umano.

E poiché è solo guardando al trascendente che l’uomo realizza pienamente se stesso nel lavoro, il traguardo dello sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini è davanti a noi e sopra di noi: “Non vi è umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto” (Caritas in Veritate, 16).

Il lavoro è espressione della propria creatività a immagine di Dio Creatore, e del figlio, Gesù Cristo, che ha dedicato la maggior parte della sua vita a lavorare.

Ma perché lavoriamo? Solo per sopravvivere?

“La gente ha una visione piatta, attaccata alla terra, a due dimensioni. Quando vivrai la vita soprannaturale otterrai da Dio la terza dimensione: l’altezza e, con essa, il rilievo, il peso e il volume” (Josemaría Escrivá, Cammino 279). Il cristiano che lavora aspira a una prospettiva più alta, rispetto a quella materiale. Non si sente mai uno schiavo o un salariato, bensì un figlio di Dio e vede nel lavoro una vocazione e una missione divina che si deve compiere per amore e con amore!

Ogni giorno milioni di persone si recano al lavoro, a volte di malavoglia, quasi obbligati a svolgere un’attività faticosa e priva d’interesse. Altri trovano solo nella retribuzione la motivazione del proprio lavoro. Anche quando si lavori solo per necessità di sopravvivenza, ci si può proiettare verso la necessità ultima: la fede in Dio! È questa che illumina il cammino, rivelando la purezza del lavoro frutto dei talenti a noi affidati.

Altri sembrano incarnare l’animal laborans di Hannah Arendt, ovvero il lavoratore senza altra prospettiva che il lavoro in se stesso. Al di sopra di tutti, troviamo la figura dell’homo faber, che svolge il suo lavoro con una visione più ampia, col desiderio di portare avanti un progetto, certe volte alla ricerca di un’affermazione personale, ma molte altre volte con la nobile aspirazione di servire gli altri e di contribuire al progresso della società (Cfr. J. López Díaz, Lavorare bene, lavorare per amore, www.opusdei.it).

Esaminandoci sinceramente, scopriremo con chiarezza dove riporre il cuore compiendo le nostre attività professionali.

Il cristianesimo consente di comprendere il vero significato del lavoro: lo ha affermato Benedetto XVI nel suo discorso del 2008 al Collège des Bernardins a Parigi, chiarendo che l’uomo è chiamato a prolungare con il suo lavoro l’opera creatrice di Dio, facendosi guidare dalla saggezza e dall’amore nel compito di perfezionare la creazione.

Egli, che ha creato tutto per Amore, ha voluto che le sue opere fossero perfette, Dei perfecta sunt opera, e che noi imitiamo il suo modo di operare.

Modello perfetto del lavoro umano è il lavoro di Cristo: “Così ha santificato il lavoro e gli ha conferito un peculiare valore per la nostra maturazione” (Laudato si’, 98).

Pensiamo al lavoro nella bottega di Nazaret, compiuto per Amore del Padre e di noi. Un lavoro perfetto, non solo tecnicamente, ma soprattutto umanamente: perfezione di tutte le virtù, offerte con la felicità di un cuore pieno d’Amore.

L’attività professionale di un cristiano, quando è ben fatta, manifesta l’amore di Dio. E questo non perché il lavoro risulti sempre perfetto umanamente, ma perché si è tentato di svolgerlo nel miglior modo possibile, utilizzando i mezzi a disposizione nel contesto in cui si svolge.

Per lavorare per amore di Dio e degli altri attraverso Dio, occorre rendere concrete le virtù cristiane. Anzitutto la fede e la speranza, presupposto della carità.

Per fare questo, occorre pazienza, servizio agli altri, amabilità, dedizione alla famiglia (Cfr. Amoris Laetitia, 5).

Quando lottiamo per far bene agli occhi di Dio il nostro lavoro, stiamo migliorando il mondo, perché vi introduciamo la carità. Un lavoro fatto in questo modo diventa lievito di amore per la società, e non conta che si tratti di professioni di maggiore o di minore importanza.

La capacità di trasformare il mondo con il nostro lavoro, richiede intanto che ognuno si prepari adeguatamente. Non parliamo solo di competenza tecnica o intellettuale, che ogni professione richiede. Vi sono altri aspetti che esercitano un'influenza positiva e costruttiva nel tessuto sociale, e che sono legati alla vocazione umana e cristiana di ordinare a Dio ogni atto e intenzione.

Il Catechismo, sulla scia della dottrina del Concilio Vaticano II, dice che “il lavoro può essere un mezzo di santificazione” (n. 2427), ed è ciò che il santo spagnolo Josemaría Escrivá predicava già molti anni prima.

Per san Josemaría, il lavoro ben fatto e offerto al Signore è un mezzo di santificazione: questo è il nucleo del suo innovativo messaggio.

In alcuni ambiti, per esempio, si richiede ai lavoratori, in particolare ai giovani professionisti, una dedizione al lavoro senza limiti di orario e di impegno, come se il lavoro fosse l'unica dimensione della vita.

Queste pratiche fondate su tecniche psicologiche e motivazionali, rispondono ad una logica che pone il successo professionale prioritario rispetto a ogni altra dimensione dell'esistenza. Con i mezzi più diversi si cerca di stimolare un atteggiamento, verso l'impresa o il gruppo di lavoro, che sta al di sopra di qualunque altro interesse e impegno.

San Josemaría, maestro della santificazione del lavoro, avvertiva il pericolo di alterare l'ordine delle aspirazioni!

I tre aspetti, nei quali san Josemaría riassume lo spirito di santificazione del lavoro, sono intrinsecamente uniti: santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro, santificare con il lavoro.

La verifica della rettitudine di intenzione, con la quale dobbiamo compiere il nostro lavoro professionale, è nel modo in cui si mettono a frutto i rapporti sociali o di amicizia di coloro che incontriamo nella nostra professione, con l’intento di avvicinare a Dio queste anime.

Per riuscire in questo cammino, è necessario coltivare una profonda vita interiore spirituale: solo mettendo al primo posto la relazione con Dio, diamo alimento all’Amore come fermento della nostra e altrui esistenza.

“Devi comportarti come una brace ardente… fa’ in modo di innalzare la temperatura spirituale di quanti ti stanno attorno, portandoli a vivere una intensa vita cristiana” (San Josemaría, Forgia, 570).

È Dio che trasforma! L'impegno nel crescere nella vita spirituale produrrà il miracolo dell'azione trasformatrice di Dio: prima in noi stessi e, di conseguenza, negli altri e nella società intera!

di Giuseppina Capozzi

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