L’ECONOMIA DELLA GRATUITÀ: RIPARTIRE DAGLI ULTIMI

Le diseguaglianze economiche, che persistono e crescono in ogni continente, stanno facendo aumentare a dismisura disoccupazione e ingiustizie sociali, principali cause di instabilità in diversi Paesi.

La Chiesa ha sempre riconosciuto, apprezzato e incoraggiato l’esperienza della cooperazione economica: dalla Rerum Novarum di Papa Leone XIII: “tutti proprietari e non tutti proletari”, alla Caritas in Veritate, dove Benedetto XVI si esprime a favore della cooperazione nel credito e nel consumo (Cfr. nn. 65-66) e sottolinea l’importanza dell’economia di comunione e del settore no profit (Cfr. n. 41), per affermare che il dio-profitto non è affatto una divinità, ma è solo una bussola e un metro di valutazione dell’attività imprenditoriale.

Per Papa Francesco, “l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società rigetta e mette da parte, è un segno che rende efficacemente testimonianza a Cristo morto e risorto” (Udienza Generale Giubilare, 12 Marzo 2016).  

Questo è il senso della carità cristiana, che non è elemosina, ma dono sincero di fratellanza, solidarietà e attenzione, unico antidoto all’individualismo imperante dei nostri tempi.

Individualismo: riflettiamo su questo termine. Se ragioniamo partendo dalla prospettiva dell’individuo che egoisticamente ragiona per il suo solo profitto, la società è destinata a disgregarsi. Ma anche pensando all’altruismo esclusivamente come aiuto agli altri nella generosità e condivisione, non parliamo altro che di individualismo: l’individuo, richiamato nella sua buona volontà, continua ad essere il motore dell’azione.

Capovolgiamo la prospettiva e noteremo che l’individualismo non è la fonte della società, ma il suo prodotto! Si tratterebbe, allora di una società voluta e costruita dall’individuo per l’individuo (Cfr. F. Hadjadj, Individualismo & disgregazione sociale, in Studi Cattolici n. 671 gennaio 2017, pp. 4-7). Il risultato è una società non naturale, ma artificiale e contrattuale! Una società progressista e utopica che ha a fondamento l’individualismo. Si tratta del paradigma ‘tecno-capitalista’ di cui parla Papa Francesco.

La soluzione a questa problematica determinata dall’uomo è nel ripartire dalla ‘comunità naturale’, fine dell’ecologia integrale della Laudato sì.

Per Fabrice Hadjadj, la vera economia umana è quella dell’agricoltura: “La cultura accompagna un dinamismo naturale che è dato. Non oppone al dato naturale un progetto artificiale”.

Oggi si parla sempre di più di economia civile, la quale propone un modo di pensare al sistema economico basato su alcuni princìpi, che superano la supremazia del profitto o del mero scambio strumentale nell’attività economica e finanziaria. Si propone quindi come possibile alternativa alla concezione capitalista del mercato.

L’economia civile pone al centro la persona: si può affermare che prospetta un umanesimo del mercato. Si tratta di un cammino avviato da tempo, attraverso esperienze concrete come quelle dell’economia di comunione e della cooperazione.

Secondo alcuni autori l’economia civile è visione tutta italiana, nata tra il Quattrocento ed il Cinquecento e poi sviluppata nel Settecento (Cfr. F. Cucculelli, Economia civile, sociale, solidale, 27 ottobre 2014, www.benecomune.net).

Sicuramente ritroviamo questo termine nel 1754, utilizzato da Antonio Genovesi, come titolo del volume delle sue Lezioni di economia. Il termine è poi ripreso dagli economisti Zamagni e Bruni che, riscoprendo il valore e la modernità del pensiero di Genovesi, chiariscono come l’homo oeconomicus si debba nutrire anche di relazioni e fiducia.

Per Bruni e Zamagni (Dizionario di economia civile), l’espressione ‘economia civile’ sembra avere significati diversi, spesso divergenti tra loro.

L’economia civile si fonda, in genere, sui princìpi di reciprocità, fraternità, gratuità, felicità pubblica e pluralità degli attori economici. Consente, di conseguenza, all’economia di riappropriarsi di una dimensione tipica dell’umano: la sua apertura al dono gratuito. Se l’economia è un’attività umana, allora essa non è mai eticamente e antropologicamente neutra: o costruisce rapporti di giustizia o li distrugge.

Giovanni Paolo II sapeva che l’economia stava cambiando, ma “mai le nuove realtà che investono con forza il processo produttivo, quali la globalizzazione della finanza, dei commerci e del lavoro devono violare la dignità e la centralità della persona umana, né la libertà e la democrazia dei popoli” (Omelia Tor Vergata per il Giubileo dei lavoratori, 1 maggio 2000).

Nella Caritas in Veritate Benedetto XVI fa un esplicito riferimento all’economia civile. Infatti la società civile è l’ambito più proprio dove vivere “un’economia della gratuità e della fraternità” poiché “la solidarietà è anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti” (n. 38).

Papa Francesco: “Se noi siamo vicini al Signore avremo quella fortezza per essere vicini a chi ha bisogno”, senza “autocompiacimento”, ma “sentendosi semplicemente come un ‘canale’ che trasmette i doni del Signore” (Papa Francesco, Udienza Generale 22 Marzo 2017).

Così si diventa ‘seminatori di speranza’. Il Santo Padre vede in questo atteggiamento di solidarietà l’antidoto a una comunità “in cui alcuni sono di ‘serie A’, cioè i forti, e altri di ‘serie B’, cioè i deboli”. Infatti “la Parola di Dio alimenta una speranza che si traduce concretamente in condivisione, in servizio reciproco”.

Del resto – ha continuato – “anche chi è ‘forte’ si trova prima o poi a sperimentare la fragilità e ad avere bisogno del conforto degli altri; e viceversa nella debolezza si può sempre offrire un sorriso o una mano al fratello in difficoltà”.

L’economia, allora, non solo ha il compito di creare tutte le condizioni affinché l’uomo possa più agevolmente perseguire la propria vocazione, ma, allo stesso tempo, essa è anche il luogo in cui la persona vive questa vocazione. Nell’Enciclica Laborem exercens del 14 settembre 1981 si afferma che l’essere umano deve essere “autore, centro e fine” della vita economica e sociale.

Nel porsi la domanda di quali siano i bisogni dell’uomo e come si garantisca la soddisfazione di tali bisogni, è possibile identificare una evidente contraddizione in diverse teorie economiche. Contraddizioni che hanno a fondamento la visione teologico-morale. Da questo si deve ripartire perché le dottrine economiche possano rispondere alle autentiche esigenze di umanità della società!

di Giuseppina Capozzi

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