il peccato che allontana il cammino della felicità RISCOPRIRE LA MEMORIA DELLA GIOIA

La notizia non è nuova: il primo ministro inglese Theresa May ha creato il ministero della Solitudine Minister for Loneliness nel gennaio 2018. L’Inghilterra è il Paese con il più alto tasso di disgregazione familiare, in cui oltre il 53% dei cittadini si dichiara privo di senso religioso (National Centre for Social Research, 2007).Si parla, secondo le statistiche, di 9 milioni di persone, anziani ma soprattutto giovani e adolescenti, che si sentono sempre o spesso sole, prive di legami importanti sia all’interno che all’esterno della famiglia.

La morte di Dio e, di conseguenza, della famiglia sono un indice della morte della civiltà. “Con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta da una mancanza di orientamento i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più” (Lettera di Benedetto XVI ai Vescovi della Chiesa Cattolica, 10 marzo 2009).

Il disinteresse per Diol’incapacità di relazioni stabili e durature connotano la nostra annoiata quotidianità: si tratta dell’accidia, l’ultimo dei sette vizi capitali, che Papa Francesco ha richiamato dal dimenticatoio definendolo “un peccato brutto, che paralizza, che toglie la memoria della gioia” (Santa Marta, Roma 28 Marzo 2017).

L’accidia corrode la psiche e l’anima e allontana il cammino della felicità. É l’inattività del cuore, la claustrofobia dell’essere, la noia e la malinconia senza fine, lo sconforto senza limiti, la completa solitudine, la peggiore nemica della speranza!

Dal greco ἀκηδία akedía, ‘noncuranza’, composto di α privativa e κῆδος kêdos, ‘cura’, è la trascuratezza, il fastidio nell’operare il bene, la negligenza per ciò che riguarda le cose di Dio e dell’anima. Più comunemente detta pigrizia, ha in più una sfumatura di indifferenza e di negazione di qualunque idealità.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica la enumera tra i peccati contro l’amore di Dio (n. 2094).

Nel saggio del 1976 Il decennio dell’Io, Tom Wolfe osserva che dagli anni ‘50 in poi l’uomo occidentale si è trovato a disposizione una quantità di tempo libero, di denaro e di possibilità come mai nel passato e questo ha generato quello scoppio di ipertrofia dell’Io che conduce all’accidia, malattia dello spirito contemporaneo, vizio dell’anima.  

Negazione della responsabilità, del rispondere a quella chiamata alla vita che la tradizione cristiana chiama vocazione, l’accidia è indifferenza, mancanza di cure e d’interesse per la vita stessa caratterizzata da abbattimento, scoraggiamento, prostrazione, stanchezza.

L’accidia è tendenzialmente un vizio ‘ateo’, nel senso che la mancanza di passione per la vita soffoca anche il desiderio di Dio e della verità. L’indifferenza spirituale e il disinteresse per Dio penetrano la vita di tanta gente. Per vivere, insegnano i maestri del pensiero debole, bastano le proprie opinioni.

Eugenio Montale diceva: “Spesso il male di vivere ho incontrato”, mostrando la perenne attualità dell’accidia come debolezza dell’anima, la quale si manifesta nell’assenza di attrazione, di desiderio di vivere una vita percepita priva di senso.

Considerata sotto questo punto di vista, l’accidia è molto affine alla depressione psicologica, il ‘male oscuro’ molto diffuso nelle odierne società occidentali. L’accidia non coincide tuttavia con la depressione, perché può essere vissuta con umore euforico, attivo e operoso, unito tuttavia alla totale paralisi della vita spirituale.

S. Tommaso definisce l’accidia “un disgusto o tristezza per il bene spirituale e interiore, da togliere la volontà di agire”.

L’immoralità dell’accidia è la conseguenza di questo triste ripiegamento su di sé, che porta a restare indifferenti al bene.

Gli studi condotti in sede psicologica confermano quanto depressione e tristezza si presentino come fenomeni preoccupantemente in crescita nelle nostre società, colpendo in particolare la fascia di età giovanile (18-35 anni) che dovrebbe essere la più aperta alla vita, portando ad un aumento dei suicidi e alla massiccia diffusione di droghe, alcool e farmaci per sopperire alla tristezza di vivere.

L’insegnamento costante dei padri spirituali è che di fronte all’accidia bisogna reagire facendo esattamente l’opposto di quanto suggerisce: sentirsi incapaci non significa essere incapaci. Questo giudizio di verità è decisivo per il valore della persona.

Attuare invece un comportamento orientato al bene favorisce e incrementa lo spirito del ringraziamento per ciò che si è ricevuto, che è agli antipodi dell’accidia: “Chi è preda dell’acedia vive nella a-charistia, nell’incapacità a stupirsi della bellezza, dell’amore e quindi, nell’incapacità a rendere grazie” (E. Bianchi, Acedia. Il rapporto deformato con lo spazio, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo 2013).

Per Schimmel, uno psicologo attento alla dimensione spirituale della vita, la tristezza è desiderio frustrato di fare il bene: “Cogliere opportunità per fare il bene anche di fronte alla malattia è la risposta dello zelo all’accidia”.

Quando un’anima è impermeabile al bene, sazia abbastanza da non desiderare, non è capace di commuo-versi, non riconosce Dio nel volto negli uomini.

Senza capirne il perché, la persona è triste in quanto non spera più, non si attende più nulla!

L’Evangelii Gaudium mette in guardia dalla ‘psicologia della tomba’ (n. 83), che porta ad attaccarsi ad una tristezza dolciastra.

Pensiamo ad un giovane al quale non è stata insegnata la virtù dell’attesa e della pazienza, che non ha dovuto impegnarsi per ottenere qualcosa, che, giovanissimo, ‘sa già come va il mondo’: non desidera più nulla. È, questa, la peggiore condanna! Non c’è un futuro di desideri, sogni. È la morte dell’anima!

Don Josè Tolentino de Mendonça, il sacerdote che ha predicato gli Esercizi spirituali al Papa e alla Curia Romana nel febbraio di quest’anno, afferma che la contemporaneità “ha medicalizzato l’accidia affrontandola come una patologia che va trattata dal punto di vista psichiatrico”.  Ma è evidente che non sono sufficienti le cure mediche per un male dell’anima che coinvolge la persona intera e che si radica nel mistero della solitudine umana.

Per vincere il settimo vizio capitale, in definitiva, ciò che ci viene richiesto sono la speranza e il coraggio, cioè la forza di darsi da fare per affrontare la vita con tutte le sue fatiche, è nell’andare controcorrente in un mondo che tenta di farci credere che le cose facili siano le più soddisfacenti.

La speranza è la virtù di chi non ha neanche metaforicamente lo stomaco pieno, di chi si mette in cammino. I poveri, i migranti che fuggono dalla miseria e dalla guerra per i loro figli, sono figura della speranza; e nessuno può rubarci la speranza!

di Giuseppina Capozzi

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