Tolleranti con tutti, mai con il peccato. DISTINGUERE SEMPRE LA PERSONA DAI SUOI ERRORI

Tollerare la gente che dà fastidio, dai bambini quando fanno troppo rumore in casa, al marito e la moglie quando ci sono difficoltà, persino la suocera. Tollerare sempre e comunque. È questo l’invito rivolto ai fedeli da Papa Francesco (Omelia, Casa Santa Marta 28 novembre 2016) spiegando che la fede cristiana “non è una teoria, una filosofia, un’idea: è un incontro. Un incontro con Gesù”. Altrimenti, se non hai “incontrato la sua misericordia” puoi anche “recitare il Credo a memoria, ma non avere fede”.

Ma quale rapporto c’è tra la fede cristiana e la tolleranza? La tolleranza, cioè, è un valore cristiano?

Nel Medioevo tutta la cultura faceva capo al mondo ecclesiale, ma con profonde divisioni fra università e fra scuole monastiche. Il pensiero moderno comincia a elaborare la necessità di far convivere queste divisioni; è da questo momento in poi che nasce il concetto di dialogo, di tolleranza (Cfr. Roberto I. Zanini, Paul Gilbert. Tolleranza, arma a doppio taglio, www.avvenire.it 11 novembre 2011).

Ma la tolleranza può essere negativa quando lascia spazio all’indifferenza e al relativismo!

Il pensiero comune indica nella tolleranza il massimo dei valori della convivenza civile. Dopo l’esperienza delle guerre di religione, lo Stato si pose a garante della convivenza senza entrare nelle diversità. La tolleranza divenne un valore che garantiva la tranquillità sociale, attraverso un compromesso che era, però, indifferente alla molteplicità.

In questo senso la tolleranza può essere definita senz’altro un valore positivo, ma in senso cristiano non è sufficiente la mentalità dell’indifferenza incurante della molteplicità!

La fede cristiana è fondata sul rispetto delle differenze nel dialogo, nel muoversi verso l’altro. Insomma, non sempre la tolleranza parla cristiano.

A cavallo del Concilio Vaticano II l’idea della tolleranza venne associata alla libertà religiosa.

Nei documenti preconciliari si evitò l’espressione ‘libertà religiosa’ ricorrendo ad altre espressioni come ‘libertà di culto’, ‘libertà delle coscienze’, ‘tolleranza’, ecc. Siamo nel periodo di transizione da una concezione di uomo e di mondo fortemente condizionata da una cultura illuministica e storicistica, ad un’altra più aperta e più disponibile a reintrodurre la prospettiva della trascendenza, anche in termini religiosi.

L’espressione ‘libertà religiosa’ non costituiva più un rischio, allora, e si prestava meglio di altre a veicolare significati nuovi e più adatti alla stessa rivelazione cristiana. Infatti la libertà religiosa non è semplice tolleranza, ma esigenza che si fonda sulla dignità stessa della persona.

Questa reinterpretazione della dottrina della tolleranza innescò in Concilio un vivace dibattito, al punto che il testo fu promulgato solo il 7 dicembre 1965, ultimo giorno del Concilio (Cfr. Trentin G., Dignità della persona e libertà religiosa nel Concilio Vaticano II, Conferenza Padova, 16 Febbraio 2005 www.credereoggi.it).

Notiamo che nel documento Dignitatis Humanae la Chiesa modifica la gerarchia dei valori: precedentemente al Concilio al primo posto c’erano i valori e le idee proprie della metafisica tomistica, come la dottrina della verità unica e il criterio di appartenenza religiosa. Dopo il Concilio, nella dottrina della Chiesa il valore primario diventa il concetto di dignità umana.

Sorge, intanto, il problema dei limiti della tolleranza. È forse il problema più arduo e difficile da risolvere, in particolare in riferimento alle convinzioni personali in campo morale e religioso.

“La tolleranza, che limita la fede ad una convinzione privata, non è tolleranza ma ipocrisia. Laddove l’uomo si fa unico padrone del mondo e proprietario di se stesso, può dominare solo l’arbitrio del potere e degli interessi” (Omelia, Benedetto XVI, Basilica Vaticana 2 ottobre 2005).

Si tratta del rifiuto della verità oggettiva circa le realtà trascendenti: Dio, l’anima e l’amore. Cioè del relativismo, al quale si riferiva già alcuni anni fa il cardinal Ratzinger come al ‘problema centrale della fede cristiana’.

Nella modernità l’idea debole di ragione si è imposta come base necessaria della democrazia e della coabitazione: in una società multiculturale, multietnica e multi-religiosa il difendere l’esistenza di una verità universale conduce al conflitto e alla violenza, perché coloro che sono convinti di tali verità vengono tacciati di fondamentalismo, cioè di imporre una loro convinzione profonda.

In realtà il vero fondamentalismo appare quello della debolezza delle convinzioni, celata, pericolosamente, sotto la maschera della tolleranza.

Certamente essere convinti della verità non implica necessariamente imporla agli altri.

La stima delle idee contrarie, infatti, diventa fondamento di dialogo perché possa esistere un autentico atteggiamento di rispetto verso tutti. Ma sono necessarie alcune verità universalmente accettate, ‘non negoziabili’, a cominciare dal riconoscimento della dignità di ogni essere umano, premessa fondamentale per rispettarne la libertà.

Come scriveva N. Cusano (De mente, 4) il dialogo tra chi conosce la Verità (i cristiani) e tutti gli altri cammini, non è scontro, ma confronto nella coscienza che la Verità, rivelata in Cristo definitivamente, non è per questo posseduta totalmente, ma attinta sempre in modo limitato! È nel confronto con l’alterità che cresce la conoscenza di sé!

Di conseguenza diventa necessario analizzare caso per caso convinzioni e comportamenti, e determinare di volta in volta quali sono tollerabili e quali non lo sono. Del resto è quello che invita a fare lo stesso Concilio quando introduce la clausola “entro debiti limiti” (Dignitatis Humanae, 2).

Un passo ulteriore è valutarne gli effetti a breve e lungo termine, verificando prima all’interno di quale ambito ci si muove: giuridico, morale o religioso. Se si dimentica questo ci si espone a un’infinità di equivoci e fraintendimenti inutili.

Dal punto di vista dell’autoeducazione alla tolleranza, infine, diventa importante la ripetizione di comportamenti tolleranti che finisce per incorporare la tolleranza come un tratto della propria personalità.

Questo esercizio consolida l’identificazione del valore sul quale esse poggiano e si trasforma pian piano in quello che Bloom chiamava ‘caratterizzazione’: integrazione di un valore in quello che abitualmente chiamiamo modo di essere di una persona.

Attenzione, però, a non confondere la persona con i suoi errori. Come afferma Don Anderson Alves, ‘il senso della tolleranza cristiana’ (Cfr. www.zenit.org, 17 marzo 2013) consiste nel fare come Cristo: perdonare i nostri peccatori, tollerandoci, ma anche mostrando dove sta il male, il peccato. Noi cristiani possiamo e dobbiamo essere tolleranti con tutte le persone, mai con il peccato!

 

di Giuseppina Capozzi

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