Saper scrutare i segni dei tempi La carità è il segreto di ogni vita

Il modo di contare i secoli più diffuso nel mondo è quello a partire da Cristo: il motivo è la portata della Verità delle fede cristiana. Gesù Cristo, rivelando che la verità più alta e bella che si possa pensare è l’amore assoluto e totale, svela la vera vocazione di ogni uomo. “La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristia­na, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’in­carnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa” (Testo dell’allo­cuzione che Benedetto XVI avrebbe pronun­ciato nel corso della Visita all’Università degli Studi ‘La Sapienza’ di Roma, prevista per il 17 gennaio, poi annullata in data 15 gennaio 2008).

La Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai sol­tanto teorico sapere; anzi, superando il mero sapere, ha come scopo la conoscenza del bene. E una verità che non è statica sa confrontar­si con le circostanze del proprio tempo, tro­vando le giuste modalità per comunicarsi al mondo (Evangelii Gaudium, 132-133). Nei tempi moderni si sono aperte nuove dimensioni del sapere: nelle scienze naturali, in connessio­ne alla sperimentazione e alla razionalità della materia, nelle scienze storiche e umanistiche, attraverso le quali l’uomo cerca di comprende­re meglio se stesso nella sua storia e nella sua natura. Il rischio è che l’uomo ritenga di essere giunto, con la sua sola ragione, alla conoscen­za della verità assoluta. Una ragione, però, che considera se stessa come criterio ultimo si al­lontana dalla verità autentica. Si alimenta dei suoi stessi limiti, senza riuscire ad attingere al tesoro di conoscenza che proviene dalla fede cristiana: si tratta di tutto il patrimonio di storia dell’umanesimo, cresciuto a partire dal cristianesimo.

Ma che cosa si intende per vero umane­simo? Un mondo che metta al centro l’uomo porta all’autodistruzione dell’umano, che in­vece si nobilita se al centro vi è Dio.

Una novità che emerge dai documenti del Concilio Vaticano II è la tematica dei “segni dei tempi” e il dovere che ne scaturisce per la Chiesa di scrutarli “per rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reci­proche” (Gaudium et Spes, 4). Ecco che un’os­servazione attenta dei nostri tempi ci mostra un mondo prigioniero di meccanismi perversi di crescita, senza sviluppo, dell’essere umano. Se la crescita è accumulo, lo sviluppo è invece un avanzare, un andare avanti. Il mondo è in crisi di significato non solo per la troppa liber­tà, sfociata nel libertinaggio, ma soprattutto a causa dell’ossessione per la materia. Prigionie­ro del vivere materiale, l’uomo ha perso la sua forza interiore spirituale.

Per Benedetto XVI la lettura dei tempi odierni evidenzia come siamo prigionieri del­la quantità, di un sistema di vita che considera gli esseri umani solo “grumi di materia”, come nel linguaggio della Ravera; abbiamo cessato di dirigerci verso il prodigio dell’immateria­le che è “la forza propulsiva della carità nella verità” (Caritas in Veritate, 77). L’amore della carità sembra ormai estromesso da ogni di­mensione della vita. Distruggere una persona non ha più una connotazione spirituale; se si ritiene che venga leso un diritto personale, al­lora si può eliminare l’altro, come nell’aborto o nell’eutanasia.

Ma c’è anche un’altra forma di prigionia: quella della storia. Nel passato il faro delle azioni umane era legato all’eternità. Che cosa è degno di essere fatto? Perché alcune scelte sono da privilegiare rispetto ad altre? Quando ci si rende conto che “non tutto è qui e ades­so” la vita assume un’altra prospettiva. Si va­luteranno, di conseguenza, le azioni e le scelte personali pensando al “dopo2, considerando relativo ciò che si ha qui ed ora, proiettandosi verso il futuro nell’ottica dell’eternità.

Quando invece tutto si gioca nel breve spazio dell’”adesso e qui”, che termina con la morte, allora è diverso il modo di affrontare l’esistenza. Il progetto di vita si esaurisce nel presente, e perciò non si dovrà rendere con­to di nulla. Senza futuro non c’è speranza, ma solo il godersi la vita. Le singole azioni non hanno alcun peso e prospettiva. Tutto si ap­piattisce, si abbassa, si alleggerisce. Se la vita terrena si corrompe, allora tutte le forme di corruzione sembrano normali. Ma se la vita non si corrompe, qualcosa resterà e allora tut­to cambia!

La soluzione, per Benedetto XVI, consiste nell’indirizzare i processi attuali della società e dell’economia verso esiti più umani, il cui unico obiettivo è la fraternità (Caritas in Veritate, 20). Si tratta di pensare il “visibile” alla luce del­l’“invisibile”, che è una realtà vera. Non è un vuoto sentimento, ma è percezione dell’amore infinito della Misericordia.

Uno dei punti originali della Caritas in Ve­ritate (31) attribuisce alla Dottrina sociale della Chiesa una dimensione che si potrebbe defi­nire di sintesi. Essa, che ha “un’importante dimensione interdisciplinare, può svolgere una funzione di straordinaria efficacia. Essa consente alla fede, alla teologia, alla metafisica e alle scienze di trovare il loro posto entro una collaborazione a servizio dell’uomo. È soprat­tutto qui che la Dottrina sociale della Chiesa attua la sua dimensione sapienziale”, avendo, peraltro, accompagnato l’intera vicenda stori­ca della coscienza ecclesiale fin dai suoi inizi.

L’eccessiva settorialità del sapere, la chiu­sura delle scienze umane alla metafisica, le difficoltà del dialogo tra le scienze e la teologia sono di danno non solo allo sviluppo del sape­re, ma anche allo sviluppo dei popoli, perché, quando ciò si verifica, viene ostacolata la visio­ne dell’intero bene dell’uomo nelle varie dimen­sioni che lo caratterizzano. L’“allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa” (Benedetto XVI, Discorso di Regensburg) è indispensabile per riuscire a valutare adegua­tamente tutti i termini della questione dello sviluppo e della soluzione dei problemi socio-economici, pervenendo alla conoscenza della verità nelle relazioni umane.

La verità del nostro vivere è che siamo in relazione. E la relazione di amore è l’unica che salva e che permette al mondo di durare, di pro­gredire, di avanzare, di svilupparsi. L’assenza di dialogo rappresenta un danno epistemologico nello sviluppo del sapere e un danno antropo­logico-sociale per lo sviluppo dei popoli. Tutte le relazioni richiedono un approccio morale in quanto sono relazioni tra gli uomini. E la Chiesa propone un’antropologia cristiana che ispira un progetto di vita comune tra credenti e non credenti. L’approccio magisteriale rima­ne comunque di analisi della storia e della ma­teria, come elementi che vanno ricondotti alla via “prima e fondamentale” che è appunto la persona.

di Giuseppina Capozzi

 

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