NON È COSA, NÈ OGGETTO: PERSONA LIBERA LA DONNA MAESTRA NELL’ARTE DEL PRENDERSI CURA

“Soffro quando vedo nella Chiesa o in alcune organizzazioni ecclesiali che il ruolo di servizio della donna scivola verso la servitù” (Papa Francesco, Convegno del Pontificio Consiglio per i Laici 12 ottobre 2013), ruolo di servizio che è peraltro proprio di ogni cristiano, a prescindere dal sesso o dai compiti a lui assegnati.
Si può affermare che è nel modello mariano che troviamo l’archetipo del primato femminile del dono, della grazia e del servizio, espresso nella sua dimensione più piena ed appagante. La radice profonda della spiritualità di Maria si trova nel suo fiat libero e responsabile.
Oggi Maria può sembrare un ‘modello’ arcaico, improduttivo e, di conseguenza, impossibile da imitare.
Un’analisi, invece, più attenta può far scoprire, nella figura evangelica di Maria, dei risvolti assolutamente moderni, dei connotati che corrispondono a precisi ideali di libertà della donna. Secondo la Marialis Cultus, nn. 17-57, alcuni di questi connotati sono: la capacità di andare controcorrente con la sua scelta della verginità, la sua maternità non possessiva, la sua fortezza d’animo e, non ultima, la sua religiosità liberatrice che la consacra come modello di vera libertà femminile.
Nonostante tante cose cambino nell’evoluzione culturale e sociale, l’essere umano rimane affidato alla donna e non solo nella evidenza biologica della maternità fisica ma soprattutto nella ricchezza di implicazioni del suo modo di essere, come capacità di relazioni, rispetto della vita umana e della vita in genere.
Per Papa Francesco questo ruolo, però, non è esente da due rischi: il primo è quello di ridurre la maternità ad un ruolo sociale, ad un compito, che riduce le potenzialità di umanità del femminile, il secondo promuovere un femminismo esasperato come antagonismo al maschile, considerato il modello-guida.
Per Stella Morra il cristianesimo, almeno dal IX secolo in poi, si è strutturato sul concetto dell’uno: il termine uomo è diventato nella pratica quotidiana sinonimo di universalità. Ma l’essere umano, afferma la Morra, è un parziale: “l’uomo non è Dio e quindi non è universale”. La donna è la memoria vivente che l’essere umano è un parziale secondo il principio cristiano fondante della Trinità. La Trinità è “esperienza di una differenza interna alla perfezione, una struttura relazionale interna. Anche questa è un’immagine di Dio: noi siamo strutturalmente relazionali e parziali”.
Attualmente la donna è vista nella comune umanità con l’uomo, entrambi soggetti capaci di autonomia, decisione, personalità. La novità è nella visione di una donna che non è cosa, non è oggetto, ma persona libera che decide da sé (Mulieris Dignitatem, 18).
Chiediamoci, però, come mai le donne, anche quando hanno ottenuto uguali diritti rispetto a quelli maschili, non ottengono una uguaglianza di fatto nella società. Perché l’uguaglianza si è dimostrata così irraggiungibile per le donne? Si dimentica una peculiarità unica al femminile che è quella di dare la vita e prendersene cura. Per Eva Feder Kittay l’uguaglianza è possibile solo per le donne che non hanno responsabilità di cura: ma è quello che vogliono veramente?
L’arte del prendersi cura, di accudire, di preoccuparsi degli altri, di proteggere, è propria della donna ed è un aspetto fondamentale della maternità. Cosa significa, allora, concretamente quest’arte?
Nella lingua inglese questa espressione si traduce ‘care’: mi occupo di te, ti sono vicino, ti aiuto a realizzarti secondo la tua dignità, ti rispetto, ti proteggo, ti sostengo perché tu cresca; ti aiuto nelle difficoltà, ti ‘avvio alla vita’.
È compito specifico della donna il ‘prendersi cura’, anche se oggi, più che mai, è necessario che anche gli uomini e i ragazzi sviluppino questa qualità. Di fatto, per costruire una cultura più umana che non ruoti nell’orbita dell’egocentrismo e dell’autoaffermazione, ma in quella dell’amore e della solidarietà, è necessario il contributo unito dell’uomo e della donna.
Una studiosa della questione femminile, Giulia Paola Di Nicola, sostiene che l’uomo e la donna imparano, attraverso cammini separati e distinti, il significato della maternità e che entrambi cooperano con la propria peculiarità alla paternità-maternità di Dio.
Pensiamo a una madre che concepisce un figlio, lo custodisce per nove mesi nel suo grembo, lo dà alla luce, lo aiuta a crescere, lo educa, lo accompagna.
Per apprendere ‘l’arte del prendersi cura’, fondamentale per la nostra società anonima, egoista, violenta, è necessario lasciarsi formare, nel significato più profondo che evoca questa parola, vale a dire impegnarsi a conoscere, approfondire il tesoro della nostra vita per scoprire i nostri talenti, moltiplicarli e metterli a disposizione degli altri.
Ciascuno di noi ha una devozione particolare a una Madonna e ne venera un’immagine particolarmente cara. Pensiamo alla Madonna incinta e ai valori simbolici della maternità.
Alla maternità è legato innanzitutto il valore della relazionalità. Accogliere nel grembo ‘l’altro’ traduce concretamente quel mistero di comunione/libertà che caratterizza ogni persona umana e che è emblematico per la molteplicità dei linguaggi espressivi con la natura, con gli altri, con Dio, senza dominare, senza espropriare, senza possedere.
Un secondo aspetto su cui riflettere è il senso del limite, quel limite che ogni donna sperimenta vivendo momenti di fecondità e di sterilità. Quel limite che la madre sperimenta per far spazio al bimbo che cresce in lei, quel tirarsi indietro perché il nascituro possa crescere.
Nella vita di relazione, nella convivenza sociale, soprattutto quando comporta la compresenza di mentalità, generazioni, nazionalità, culture diverse, la comprensione e l’accettazione della fecondità del limite è importantissima. Soprattutto chi ha un ruolo di responsabilità è chiamato a comprendere e a vivere il mistero del limite, il mistero dell’interscambio dei doni!
Il mistero del limite richiama il mistero della diversità. Non può capire questo mistero chi è fautore dell’uniformità e segue irresponsabilmente il cammino del gregge, chi rifiuta l’altro perché si crede superiore o ha paura di perdere qualcosa di suo, chi non sa più piangere per il dolore di un fratello o di una sorella. “Chi non sa più piangere per amore - scrive San Giovanni della Croce - ha perduto gran parte della propria bellezza!”.
Un ulteriore aspetto della maternità è il rapporto tra gioia e dolore. È la donna che nel dare alla luce una creatura umana sperimenta la faccia positiva del dolore: la donna soffre per il parto, ma quando dà alla luce il figlio la sua gioia è piena perché è nato un uomo!
La maternità è un dono fatto gratuitamente ad ogni donna. Dobbiamo avere il coraggio di comunicarlo alle giovani che aprono il loro cuore a quel grande dono di Dio che è l’amore, e insegnare loro, con la nostra testimonianza di vita, che ognuno di noi è se stesso se si dona, se ama qualcuno valorizzandolo, se sa tirarsi indietro per fargli spazio, se sta nel rapporto con l’altro con quell’atteggiamento generativo materno, che è fecondo di nuove realtà intersoggettive.

di Giuseppina Capozzi

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