Actuosa partecipatio

 Qual è il più profondo significato della libera partecipazione dei fedeli nella Chiesa? “Vogliamo una Chiesa più col­legiale e democratica. Ѐ necessaria una sempre più ampia partecipazione dei lai­ci alla vita ecclesiale. Bisogna favorire una svolta assembleare della liturgia. Si richiede più libertà e pluralismo di pensiero all’inter­no del Magistero…”.

Sono concetti e idee che, almeno dagli anni ‘60, vengono ripetuti continuamente nei nostri ambienti e, ancora oggi, c’è chi indica, a grandi linee, in questi assiomi le coordinate di sviluppo del prossimo futuro del Cristianesimo. Ma tali autentici caval­li di battaglia di tanta teologia progressista novecentesca hanno il buon sapore di una fede vera? Fatte salve le lodevoli intenzioni e il notevole coraggio di quanti affrontano tematiche così sentite ed importanti per il pensiero cristiano odierno, pare tuttavia che esse non colgano pienamente nel segno. Non riescano cioè a comunicare quella Ve­rità tutta intera a cui lo Spirito Santo guida e solo dentro la quale è possibile scoprire anche la completezza della libertà. Gli afo­rismi citati sono oggetto di studio e riflessio­ne vastissimi, a tutte le latitudini dell’orbe cattolico. Non c’è convegno in cui non se ne parli, non c’è conferenza episcopale che non si ponga il problema di trattarli. Eppu­re spesso non si considera che spingere fino all’eccesso queste tematiche comporta dei pericoli altissimi, se non addirittura esiziali per il nostro credo.

Per quale motivo? Semplicemente perché si rischia di ridurre tutto al fattore terreno ed umano abolendo di fatto la realtà sopranna­turale della religione, non offrendo così cla­morosamente risposta al bisogno più profon­do e intimo del nostro tempo, quello di una spiritualità tenace, forte, convinta. L’uomo è una creatura e il suo animo anelerà sempre all’eterno specchio di verità celesti perché nel cuore c’è un’infinita nostalgia di Dio. Là dove il soprannaturale è stato oscurato e vietato per decreto legge, come nei regi­mi atei nazista e comunista, non vi è stato progresso ma barbarie. Non si è sviluppata ricchezza ma un assoluto e degradante im­poverimento. Non è nato l’“uomo nuovo” di Marx o il “superuomo” di Nietzsche ma si è retrocessi al primitivo “uomo naturale”, destinato a sparire con la morte.

Il XXI secolo non sa che farsene di un Cristianesimo razionalizzato, incapace di tra­smettere tutta la potenza dell’ultraterreno, vergognoso del proprio passato, timido nel proclamare lo scandalo del dogma facendosi schiavo del politicamente corretto.

L’uomo del Duemila piange dinanzi al cardinale Van Thuan, così certo dell’Eucare­stia da consacrare, anche dietro le sbarre, tre gocce di vino sul palmo della mano per po­tersi dissetare del Sangue di Cristo. L’uomo del Duemila piega il suo terribile orgoglio dinanzi al beato Kowalski che ad Auschwitz preferisce la tortura e la morte anziché pro­fanare con gli sputi un rosario. L’uomo del Duemila trema in ginocchio dinanzi al mar­tirio della giovane Mercedes Prat, lasciatasi massacrare dai rossi della guerra civile ispa­nica solo perché carmelitana.

Questo è il Cristianesimo, qualcosa che ripugna il comune sentire contemporaneo: l’idea sconcertante di una sostituzione del giusto innocente al peccatore colpevole, per salvare tutto il popolo, rimarrà sempre il fondo del dramma.

In quest’ottica, soffermarsi alla sola tema­tica della collegialità è avvilente perché ridu­ce la Chiesa ad una mera associazione mon­dana, una semplice multinazionale dei servizi alla persona, dove la principale questione da trattare è il suo governo. Ma la Chiesa, nella sua essenza, natura e missione, non è soltan­to questo. Essa ha una splendida dimensio­ne verticale, quella trionfante, che riluce nel­le schiere dei suoi santi, ha una dimensione purgante che abbraccia le anime già salvate ma bisognose di purificazione nell’altra vita, ed ha infine una dimensione orizzontale in questo mondo, quella militante, che lotta per diffondere e testimoniare la fede. Ѐ la Chiesa che soffre, combatte e prega, secondo il tipico vocabolario manzoniano. Passare costantemente sotto silenzio il concetto della comunione dei santi equivale a perderlo e ciò è drammatico perché nega al credente il senso ultimo della sua esistenza sulla terra. Se ne era già accorto, a suo tempo, il Premio Nobel per la letteratura Czesław Miłosz che così descrisse l’umiliazione della teologia nei confronti del pensiero debole: “Nel cor­so della mia esistenza il Paradiso e l’Inferno sono scomparsi, la fede nella vita eterna si è notevolmente indebolita, l’idea di verità assoluta ha perso la sua posizione di supre­mazia, la storia guidata dalla Provvidenza ha cominciato a somigliare a un campo di battaglia dove sia in atto uno scontro tra for­ze cieche”.

Allo stesso modo, il significato più pro­fondo della partecipazione dei fedeli alla vita ecclesiale non può ridursi alla semplice distribuzione di cariche ed impegni. I laici sono protagonisti di un tesoro spirituale di incomparabile valore, soprattutto durante la messa. Questa non è solo una comune assem­blea ma è l’autentico rinnovarsi sacramentale del sacrificio del Golgotha e, per i credenti, stare presso l’altare vuol dire essere come Maria e Giovanni presso la croce. La loro par­tecipazione più autentica è quella dell’offerta al Padre delle proprie ansie, paure, speranze e attese per la salvezza di tutti.

Da una tale partecipazione i fedeli pos­sono trarre forza per combattere e vincere il peccato, possono contemplare la gloria del trionfo di Cristo, e ciò li porta a gioire e rin­graziare il Signore per essere stati redenti, pregustando la Resurrezione che li attende. Da una tale fontana soprannaturale di grazia fluisce una vita libera e coerente dove non è impossibile il raggiungimento di altissime vette come nel caso dei Martiri Idruntini, poveri pescatori ma che, con il loro sacrificio nel 1480, molto verosimilmente salvarono l’Italia Meridionale dall’espansione islami­ca oppure come per Gabriel Garcìa Moreno, l’eroico presidente ecuadoregno assassinato nel 1875 sul sagrato della cattedrale di Quito per aver fatto consacrare il proprio paese al Sacro Cuore ed essersi opposto allo strapo­tere massonico.

In fondo, seguendo l’illuminante insegna­mento del padre Garrigou-Lagrange, la Chie­sa sarà pure intollerante nei principi perché crede ma tollerante nella pratica, perché ama.

I suoi avversari invece si dichiarano sem­pre tolleranti nei principi perché non credo­no ma restano intolleranti nella pratica per­ché non amano.

di Andrea Pino

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