Il bianco e il rosso

 Esiste un misterioso legame tra i colo­ri della Passione e quelli della Polonia. Come se il popolo di quella luminosa terra riconoscesse la propria identità e si sentisse misticamente generato dal sacrificio redentore di Cristo.

Non è un caso se tanta arte polacca per secoli ha amato ed incredibilmente meditato l’immagine dell’Ecce Homo, il Gesù deriso e coronato di spine, sfinito dalla flagellazione, seduto al Litostroto. In questo anche l’Ordi­ne Trinitario ebbe un ruolo preponderante, diffondendo in quelle lontane contrade la devozione al cosiddetto “Gesù Nazareno”.

Poco però si è riflettuto sui colori che i vangeli e la tradizione attribuiscono al Ve­nerdì santo. Alla splendida veste bianca fatta indossare da Erode, si contrappone il rosso porpora del mantello gettato sulle spalle del Cristo dai soldati di Pilato. Infine la decima stazione della Via Crucis ricorda la spoliazio­ne di ogni abito nei pressi del Calvario. Eb­bene, alcuni studiosi ricordano come la co­munità monastica di Qumràn pensasse ben a due messia, uno sacerdotale e l’altro regale e come, nella ritualità ebraica, il bianco e il rosso fossero rispettivamente il colore del re e del gran sacerdote. Dunque, nell’unica persona di Gesù si è compiuta una doppia speranza: è al contempo il vero Cristo Re e l’eterno Sommo Sacerdote della definitiva al­leanza.

Ma non basta, perché la kènosis della spo­liazione ci rivela un Salvatore sofferente e vittorioso. E di nuovo tornano il rosso e il bianco. Il rosso vivo del sangue e il bianco limpido dell’acqua che sgorgano dal costa­to trafitto e che diventano i due fasci di luce irraggiati dal petto del Gesù Misericordioso, nell’ormai celebre visione della mistica Fau­stina Kowalska.

C’è allora un singolare riflesso cromatico tra un popolo cristiano e il suo Dio crocifisso. E tra lo stesso popolo e la Madre di Dio. Se la Polonia è esistita in passato ed ancora oggi esiste lo si deve alla mai abbastanza venera­ta icona della Vergine Nera di Częstochowa del meraviglioso santuario di Jasna Góra. Quando si fa così potente la corrispondenza amorosa tra la dimensione celeste e quella terrena ecco che tra il popolo fiorisce il va­lore e la santità. Ma si ripropone ancora il significato più intimo di questo legame, il dolore vittorioso. L’affascinante volto di Ma­ria, in quell’icona, venne in più occasioni de­turpato da mani sacrileghe: segno concreto di come la Vergine, essendo associata alle sofferenze del Figlio, sia stata corredentrice nel giorno del Golgotha e mantenga questa altissima missione per tutta la storia. Ma non solo perché la sofferenza della Madre e Re­gina della Polonia è inscindibilmente unita a quella di tutto il popolo credente come di ogni singolo membro.

La pagina più eroica dei tempi recenti di questa ormai millenaria epopea è stata scritta dal sacerdote Jerzy Popiełuszko. Il martirio di quest’uomo è spiegabile solo da un amore incondizionato alla croce di Cristo, sentimento dal quale traeva linfa l’amore per la sua patria così umiliata e sofferente.

Una nazione che nel volgere di pochi anni era passata dall’orrore nazista alla ter­ribile tirannia del comunismo reale. La figu­ra di questo glorioso testimone della fede, beatificato per volontà di Benedetto XVI il 6 Giugno 2010, è stata tuttavia spesso pre­sentata in un modo non autentico, non cor­rispondente alla verità.

Popiełuszko non fu e non volle mai essere un sindacalista, un attivista, un contestatore, un prete-operaio secondo la moda sessan­tottina. Scelse di essere semmai un prete tra gli operai. Ma sempre e solo un sacerdote di Gesù. E quel suo restare perennemente fedele a tutti i segni del suo status di levi­ta, abito talare e decoro liturgico in primis, ne è la prova più concreta. Tali segni non erano giudicati da lui come pesanti orpelli da accantonare sbrigativamente ma sentiti quali canali tangibili di grazia attraverso cui passava l’irrinunciabile possibilità di offrire testimonianza al mondo della sua vocazione nella maniera più diretta.

Il suo allora non fu un assassinio politi­co. Fu l’uomo di Dio ad essere ucciso, prima ancora del polacco amante della sua patria e della sua gente.

Per questo Giovanni Paolo II disse di lui: “Don Jerzy è un martire che va consi­derato non solo nella misura in cui servì, in una certa causa di ordine politico, anche se si trattava di una causa profondamente etica, bensì si deve guardare e leggere la sua figura nell’intera verità della sua storia, dal punto di vista dell’uomo interiore”.

Era nato nel 1947, presso lo sperduto vil­laggio di Okopy ed era stato ordinato dal grande cardinale Wyszyński. Sarà ucciso il 19 Ottobre ‘84. Un’esistenza breve la sua ma capace di lasciare un segno indelebile per la Chiesa universale in un’epoca in cui le ideologie volevano sbarazzarsi a tutti i costi della dimensione religiosa dell’uomo e del­la fede cattolica innanzitutto. E pensare che l’incontro che gli aveva cambiato la vita non era affatto pianificato: all’improvviso si ha bisogno di un sacerdote per l’Eucarestia e la prima chiesa trovata da chi ha il compito di cercarlo è quella di padre Popiełuszko. La Messa da celebrare è all’interno di un can­tiere in agitazione: è un momento delicato per la Polonia, nel 1980 la nazione è scossa da un’ondata di scioperi in seguito alla deci­sione governativa di aumentare i prezzi dei viveri mentre l’anno successivo viene crea­to Solidarność e la Chiesa si renderà vicina a questo sindacato che tanta preoccupazione desta nel regime del generale Jaruzelski ed in Unione Sovietica a tal punto che sarà isti­tuita la legge marziale.

Don Jerzy farà di tutto per chi si trova nel bisogno ma ciò che lo impone all’attenzione nazionale sono le Messe per la Patria, orga­nizzate a Varsavia, nella chiesa di Żoliborz. Vi partecipano migliaia di persone. Soprat­tutto, si imprimono nella memoria collet­tiva per le sue omelie. L’idea di fondo del sacerdote resterà sempre la battaglia contro il peccato e la compassione per coloro che ne rimangono vittime. Vincere il male con il bene.

Questo tuttavia non viene compreso da chi lo odia. Popiełuszko è diventato ormai troppo popolare così, dopo aver tentato molti modi per fermarlo, rimane solo l’eli­minazione fisica.

Gli autori furono tre agenti del Ministe­ro degli Interni, da cui il governo e il partito comunista presero subito le distanze vista l’imponente indignazione popolare.

Nell’omelia per la beatificazione, il Card. Amato spiegò: “Il volto orrendamente sfi­gurato di questo mite sacerdote somigliava a quello flagellato e umiliato del Crocifisso, senza più bellezza e decoro. La bocca insan­guinata di quella faccia martoriata sembrava ripetere le parole del Servo del Signore: Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba, non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”.

di Andrea Pino

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