Sguardi dal cielo

 Comunione dei santi ed universale vo­cazione alla santità: due temi teologici strettamente connessi, di grande bellez­za ma al tempo stesso alquanto proble­matici. Con l’espressione communio sancto­rum, già presente nel simbolo apostolico, il pensiero cattolico intende un’intima unione in Cristo tra fedeli vivi e defunti che si attua in una mutua comunicazione di beni spiri­tuali.

Come ha perennemente insegnato il Ma­gistero romano e limpidamente definito il Concilio di Trento, la Chiesa universale è co­stituita da tre grandi comunità: quella mili­tante che raccoglie i fedeli che si trovano an­cora a lottare la battaglia contro il male ed il peccato nella vita presente, quella paziente con cui si identificano tutti coloro che espia­no in Purgatorio l’ultimo debito dovuto alla divina giustizia e quella trionfante costituita da quanti godono ormai in cielo il premio della vittoria.

Così ripartita, la Chiesa forma non una semplice società ma un unico corpo misti­co, di cui Cristo è il capo ed i fedeli le va­rie membra mentre un posto specialissimo spetta a Maria che è Mater Ecclesiae e Regina Caeli et Terrae. Tale unione è più che mai reale, proprio come in un organismo vivente, anche se si concretizza in una dimensione altissima e sublime.

I meriti infiniti del Signore, quelli dei giusti, la preghiera e tutte le azioni virtuo­se formano il “tesoro della Chiesa”: le ope­re di bene infatti non solo giovano a coloro che le compiono ma, per la comunione esi­stente fra le varie membra, esercitano il loro influsso benefico su tutti. Il Risorto stesso distribuisce e applica i meriti di cui la Chiesa è depositaria, secondo la capacità e le dispo­sizioni di ciascuno. Ogni battezzato, perciò, non viene assorbito dall’insieme. Tuttavia è necessaria la giusta condotta personale per rendersi partecipe dei frutti del tesoro, del resto solo chi è in stato di grazia prende par­te alla comunicazione di beni spirituali men­tre il peccato commesso ne preclude la via. Vivissime si mantengono poi le relazioni tra le diverse comunità: così i fedeli della terra da un lato venerano e invocano i santi del cielo e questi intercedono presso Dio in loro favore e dall’altro compatiscono lo stato in cui si trovano le anime purganti, sforzando­si di alleviarne la pena, e queste con la pre­ghiera cooperano alla loro salvezza eterna.

La comunione dei santi appare quindi tan­gibilissima nella Santa Messa, in primo luogo nel Canone Romano. Ecco come Josemaria Escrivà la descrive: “Prima del Lavabo, ab­biamo invocato lo Spirito, chiedendogli di benedire il Sacrificio offerto per la gloria del suo santo Nome. Terminata la purificazione ci rivolgiamo alla Trinità perché accetti l’of­ferta che le presentiamo in memoria della Passione, Risurrezione e Ascensione di Cri­sto, e in onore della Beata Vergine Maria e di tutti i santi. Che l’offerta ridondi per la sal­vezza di tutti perché questo sacrificio è mio e anche vostro, di tutta la Chiesa. Pregate fratelli, anche se siete pochi, voi qui riuniti, anche se non fosse materialmente presente più di un cristiano, anche se ci fosse solo il celebrante, perché ogni Messa è l’olocausto universale, riscatto di tutte le tribù e lingue e popoli e nazioni. Tutti i cristiani ricevono tut­te le grazie che ogni singola Messa diffonde, sia che si celebri dinanzi a migliaia di perso­ne, sia che aiuti il sacerdote solo un bambino e per giunta distratto. In qualunque caso, la terra e il cielo si uniscono per intonare con gli angeli: Sanctus, Sanctus, Sanctus”.

Tale mirabile visione teologica però è stata sempre uno dei punti di maggiore po­lemica con il mondo ortodosso che ritiene la concezione agostiniana del peccato origi­nale in senso ereditario, la via attraverso la quale il Cattolicesimo è giunto ad intendere il Calvario come pagamento di una puni­zione, un riscatto, un’espiazione vicaria che Cristo soffrì al posto del genere umano, co­stretto alla schiavitù del male per il peccato di Adamo. L’Ortodossia ha invece una visio­ne diversa della Crocifissione di Gesù. Que­sta ebbe come fine la sconfitta del diavolo e la distruzione del suo potere che è la morte. L’umanità parteciperebbe, dunque, al riscat­to dalla tomba attraverso la padronanza sul­le passioni: le sofferenze salvatrici di Cristo vengono così inserite in una cornice di pre­ghiera, digiuno, rinnegamento di sé ed ob­bedienza volontaria, di cui il monachesimo è l’espressione più evidente. Si hanno anche riserve sull’idea di un trasferimento dei me­riti sovrabbondanti di Cristo e soprattutto delle anime beate per colmare i debiti dei peccatori perché la mentalità ortodossa vede nell’ideale cristiano una dimensione già così alta che la sua stessa raggiungibilità esclude a priori che se ne possa superare la misura.

Il nodo più aspro del contendere risulta, comunque, la fede nel Purgatorio. Mentre la Chiesa Cattolica considera lo stato dei defun­ti precedente al Giudizio Universale, di beati­tudine per i giusti e di tormento per i dannati, come già definitivo e quindi irreformabile, la teologia ortodossa lo considera invece anco­ra privo di carattere finale, carattere che sarà acquisito solo dopo quell’ultimo Giudizio. Di conseguenza, per quanti sono morti con peccati veniali e senza aver portato frutti di pentimento si parla di purificazione o nella prova stessa della morte o attraverso l’inter­cessione della Chiesa.

Dal principio cattolico della comunione dei santi discende a cascata quello dell’u­niversale vocazione alla santità. Una pro­spettiva pienamente visibile nell’operato di San Giovanni Paolo II, il Papa che ha voluto elevare agli onori degli altari ben 482 santi e circa un migliaio di beati.

Ciò che colpisce è che nella stragrande maggioranza dei casi si è trattato di martiri: una conferma di come la Chiesa dell’epoca moderna, e del Novecento in particolare, sia Chiesa martiriale e dunque feconda, perchè come insegna Tertulliano: sanguis martyrum, semen christianorum. Tuttavia queste cifre da record, che hanno condotto più di qualcuno a parlare di una “fabbrica di santi”, sono sta­te spesso mal comprese.

Che la santità sia aspirazione e scopo di ogni battezzato non significa che la si voglia svilire, ridurla a buon mercato perché sia alla portata di tutti. Basta scorrere le biogra­fie degli ultimi canonizzati per rendersene conto.

La santità non è una decorazione, una sorta di nobel assegnato alla memoria di chi si è impegnato per i diritti umani. Il santo non è un eroe civile. Chi lo intende in tal modo vorrebbe dissolvere la nostra fede nelle comode categorie della laica civil reli­gion. La canonizzazione resta invece uno de­gli eventi più alti, solenni ed indimenticabili della vita della Chiesa.

 

di Andrea Pino

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