Due donne della Trinità

 Una delle più assurde convinzioni del nostro tempo è quella del ruolo nefasto che il Cristianesimo (in particolare quello cattolico) avrebbe avuto per la sessualità e soprattutto per le donne che, proprio a causa del loro sesso, sarebbero state sempre relegate a ruoli inferiori e disprezzati. Si tratta di una convinzione ormai divenuta granitica perché ampiamente propagandata a livello popolare dai media e persino accettata da tanti fedeli che purtroppo poco conoscono la storia e si lasciano traviare dalle mode ideologiche del momento.In fondo, in questo come in tanti casi analoghi, la strategia è sempre la medesima: porre la Chiesa sul banco degli imputati accusandola di avere un passato oscurantista
e stracolmo di crimini. Ebbene basterebbe leggere qualche pagina di Règine Pernoud, prestigiosa docente universitaria francese di storia medievale, per ricredersi circa la reale portata del ruolo muliebre nella Chiesa e nella società dei secoli passati. Anzi, per la studiosa “le donne di oggi hanno ancora parecchia strada da percorrere prima di raggiungere il livello di prestigio e di influenza che ebbero nel Medioevo cattolico e coloro che credono che quei secoli di fede siano un passato da cancellare non sanno che in realtà sono un futuro ideale a cui propendere. Una delle peggiori retrocessioni della donna ad uno stato subalterno si avrà invece con il codice napoleonico e quindi con la mentalità illuminista”. Parole che fanno crollare come un castello di carte tanti anni di contestazione femminista in stile ‘68, oggi purtroppo abbracciata ingenuamente anche in alcuni ambienti ecclesiali, soprattutto nell’Europa Continentale e in Nord America.

In realtà, nulla più del Cristianesimo ha la capacità di nobilitare e glorificare l’universo femminile.Molti sono, ad esempio, i Padri della Chiesa ma ad una sola è concesso di essere esaltata col titolo di Mater Ecclesiae, la Vergine Maria che tutte le generazioni avrebbero chiamato beata. Stranamente però questa eterna lode del femminile che la fede offre a Maria non piace alle femministe del nostro tempo. Anzi, il femminismo stesso è riuscito a costruire le sue propaggini nel mondo cattolico. Non è un caso che il culto mariano, così meraviglioso e potente, sia stato depotenziato o addirittura ostacolato (con la falsa giustificazione di non voler urtare in ottica ecumenica il Protestantesimo) proprio negli anni Settanta, quelli delle più accese rivendicazioni.

C’è da riflettere: la protesta contro il maschilismo non diventa allora inconsciamente protesta contro la stessa identità femminile autentica di cui l’immagine di Maria viene percepita come il simbolo più eccelso? E il minimalismo mariologico che avrebbe connotato gran parte dell’immediato postconcilio non era dunque influenzato da una tale protesta? Si fa sempre più forte quindi l’idea che, dietro la battaglia sociale, si nasconda un’identità femminile ferita che, tra l’altro, cerca la propria guarigione in modo sbagliato, omologandosi al modello maschile invece che riappropriandosi della sua specifica essenza.La Chiesa ha la capacità di guarire questa ferita ma per farlo è necessaria la riscoperta, senza pregiudizi di sorta, di ciò che le donne sono state nella sua storia: la santità femminile del Cristianesimo è una miniera di tale ampiezza e profondità ancora quasi del tutto inesplorata. Avventurarsi dentro alla ricerca dei suoi tesori significa innanzitutto scoprire come, nel nostro credo, l’uomo e la donna abbiano la stessa dignità ma identità specifiche diverse. Ciò è stato voluto dallo stesso Maestro: solo uomini erano presenti all’istituzione dell’Eucarestia, solo donne erano presenti alle prime apparizioni del Risorto. Nel mistero pasquale, i ruoli del maschile e del femminile sono complementari
ma non possono essere identici. Si rivelano poi tre diversi filoni, tre differenti schiere di donne cristiane (anche se i confini si mantengono molto sfumati): le martiri, i dottori della Chiesa e le mistiche. Le prime sono le donne che hanno lavato
le proprie vesti nel sangue dell’agnello.

queste è bello ricordare il caso della martire Vibia Perpetua, giovane cartaginese del II sec., messa a morte sotto l’impero di Settimio Severo. La Passioche descrive la sua ultima testimonianza (e quella della compagna di fede Felicita, con la quale viene venerata ed invocata nel Canone Romano) contiene anche il suo diario, redatto durante la prigionia: è un documento straordinario per il semplice fatto di essere uno dei rarissimi testi scritti da una donna e giunto sino a noi dall’antichità. Notevole è poi la cerchia delle martiri della purezza, di cui Maria Goretti rappresenta solo il caso più noto. Il secondo schieramento riunisce le vergini sagge: quante hanno dato, con la loro illuminata sapienza, uno specialissimo contributo alla riflessione sul mistero divino.Se è vero che il titolo di dottore della Chiesa è stato conferito a delle donne solo a partire da Paolo VI, è altrettanto vero che tali figure (come Caterina da Siena, Teresa d’Avila, Angela da Foligno, Ildegarda di Bingen e molte altre) hanno goduto sempre di un’ininterrotta fama nella memoria ecclesiale.

La terza categoria, affascinante e grandiosa, è rappresentata dalle mistiche: sono le donne trasfigurate, quelle che testimoniano, nella propria carne, tanto le sofferenze redentrici di Cristo quanto le proprietà del suo corpo glorioso, rese dallo Spirito ricche di carismi eccelsi, hanno fatto delle proprie vite finestre spalancate sull’ultraterreno.
Stigmatizzate ed “anime ostia” nella Tradizione Cattolica, contemplative e “stolte in Cristo” in quella Ortodossa, dotate di profezia e veggenti in entrambi i casi, sono donne eccezionali perché colme di quella carica soprannaturale che stravolge la logica del mondo, prove concrete della verità delle parole di Gesù che confermano l’elezione di Dio per quanto è piccolo e disprezzabile per compiere meraviglie. Il filone della mistica femminile è presente fin dall’antichità (un testo molto interessante è la Peregrinatio Egeriaedel V sec., in cui la monaca Egeria descrive il suo pellegrinaggio in Terra Santa) ma è proprio in quest’ambito che l’Ordine Trinitario può vantare le sue figlie più illustri, le Beate Anna Maria Taigi (1769-1837) ed Elisabetta Canori Mora (1774-1825). Entrambe appartenenti al ramo secolare e dunque laiche, spose e madri di famiglia, entrambe elevate a vette paradisiache di vita mistica, furono in tutto simili alle donne che seguivano Cristo per le strade della Galilea e che non lo abbandonarono neanche sotto la croce.La prima è celebre per la sfera di luce che, ininterrottamente, per più di quarant’anni, fu presente ai suoi occhi e in cui poteva scorgere avvenimenti del passato e del futuro della Chiesa. La seconda, nota per la fedeltà eroica ad un marito violento (di cui propiziò, comunque, in punto di morte, la conversione) è autrice di un poderoso diario, intitolato La mia vita nel cuore della Trinità, in cui raccolse le sue esperienze e le sue visioni.

di Andrea Pino

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