Come fuoco che arde

 Un secolo dalla morte di Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto, 1835-1914), sessant’an­ni dalla sua canonizzazione. Eppure queste ricorrenze sono passate quasi del tutto in sordina negli ambienti ecclesiali, fat­te salve le celebrazioni tenutesi nel comune di Riese, nei pressi di Treviso, paese natale di papa Sarto e, al suo tempo, poco più di un villaggetto sperduto tra le montagne venete.

Lì, ogni anno, giungono da tutto il mon­do circa 15000 fedeli per visitare la chiesetta dove ricevette il battesimo e celebrò la prima Messa, il museo a lui dedicato e la sua casa natale, conservata intatta.

Dunque, benché la cultura religiosa con­temporanea non parli volentieri di Pio X, la sua immagine resta ben radicata nello zoc­colo duro della devozione popolare cattoli­ca: una sorta di prolungamento di quell’aura di santità che circondò sempre la sua per­sona. Questo pontificato, forse il più grande del Novecento, senza dubbio il più carico di drammaticità insieme con quello altrettanto travagliato di Pio XII (sempre viene rispettata la legge che vede un misterioso vincolo spiri­tuale tra un papa e i santi da lui proclamati: fu, infatti, proprio il Pacelli ad elevare agli ono­ri degli altari l’omonimo predecessore) resta una pietra miliare nella storia moderna.

Tuttavia, trattare del Sarto non è cosa facile: significa saper coniugare il microco­smo di un uomo straordinario venuto su dal nulla con il macrocosmo del tramonto di un’intera epoca che si materializzò in eventi a dir poco terribili, di cui la Grande Guerra fu solo l’ultimo e avvelenatissimo frutto, ca­pace, a sua volta, di far sorgere altre radici di morte.

Bisogna, allora, partire da un dato signifi­cativo: Pio X salì sulla cattedra di Pietro senza aver ricoperto in precedenza alcun impegno presso la Curia Romana o nell’attività diplo­matica della Santa Sede. Fu veramente un parroco divenuto papa perché il suo cursus honorum poteva vantare solo i nove anni di episcopato a Mantova e gli altrettanti come patriarca di Venezia. Ma non basta: si trattò di un contadino elevato al pontificato. Giu­seppe Sarto, detto “il Bepi”, era nato nel po­verissimo ambiente agricolo trevigiano, cre­sciuto letteralmente tra falci e pentoloni di polenta. Il suo caso è una clamorosa smenti­ta di quanti accusano la Chiesa del passato di essere stata sempre elitaria ed aristocratica. Certo, spesso le fila dell’episcopato cattolico furono composte da nobili ma mai manca­rono vescovi e cardinali di estrazione popo­lare se non addirittura proletaria (si pensi, ad esempio, a Sisto V, in pieno XVI secolo). Notevole è, a tal proposito, ricordare la tota­le comunione di intenti tra il papa contadi­no e il giovane segretario di stato che si era scelto, l’angloispanico Rafael Merry del Val, nelle cui vene scorreva il sangue blu di tutte le famiglie reali d’Europa e che poteva van­tare una lontana parentela addirittura con il martire Domenico del Val, una volta venera­tissimo a Saragozza.

Ancor più notevole è il fatto che il Sarto, se da un lato non dimenticò mai le proprie origini, dall’altro seppe unirle ad un profon­do amore per il bello, sia sul piano lettera­rio (le sedici encicliche che scrisse sono lì a dimostrarlo) sia in ambito musicale (è nota la sua passione per il canto gregoriano), sia addirittura nella danza. Il fatto è curioso ma dimostrativo della sua personalità giovia­le. Ai primi del Novecento infatti, il tango cominciava a diffondersi anche in Europa, suscitando le proteste di quanti lo giudica­vano troppo audace o sensuale. Si racconta dunque che il papa invitò una coppia di bal­lerini a fornirgli un’idea precisa della nuova danza, per valutare di persona gli eventuali aspetti scandalosi. Avvenuta l’esibizione, sentenziò: “Mi me pàr che sia più bèo el bàeo a ‘ea furlana ma no vedo che gran pecài ghe sia in stò novo bàeo” (“Mi sembra più bello il ballo della furlana ma non vedo che gran­di peccati vi siano in questo nuovo ballo”). L’episodio ispirò l’irridente poesia, Tango e Furlana, di Trilussa.

Inoltre, è necessario tener presente il dif­ficilissimo conclave del 1903 dal quale fu eletto. In quell’assise, infatti, il principale in­diziato alla successione di Leone XIII era il camerlengo Mariano Rampolla del Tindaro. Su di lui però, in maniera del tutto inaspet­tata, cadde il veto dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe che, facendo leva su un anacronistico privilegio riconosciutogli quale sovrano di stato cattolico, dichiarò non gradita la candidatura. La cosa susci­tò l’indignazione di tutti i cardinali riuniti e fu allora che la figura del Sarto, il meno papabile, si fece incredibilmente strada. A questo singolare quanto decisivo episodio viene dato grande risalto nell’unica opera cinematografica dedicata a Pio X, il film “Gli uomini non guardano il cielo” di Umberto Scarpelli, girato nel 1952.

I fatti summenzionati vanno poi inseriti in un panorama molto più ampio perché il Sarto si ritrovò al timone della Chiesa in un momento a dir poco tempestoso. In Italia, la Questione Romana, triste eredità dei tempi di Pio IX era ben lungi dall’essere conclusa. L’anticlericalismo dilagava favorito in tutti i modi dalle logge massoniche ormai al po­tere e che, pur dichiarando di governare in nome del popolo, facevano strage delle sue migliori energie attraverso assurde e disa­strose campagne coloniali in Africa. Fu per contrastare questo deleterio stato di cose che il Papa iniziò a favorire la partecipazione dei cattolici alla politica italiana, mitigando il Non Expedit avvallato dai predecessori in seguito all’occupazione militare della Città Eterna da parte dei Savoia. In Europa, spiravano venti ancora peggiori. Tutto il continente viveva su quella polveriera che sarebbe deflagrata nel primo conflitto mondiale e nella rivolu­zione comunista di Russia. Pio X lo aveva intuito. Nei suoi ultimi anni spesso, parlan­do della situazione internazionale, aveva di­chiarato: “Verrà il guerrone!”. La sua morte poi, avvenuta proprio sul principio della tra­gedia, non può essere letta se non come una conferma della notizia che il santo pontefice, nell’ultima Messa celebrata, avrebbe offerto a Dio la propria vita pur di salvare l’umanità dalla catastrofe.

Perché allora l’eroica figura di Pio X ri­mane oggi avvolta nell’oblio? Proprio lui, il pontefice che aveva scelto come motto In­staurare omnia in Christo, che nelle apocrife profezie di Malachia viene identificato con le parole Ignis Ardens che pur gli si confanno alla perfezione, che fu autore di quel cele­bre Catechismo capace di fondare nella fede generazioni di cattolici, così dimenticato, perché così dimenticato? La risposta sareb­be complessa ma, in buona sostanza, tutto è ascrivibile alla battaglia condotta dal Papa nei confronti del Modernismo. Tale movi­mento, definito “sintesi di tutte le eresie” e condannato dalla famosa enciclica Pascendi, corredata dal decreto Lamentabili, rappre­sentò il vero travaglio pastorale del Sarto e, senza dubbio, la sua pericolosità per le scienze teologiche è ancora oggi presente anche se non chiaramente visibile.

di Andrea Pino

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto