Il cardinale eroico

 Uno delle più eroici protagonisti del Cri­stianesimo del XX sec. è senza dubbio il famoso cardinale Joszef Mindszenty. In tempi in cui il martirio delle antichissi­me Chiese del Medio Oriente si è posto all’o­pinione pubblica come tragica realtà, ecco che si è tornati a fare memoria anche del lungo e luminoso calvario dei fedeli dell’Est Europa, patito sotto i regimi atei comunisti.

Del resto anche il recente viaggio di Papa Francesco in Albania ha avuto, tra le princi­pali chiavi di lettura, la memoria dell’eroi­cità con cui la Chiesa albanese affrontò una delle più terribili persecuzioni patite dal Cristianesimo in epoca contemporanea.

Le storie ed i volti di queste folte schie­re di testimoni della fede sono però troppo spesso ignorate o dimenticate. Forse le loro figure creano imbarazzo perché risultano essere pietra d’inciampo per quel malinte­so ecumenismo e dialogo interreligioso che, anziché essere fatto tra identità forti e matu­re, come Giovanni Paolo II auspicava, il più delle volte si risolve in uno sbiadito sincreti­smo, nella volontà di rendere sempre più li­quido e sfumato il dato cristiano, sino a farlo svanire del tutto in un umanitarismo senza alcuna tensione al sovrannaturale. Questa è probabilmente una delle più pericolose forme di corruzione cui la Chiesa di oggi è chiamata a combattere, la corruzione della verità. Un modello di lotta contro tale tipo di corruzio­ne è proprio il cardinale Mindszenty.

Devictus Vincit. Vinto ma vittorioso. Que­ste poche lettere erano scritte in calce ad un’immagine dell’Ecce Homo che il primate di Ungheria portava con sé nella sua lunga detenzione nelle prigioni comuniste e che usava, quando gli era concesso di celebra­re, come una pala d’altare. Come quel Cri­sto, vinto ma vittorioso, fu anche il cardinale, fino alla morte, avvenuta quasi in una sorta di esilio, lontano dalla patria amatissima. La sua personalità è dunque quella di un eroe tragico dei suoi tempi, non solo perseguitato da nazisti e comunisti ma ostacolato anche da quel tremendo abbaglio del postconcilio che fu l’Ostpolitik vaticana, la quale finì per danneggiare proprio le Chiese del silenzio, quelle dell’intransigenza sofferente, ferma­mente convinte dell’impossibilità di alcun dialogo con la tirannide atea e fiduciose che l’ideologia del regime non potesse rappre­sentare il futuro dei loro popoli.

Mindszenty era un uomo di enorme cul­tura e di forza d’animo non comune, già di­mostrata negli anni del II Conflitto mondiale con la sua vigorosa opposizione al governo filonazista di Ferenc Szalasi. Ma fu sul finire della guerra che Pio XII decise di nominarlo arcivescovo di Strigonio e primate di Unghe­ria, creandolo poi cardinale nel 1946. Il pri­mate, per antichi privilegi, aveva il diritto di incoronare i re della terra di Santo Stefano e di fare le veci del monarca quando questi si allontanava dal paese oppure di ammonirlo nel caso in cui non si fosse speso per il bene della sua gente. Quella carica era quindi do­tata di un’autorità speciale, consolidata da secoli di tradizione, e riconosciuta da tutti nel microcosmo ungherese, anche dai non cattolici.

Ma lo stato era ormai entrato nell’orbita politico-militare sovietica: iniziava una per­secuzione volta non solo ad annientare la spiritualità e la cultura cattolica magiara ma mirata addirittura ad estirpare la Chiesa dal paese. Fu così che, il 26 dicembre del ᾿48, il primate venne arrestato ed incriminato per alto tradimento, subendo torture ed umilia­zioni. Il famoso processo farsa a suo carico si tenne l’anno successivo: Mindszenty venne accusato di essere un nemico del popolo ma­giaro perché capofila di un’organizzazione criminale di spionaggio diretta al rovescia­mento del governo comunista. Venne con­dannato all’ergastolo e negli otto anni suc­cessivi, fu oggetto di assurde vessazioni: gli veniva addirittura impedito di inginocchiarsi nella cella e di pregare.

Finalmente, il 30 ottobre del ᾿56, con il paese ormai allo stremo, il popolo insorse e giunse a liberare il suo vescovo. “Non pote­vano credere, scriverà poi nelle sue memo­rie, che io non fossi stato trascinato via dalle unità corazzate russe. Mi toccavano, bacia­vano i miei abiti, mi pregavano di benedir­li. Guidati dal loro pastore giunsero anche i protestanti evangelici, sinceramente con­tenti, poi la minoranza cattolica e battista: ragazzi, ragazze e vecchi. Mi stavano attor­no e non volevano lasciarmi andare”. Tut­tavia la gioia dei cattolici, convinti di aver ritrovato la libertà, durò solo pochi giorni. Le armi sovietiche rientrarono presto a Bu­dapest, soffocando ogni tentativo di rivolta ed istaurando, per giunta, una finta “Chiesa Nazionale” staccata da Roma. Il cardinale, consapevole del concreto rischio di essere giustiziato e di esporre in tal modo il popo­lo ad un grande pericolo, scelse di rifugiarsi nell’ambasciata statunitense, dove restò sen­za mai uscire per i successivi quindici anni. Il Concilio non potrà ascoltare la sua voce, né quella di altri grandi pastori delle Chiese perseguitate e questo spiega, almeno in par­te, l’incredibile silenzio di quell’assise sulle dittature comuniste.

E fu proprio dopo il Vaticano II che si aprì per Mindszenty il periodo forse più arduo e doloroso della sua vita. I tentativi di dia­logo sempre più fitti con i governi dell’Est, intrapresi dalla diplomazia vaticana nella convinzione, rivelatasi poi erronea, che la salita al potere del comunismo fosse ormai un fatto irreversibile, resero il combattivo primate una figura scomoda e imbarazzan­te. Da più parti egli iniziò a subire pressioni perché lasciasse una buona volta Budapest per trasferirsi all’estero. La sua fu un’obbe­dienza dolorosa, gli veniva chiesto di abban­donare la patria per non farvi più ritorno. Ot­tenne in cambio, almeno per il momento, la garanzia di non essere privato del suo titolo e che nell’Annuario Pontificio, accanto al suo nome, fosse scritto “impeditum”.

A Roma, pur essendo accolto cordial­mente da Paolo VI, gli venne imposto di non rilasciare mai alcuna dichiarazione che potesse mettere in crisi il rapporto con il governo ungherese. La sua reazione fu al­quanto dura: “Pregai il nunzio di comunica­re ai competenti organi vaticani, racconterà in seguito, che in Ungheria regnava ora un opprimente silenzio e che io inorridivo al pensiero di dover tacere anche nel mondo libero”. Un’altra spina era la volontà di esse­re del tutto riabilitato da quanti detenevano il potere nel suo paese, qui infatti era anco­ra formalmente considerato come un erga­stolano evaso. Tale riabilitazione politica e morale da parte della magistratura magiara giungerà solo nel 2012 a ben 37 anni dalla sua morte. Al termine di una vita di com­battimenti e di amarezze lenite solo dalla profondissima fede in Cristo, l’eroico cardi­nale si spense a Vienna nel ᾿75 e fu sepolto nel santuario mariano di Mariazell. Alla sua figura anche il noto scrittore cattolico Gio­vannino Guareschi dedicò parole colme di ammirazione in una celebre Lettera a Don Camillo.

di Andrea Pino

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